L’ultimo capolavoro di Freddie Mercury

Nell'anniversario della morte della voce dei Queen riascoltiamo 'Innuendo' il disco con cui si confrontava con la sua mortalità, la stessa lucidità del Bowie di 'Blackstar'

Freddie Mercury, foto Lewton Cole / Alamy / IPA


Innuendo, il quattordicesimo album in studio dei Queen, è uscito il 5 febbraio del 1991. È l’ultimo registrato dalla lineup originale: Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor. L’uscita dell’album, all’epoca, è stata una manna dal cielo per i fan, ancora sotto shock per il “rapimento” della linea di basso di Under Pressure – il singolo collaborazione con David Bowie – da parte di Vanilla Ice, che l’ha usata per la sua mega-hit Ice Ice Baby. «L’ho sentita per la prima volta in una sede del fan club», ha detto Brian May del pezzo. «Ho pensato: interessante, ma nessuno comprerà questa schifezza. Avevo torto, ovviamente».

Dopo la morte di David Bowie – a causa di un cancro al fegato –, avvenuta pochi dopo la pubblicazione del suo ultimo album Blackstar, molti hanno azzardato un parallelismo tra il percorso tragico di Bowie e quello di Innuendo, pubblicato pochi mesi prima della morte di Mercury, come tutti sanno dovuta alle complicazioni dell’AIDS. I rumor sulla salute del cantante dei Queen esplosero dopo una serie di apparizioni alla fine degli anni ’80, e in particolare dopo quella del 1990 al Dominion Theater di Londra, dove la band riceveva il Brit Award – “Outstanding Contribution to British Music” -, l’ultima volta che Mercury si è presentato in pubblico.

L’ultima fotografia di Freddie Mercury, scattata nel 1991

Nonostante tutto, però, le voci sulla sua malattia venivano regolarmente smentite, soprattutto da Roger Taylor, che insisteva a dire ai giornalisti che «Mercury era in salute e al lavoro». «Freddie aveva una tranquillità incredibile, non l’ho mai sentito lamentarsi», ha detto May nel documentario della BBC del 2011, Days of Our Lives. «Mi ricordo di una sera in particolare, eravamo in giro e lui aveva dei problemi con una gamba. Si è accorto che lo guardavo e mi ha detto: “Brian, vuoi vedere com’è davvero?”, mi ha mostrato come stava e quando ha visto la mia espressione ha aggiunto, “Sono davvero dispiaciuto, non volevo farti questo”. Non l’ho mai sentito lamentarsi, mai, non ha mai detto che la sua vita era una merda e che sarebbe morto. Mai, mai, mai. Era una persona incredibilmente forte».

Ascoltare Innuendo, così come Blackstar, non significa confrontarsi con il dolore di uomini con un piede nella fossa. Anzi, sono album di artisti che affrontano la malattia guardandola negli occhi, che vogliono «continuare a lavorare finché il corpo lo consentirà», come ha detto una volta Freddie.

E il suono di Innuendo conferma che faceva sul serio. L’album è il ritorno trionfale delle sonorità hard rock di The Miracle, uno dei loro lavori più sottovalutati, mescolate con qualche avventura nella psichedelia floydiana, nella prima EDM e nel romanticismo in stile Smiths. Si apre con la title track – sei minuti e mezzo con un ritmo bolero, un break flamenco e un finale da rock-opera -, un brano che tutti hanno subito definito come Bohemian Rhapsody II. Ma è una canzone con un’identità tutta sua, in parte debitrice dell’influenza di Kashmir degli Zeppelin, e anche l’unico brano della discografia con la partecipazione di un secondo chitarrista, Steve Howe degli Yes.

«Quando me l’hanno fatta sentire la prima volta ero sconvolto», ha detto Howe al magazine Prog nel 2012. «Poi mi hanno detto, in una specie di coro, “Vogliamo delle linee pazze di chitarra spagnola, improvvisa!” E così ho fatto, ma era difficile. Dopo un paio d’ore mi sono reso conto di avere qualche difficoltà, avevo bisogno di imparare la struttura, i passaggi armonici degli accordi, dovevo capire dove andava a parare la composizione. Ci abbiamo lavorato fino a sera, è stata una bella giornata. Poi ci siamo seduti a tavola, abbiamo cenato e solo dopo abbiamo riascoltato tutto. Erano molto soddisfatti».

May ha spiegato che i passaggi più heavy dell’album sono figli del suo amore per i guitar hero di fine anni ’80, Steve Vai e Joe Satriani. La sua performance, però, è tutto meno che virtuosismo fine a sé stesso, anzi è la dimostrazione definitiva di come la sua scrittura e quella di Mercury si completassero a vicenda, due metà di un cerchio perfetto. «Siamo sempre stati più forti tutti insieme», ha detto Roger Trayler in un video promozionale. «Mi sento fortunato, abbiamo passato momenti fantastici. Freddie era un vulcano d’energia, davvero. Lavorare con lui era come tirare sempre fuori il meglio di te stesso, riusciva a ispirare tutti quelli che erano attorno a lui».

Headlong nasce da alcune demo che Brian May ha registrato per un suo disco solista; quando ha chiesto a Freddie di registrare una parte di voce, si è reso conto che funzionava troppo bene per non essere un pezzo dei Queen. Anche le meno note The Hitman e I Can’t Live With You mostrano un ritrovato amore per le chitarre, per un sound aggressivo almeno tanto quanto avevano fatto nel 1974 con Sheer Heart Attack. Il ritorno del suono rock è stato accolto con gioia dai fan, soprattutto da quelli più preoccupati per le divagazioni nella New Wave e nel synthpop degli anni ’80. «Siamo sempre stati una band elettrica», diceva Taylor nel 1991. «Poi abbiamo provato a staccarci un po’, ma quando ci allontanavamo troppo c’era sempre qualcuno che si lamentava. Sono convinto che i nostri fan volessero un ritorno di chitarra, basso e batteria rock. L’album è nato pensando a questo».

Contemporaneamente, però, sono riusciti a uscire dalla loro comfort zone, esplorando suoni e arrangiamenti nati grazie ai testi, dove Mercury si confrontava con il peggioramento delle sue condizioni di salute. Freddie stava letteralmente morendo di fronte ai suoi amici, e l’esperienza ci ha regalato alcuni dei momenti più memorabili della loro discografia. I’m Going Slightly Mad, nonostante tutto il black humour, è un racconto commovente della sua battaglia contro l’AIDS, e soprattutto contro la demenza che ne deriva, uno dei problemi più drammatici affrontati durante le session.

Just savor every mouthful and treasure every moment when the storms are raging around you”, canta in Don’t Try So Hard, un brano ispirato al Britpop di fine decennio, con tanto di chitarre scampanellanti e sintetizzatore Korg M1 (suonato dal produttore David Richards). Poi la ballata These Are the Days of Our Lives, il singolo più significativo di Innuendo – pubblicato il giorno del 45esimo compleanno di Mercury -, con un video che passerà alla storia come l’ultima apparizione di Freddie in vita, girato a maggio del ’91 mentre soffriva terribilmente.

Fatemi cantare ancora, so che non mi rimane molto tempo

«Più peggiorava più ci dava l’impressione che avesse bisogno di suonare», ha spiegato Roger Taylor. «Aveva bisogno di trovare un motivo per andare avanti, e veniva in studio ogni volta che poteva. È stato un periodo di lavoro molto intenso». Innuendo è stato accolto molto positivamente dai fan e dalla critica, e Mercury ha subito pressato la band per continuare a battere il ferro finché era caldo. «Diceva sempre “Scrivetemi qualcosa, so che non ho ancora molto tempo”», ha detto May in Days of Our Lives. «Datemi cose da cantare, canterò e canterò. Poi quando non ci sarò più fatene quello che volete, finite come preferite».

Il risultato è Made in Heaven, con quella Mother Love registrata solo poche settimane prima della sua morte. Nel brano c’è una dichiarazione che sembra un testamento: “I long for peace before I die”. Nonostante tutto, però, ascoltando Innuendo si ha l’impressione che le sue ultime parole fossero già tutte lì, soprattutto nel finale The Show Must Go On.

Inside my heart is breaking”, canta Mercury in uno dei passaggi più emozionanti della canzone, un’addio commovente che ora ha un gemello in I Can’t Give Everything Away di David Bowie. “Il trucco sul mio viso si sta sciogliendo, ma il mio sorriso indugia ancora”.

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