Come si scrivono le hit in USA? Parola a Michele Canova

È l’uomo dietro ai successi di Tiziano Ferro e di Jovanotti, ma oggi ci dice la sua sul pop statunitense

Viene chiamato il Re Mida del pop, c’è lui dietro ai successi di Tiziano Ferro, di Jovanotti e di quasi tutto il mainstream italiano. In realtà la visione di Michele Canova va ben oltre il belpaese: dal 2012 vive a Los Angeles e sa come vengono costruite le hit che sconvolgono le classifiche di mezzo mondo. Quella che leggerete è un’intervista nata per caso, volevamo un suo parere sul disco country di Miley Cyrus – «Non ci vedo nulla di stimolante nel country di oggi. È chiaro, c’è Chris Stapleton ma quello è un talento assoluto» – ma poi siamo finiti a parlare di tutt’altro. Di politica, ad esempio, ma anche di piattaforme di streaming, delle major che spremono gli autori e poi li buttano o delle intelligenze artificiali che presto – quattro o cinque anni al massimo – entreranno a gamba tesa nel processo di scrittura delle canzoni. Altro che musica leggera.

Partiamo dalle basi, il pop è un genere con delle caratteristiche precise o, molto più semplicemente, è il nome che si dà alla musica che arriva in testa alle classifiche?
È semplicemente la musica che raccoglie il maggior numero di consensi dal pubblico in un determinato momento. È quella che meglio racconta il presente, o quanto meno gli ultimi sei mesi della tua vita. Se mi chiedessi la stessa cosa del rap ti direi che rappresenta la settimana appena passata o l’ultimo mese. Il rap è ancora più veloce del pop, se prendi uno come Lil Uzi Vert, che aveva spaccato tutto con XO Tour Llif3, non dico che ora sia già stato dimenticato ma sicuramente non è più sulla bocca di tutti. Tu hai presente cosa intende lui quando in quel pezzo dice All my friends are dead?

Immagino storie di ghetto e di rivalsa, no?
Sì ma parla anche delle immagini dei presidenti sulle banconote. Anche io credevo dicesse tutt’altro, ma avendo la fortuna di lavorare in uno studio con produttori importanti, tra cui Dave Pensado e altri, sono stato briffato sullo slang usato nelle hit (ride). La musica qui rispecchia davvero le nostre frustrazioni, la politica, i trend e la vita di tutti i giorni.

Se facessimo la radiografia di una hit cosa vedremmo?
Ci sono i soldi, tantissimo sesso e, più in generale, dev’essere spigolosa. La parola d’ordine per chi scrive il pop in America è be edgy, ed è una cosa che si discosta molto dal songwriting europeo. Prendi ad esempio i Coldplay: nella loro struttura armonica trovi molta speranza, ci possono essere momenti di tensione tra le varie parti ma poi tutto sfocia in questi grandi accordi e nella voce di Chris Martin che trasmette una grande positività. Nel pop americano di oggi c’è tutto tranne che la speranza. Se giri per Los Angeles ascoltando Lil Uzi Vert, Kendrick Lamar o Drake, capisci davvero i riferimenti delle loro canzoni: vedi sia la torre della Capitol Records, ma anche le case rovinate e il degrado. È un po’ come ascoltare Gigi d’Alessio a Napoli, sembrerà una battuta ma ti assicuro che è così.

Il paragone in realtà è più che corretto, i neomelodici riescono ancora a raccontare la vita quotidiana di un napoletano, cosa che buona parte del pop italiano ha smesso di fare da tempo.
Hai ragione e ti assicuro che qui in America il collegamento tra la vita che fai e la musica che ascolti è ancora più diretto.

Oggi una hit nasce già con una data di scadenza: da cosa dipende questo riciclo continuo, sempre più frenetico, nelle classifiche?
È un discorso che si può affrontare su diversi piani, in primis quello produttivo. Le session di scrittura non durano più di sei ore, dalle 12pm alle 6pm. Un autore – non importa che scriva per Miley Cyrus o per l’ultimo degli ultimi – non arriva prima di mezzogiorno, c’è troppo traffico.

Addirittura?
Anche io ridevo, ma ti assicuro che è così (ride). Ci si vede at noon, prima hai altro da fare. Tieni presente che non è facile pagarsi da vivere a Los Angeles, anche l’autore che ha già piazzato qualche hit è costretto a fare altri lavori. Buona parte delle canzoni che senti in classifica sono nate, arrangiate e prodotte in quelle sei ore. Se poi i manager credono che il pezzo abbia un appeal particolare, magari gli si dedica dell’altro tempo, ma non mi è mai capitato di metterci più di due giorni per finire un singolo. La musica la si consuma velocemente anche perché la si produce velocemente.

Le piattaforme di streaming – prima YouTube, ora Spotify – hanno sicuramente cambiato il modo di fruire la musica. Parliamone.
Oggi il più grande problema delle major è quello di riuscire a far corrispondere un suono ad una faccia. Se negli anni ’70 bastava spendere cifre esorbitanti in cartelloni e pubblicità radiofoniche per annunciare l’uscita di un disco, ora i discografici devono avere a che fare con milioni di utenti che scoprono la musica attraverso playlist dove dell’artista non si sa nulla – che volto ha? da dove viene? ecc – e di cui malapena ci si ricorda il nome. Ora c’è un grandissimo repertorio disponibile a tutti ma, come spesso accade, avere tanto vuol dire avere niente.

Va detto, però, che questi ritmi sono decisamente più naturali per le nuove generazioni, non è semplicemente un segno dei tempi?
È chiaro, ma ti spiega anche che oggi in America la musica è fondamentalmente una cosa sola: puro intrattenimento. Non esisterà più il disco che ti consumi all’infinito nella tua cameretta, ci sarà solo una lunghissima playlist in continuo aggiornamento. Oggi sono le stesse piattaforme di streaming a dettare le regole per scrivere le canzoni: da tempo Spotify manda mail dove invita noi produttori a seguire indicazioni precise – a partire dalla durata dell’intro, fino a quando far entrare la voce in un pezzo – al fine che i brani funzionino meglio. Ogni singolo secondo della canzone viene smembrato per capire esattamente quando l’utente ha premuto stop ed è passato ad altro. Può essere una cosa brutta o, al contrario, molto stimolante, non mi interessa esprimere un giudizio, ma ti immagini se ai Pink Floyd avessero consigliato di modificare la stesura di Time, su The Dark Side of the Moon, perché prevedevano che dopo il trentesimo secondo l’utente si sarebbe annoiato, secondo te come avrebbero reagito?

E immagino che con lo sviluppo dell’utilizzo delle cosiddette intelligenze artificiali applicate alla musica il discorso si complicherà ancora di più, no?
Avrai sicuramente sentito le canzoni scritte dai computer dei laboratori della Sony, non sono ancora così belle… Dobbiamo rimandare il discorso tra quattro-cinque anni, quando l’AI diventerà davvero una parte importante nella scrittura musicale. Al momento è già applicata nel mondo della produzione. C’è quest’azienda molto famosa, la iZotope – è pure quotata in borsa – che produce dei plug-in in grado di sentire le frequenze dei vari strumenti e ottenere automaticamente un mixaggio migliore rispettando tutti gli elementi del panorama stereo. Se con il mix siamo già a questo livello, immaginati cosa si potrà sviluppare nell’ambito del songwriting.

Se tutto diventa computerizzato, però, si sentirà ancora di più il bisogno di personalità, no?
Certo, in un mondo dove tutti usano l’autotune, se tu riesci a fare qualcosa di storto, leggermente stonato – spigoloso, dicevamo – sicuramente avrai più chances di colpire l’ascoltatore. Tutti oggi possono fare musica con un laptop e finire in classifica, l’importante è avere il know-how e delle belle idee. Qual è il pezzo che più ci ha colpito negli ultimi 10 mesi? Shape of You. Ti assicuro che la prima volta che l’abbiamo sentita qui in studio tutti dicevano: “ma come è possibile fare un pezzo che per i primi due minuti ha solo voce e marimba?”. Sono d’accordo con te sul fatto che la personalità diventerà un elemento sempre più importante nel pop del futuro, ma non è da tutti avercela; la massa cerca sempre di copiare.

Nel pop non solo si copia cosa funziona, ma ci sono elementi che diventano dei veri e propri cliché che poi permangono anche quando il genere da cui sono stati rubati non va più di moda.
È sempre stato così, pensa a quando negli anni ’60 si andava in America per comprare i 45 giri per rifarli, poi, da noi in italiano. Nella musica non è facile inventare qualcosa di veramente inedito. Esistono i colpi di genio, o i cosiddetti “errori fortunati”, ma la verità è che nessuno ha la ricetta precisa per confezionare una hit. Nella mia carriera avrò prodotto più di 1500 canzoni ma quelle che sono davvero diventate dei successi – penso a Tutto l’amore che ho di Lorenzo o a Sere Nere di Tiziano – saranno poche decine. E tieni presente che io sono un produttore che lavora con molti cantanti diversi, immagina quanto possa essere difficile la vita di un artista singolo che deve sfornare hit di continuo per non finire nel dimenticatoio.

Questo ricambio continuo che, quasi ogni mese, porta nelle prime posizioni delle charts sempre nomi nuovi può essere interpretato come una sana competizione che dà spazio agli autori di maggior talento?
Per me è una mera questione economica. Alla major conviene firmare Lil Uzi Vert quando non può pretendere percentuali troppo elevate e poi, quando diventa più esigente, mandarlo a fanculo e puntare sul nuovo emergente di turno.

Che da sempre è stata la filosofia di vita delle major, no?
È chiaro. Non voglio sembrare eccessivamente cinico, questo davvero può essere un momento dove la personalità viene premiata a scapito dei tanti che copiano e basta. Sono convinto però che lo streaming favorirà sempre di più gli one hit wonder, difficilmente in futuro nascerà un altro gruppo come i Pink Floyd.

Tempo fa Shablo fa ci ha detto che per lui la cosa più bella della musica è che i generi si stanno sempre più fondendo tra di loro. Prendi ad esempio XXXTentacion che nello stesso disco mette pezzi trap e altri solo chitarra e voce. A tuo avviso è una tendenza interessante o, dopotutto, la musica crossover è sempre esistita?
Questo tipo di fusione è sicuramente molto interessante. XXXTentacion non l’ho seguito più di tanto, tolto quel bellissimo singolo fatto con Noah Cyrus – che sta spaccando più della sorella – il resto l’ho un po’ snobbato. Qui è più seguito per la sua vita privata che per la sua musica, sono cose che, alla lunga, mi annoiano un po’. Per me il vero genio è Post Malone che è riuscito a mettere insieme la musica acustica con la trap, il rap e il pop. In più ha testi molto intelligenti che si prestano a più livelli di lettura. Prendi ad esempio Rockstar: la puoi leggere come la solita canzone trap che parla di droga, ma in realtà cita tante storie di icone del rock degli anni ’60-’70.

Mentre di cantanti come Lady Gaga o Miley Cyrus che hanno virato fortemente verso il country che ne pensi?
A mio avviso sono dischi, soprattuto quest’ultimo di Miley, passati abbastanza inosservati. Non credo proprio che il pop americano, almeno nei prossimi quattro-cinque anni, vada in quella direzione. Al momento sta sempre più inglobando il rap e la trap allo stesso modo in cui, qualche hanno fa, prendeva i cliché dell’EDM e li inseriva in una struttura pop.

È vero, però, che il country ha sempre fatto numeri molto interessanti in America, non può essere una scelta strategica per evitare la competizione, sicuramente più aggressiva, tipica delle chart tradizionali?
A mio avviso non si tratta di una scelta strategica. Miley non ha i manager che le dicono cosa fare, fa sempre in quello in cui crede. Dopo aver raggiunto il massimo in ambito pop, ha fatto quell’album assurdo con i Flaming Lips e ora ha fatto questo Younger Now. Ti dirò, a me piace pure, ma è del tutto fuori dalle logiche del mainstream odierno. Lei è davvero una grande artista, probabilmente sentiva il bisogno di fare un disco così. Devi sapere che abita vicino a casa nostra, a Toluca Lake, mia moglie la incontra sempre. Ogni tanto la vedi cantare in giardino, ha una voce pazzesca.

Dopo l’ondata trap cosa dobbiamo aspettarci?
È difficile fare pronostici, nessuno ha la palla di vetro. Sicuramente la musica latina prenderà sempre più piede. Basta guardare la storia di un singolo come Mi Gente, che ho potuto seguire da vicino perché è stato mixato dal mio amico Luca Pretolesi. A differenza di Despacito che nasce da produttori latini – infatti la senti che “non è bella”, ha quell’animo ruvido – Mi gente prende spunto da Voodoo Song, prodotta in Francia da Willy William. Quella canzone suonava già da Dio, J Balvin ne ha capito la potenzialità e l’ha trasformata in una hit mondiale. Infatti, poi, ha voluto partecipare anche Beyoncé.

Sono molti i casi dove una hit viene riproposta con l’aggiunta di un featuring, serve per tenere accesa l’attenzione degli ascoltatori inserendo sempre elementi nuovi?
No, la risposta è molto più facile, è il classico effetto bandwagon: quando una cosa funziona poi tutti vogliono salire sul carrozzone. In alcuni casi è stato fondamentale: è merito di Justin Bieber e di Scooter Braun se di colpo Despacito è passata dagli ottanta milioni di visualizzazioni, ai quattro miliardi. Ovviamente ci sono state altre figure importanti – Diplo e molti altri – che ha hanno risvegliato questo tipo di attenzione verso la musica etnica e l’hanno fatta confluire nel pop mainstream. Un tempo questa musica non la seguiva nessuno, adesso l’ascoltano tutti. Pensa che, dopo Despacito, sulla rivista Billboard la classifica Latin e stata anticipata di due pagine, l’EDM invece è finita in fondo.

L’EDM ormai la possiamo dare per morta?
Non esageriamo (ride), ti confesso, però, che non riesco più a sentire una cassa in quattro. È strano perché io vengo da quel mondo: le prime cose che ho provato a fare intorno ai 18-19 anni erano con la Time Records. La dance è sicuramente molto affascinante e, come tutti i generi, ha un suo linguaggio ben preciso, ma adesso mi interessa meno. Oggi la musica è fluida, le cose si mescolano tra loro. Per me l’unica costante rimane la melodia, sarà una banalità ma è così: non importa come è stata arrangiata, la linea melodica di Rockstar ti entra in testa e non ti molla più.

Anche il rock sembra non essere così in salute, no?
No, al contrario, penso che la prossima cosa che tornerà in classifica sarà il grunge dei ’90. Non tanto nelle sonorità o nella timbrica, quanto nella struttura armonica. Già si cominciano a risentire quei salti di terza maggiore che, quando li faceva Kurt Cobain, noi tutti rimanevamo stupiti perché sembrava un errore ma era bellissimo. Secondo me anche il cosiddetto Manchester sound alla Happy Mondays tornerà di brutto. C’è un gruppo qui di Los Angeles che mi piace moltissimo, i Grouplove, la prima volta che li ho sentiti mi sono detto: ok, il rock è ancora vivo.