Non è un X Factor per cantautori

Ieri sera al talent i concorrenti hanno presentato i propri brani inediti: fra EDM e cantautorato sanremese, il pubblico ha votato per il cambio generazionale

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Con la serata di ieri, la decima edizione di X Factor si è tolta la veste del format esclusivamente televisivo per approdare a quella che, sulla carta, sarebbe la vera missione del programma: sfornare la nuova stella del pop italiano.

Tolto il capitolo delle cover, con cui quasi tutti i cantanti in gara quest’anno sono sempre riusciti a cavarsela (seppur con risultati altalenanti) la prova del nove è stata quella degli inediti, ovvero i brani scritti di proprio pugno dai ragazzi. Fatta eccezione per i Soul System e in parte Roshelle, la sfida è stata giocata più sul piano autoriale e degli arrangiamenti realizzati in studio dai producer o dai giudici stessi.

Tolta Arisa, l’unica rimasta senza concorrenti, gli inediti ascoltati ieri sera sembrano riflettere esattamente le direzioni artistiche e la carriera dei vari giudici; con Fedez e Soler a sguazzare in sonorità tra il radiofonico e il “su le mani” mentre Agnelli che, al contrario, ha cercato di ridare respiro alla ‘solennità’ del cantautorato italiano affidando ai suoi Andrea e Eva brani scritti da autori incensati come Diodato e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro.

Passando ai brani, partiamo con What U Do To Me, il lavoro della favoritissima Roshelle. Qui, tutto sembra il risultato di una scrittura a tavolino. Persino lo special in chiave rap, ovvero l’unica parte scritta dalla ragazza, risulta piuttosto incoerente con l’EDM da club di Ibiza che la fa da padrona nel resto della traccia. Fedez, con il simbolo del dollaro stampato negli occhi sin dall’apparizione della cantante ai provini, ha cercato di trasformare Roshelle nella creatura discografica che ha sempre sognato: una rapper con la sensualità di Nicki Minaj, l’aggressività di Azealia Banks e le capacità persuasive di Justin Bieber. Il risultato però è un tantino diverso. Roshelle fatica molto nel saliscendi melodico, cosa che invece riesce molto bene all’Auto-tune usato in produzione. Viene quindi da chiedersi se qualcuno pagherebbe mai per andare a un concerto—pur tenendo conto che è giovane e, di tempo per affinare la tecnica, ce n’è eccome. Comprensibile che Fedez strizzi l’occhio alle hit esportate dagli Stati Uniti, ma come sempre il rischio di scadere in facili scimmiottamenti dei prodotti esteri è dietro l’angolo.

Lo stesso discorso vale per Gaia, l’altra ragazza del team Under Donne. Anche la sua New Dawns, cucitale addosso dai producer scelti da Fedez, è un brano furbo, composto, arrangiato e prodotto senza preoccuparsi minimamente dell’eventuale realizzazione dal vivo. E se la collega Roshelle, tra volteggi melodici serrati come pugni nei polmoni, peccava nel volersi portare lo studio di registrazione sul palco, la performance di Gaia ha mancato di mordente e personalità. Nonostante l’inglese del testo – scelta che nel 2016 viene ancora etichettata come “azzardata”– New Dawns suona già sentita e risentita, così come la formaggiosa base EDM-pop creata ad hoc per dare alla canzone una solidità che non ha.

Assieme alla squadra di Fedez, l’altro team papabile alla vittoria finale è quello di Soler, i Soul System. Ultima band fra quelle scelte anche un po’ a cazzo dal cantante spagnolo, anche qui il lavoro in studio è di ottimo livello, e oltretutto con una She’s Like A Star decisamente più credibile degli inediti proposti dalle giovani colleghe di cui sopra. Vuoi anche solo per l’esperienza di una band navigata rispetto a quella che può aver accumulato una cantante appena ventenne.

Il brano anche in questo caso suona come un caciucco di un po’ tutte le hit che nelle scorse stagioni hanno assediato il music biz internazionale, dalla coppia Nile Rodgers-Daft Punk fino ad alcuni trucchetti d’arrangiamento in stile Neptunes/Nerd/Pharrell Williams, passando anche da una citazione buttata un po’ lì degli Ace of Base. Non sarà una hit divora classifiche, ma She’s Like A Star è probabilmente il brano più riuscito di questa edizione di X Factor, facendo sembrare i Soul System ospiti internazionali più che semplici concorrenti in gara.

Capitolo a parte per i due ragazzi guidati da Manuel Agnelli. Da una parte il leader degli Afterhours si candida al Telegatto con una performance televisiva che nemmeno le più rosee aspettative potevano prevedere; dall’altra, c’è la sua scarsa verve da giudice di un talent show. A Eva e Andrea Biagioni hanno consegnato due brani capaci, sì, di esaltare le capacità vocali dei due concorrenti ma che a confronto degli altri inediti risultano di un altro mondo, troppo distante da quello di X Factor. Voglio andare fino in fondo e Il mare dentro, scritti rispettivamente da Giuliano Sangiorgi e Diodato, sono brani che rimangono attaccati quella tradizione sanremese a cui solo Agnelli sembra voler rimanere ancorato. Costi quel che costi.

Il guru dell’alternative Made In Italy ricorda Il Viandante sul mare di nebbia dipinto da Friedrich per il suo modo di rifugiarsi sulle rocce del cantautorato da Festival dei Fiori, ormai inefficaci davanti alla tempesta dei synth EDM sparati da Fedez e al disco-funky piacione di Soler. Dall’autore di Sui giovani d’oggi ci scatarro su ci si aspettava, onestamente, qualcosa di più incisivo o quanto meno lontano dal fastoso palco dell’Ariston. Se per il brano di Eva la missione è, almeno per ora, andata a buon fine — anche grazie a una freschissima reinterpretazione di Erykah Badu – diverso è stato il destino di Andrea Biagioni. Pur dotato di una voce (troppo) perfetta, il cantante ha sfoggiato un brano poco coraggioso per il contesto in cui si trovava. Qualcosa di più simile al sound di Beppe Vessicchio che ai gusti della X Factor generation.

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