Le canzoni scelte da Baglioni per il Festival di Sanremo. Le nostre pagelle (senza voti)

Il direttore artistico della 68esima edizione ci ha fatto ascoltare i brani dei 20 big. Ecco le nostre impressioni (e qualche spoiler sui duetti)

Claudio Baglioni, foto Maurizio D'Avanzo/MDPhoto / IPA


logo Michele Monina

Oggi in Rai a Milano, in corso Sempione, Claudio Baglioni ha presentato le venti canzoni dei BIG alla stampa. Lo ha fatto in video, causa influenza. Poco cambia. Quella che segue è una breve presentazione, atta a incuriosire, ma non troppo, perché visto che da regolamento quest’anno le canzoni le sentiremo tutte le sere della kermesse, poi come potremmo mai scrivere tutte quelle pagelle da Sanremo?

Ci sono belle canzoni, alcune molto belle, e brutte canzoni, alcune molto brutte. Insomma è Sanremo, bellezza.

“Il mondo prima di te” di Annalisa

Anno del Signore 2018. Annalisa, una delle più belle voci del panorama pop italiano torna a Sanremo. Stavolta porta una black ballad, fortunatamente lasciando perdere le canzoncine alla Benji e Fede. A un primo ascolta la sola cosa che resta è la sua voce. Non un ottimo segnale. Ma almeno è qualcosa.

“Il coraggio di ogni giorno” di Enzo Avitabile, Peppe Servillo

Se questo è il Festival di Sanremo per come lo conosciamo, di canzonette da cantare sotto la doccia, beh, qualcosa deve essere andato storto durante le selezioni. Perché questa è una signora canzone, con tutti i colori della napoletanità di chi la porta sul palco, world music che farà sballare gente come David Byrne e Peter Gabriel, ma che probabilmente annoierà a morte la very normal people. Bella assai.

“Passame er sale” di Luca Barbarossa

Leggi il titolo e pensi al compianto Lando Fiorini. Poi senti la canzone e ti viene in mente l’America. Certo, Roma, con quel ritmo, ma a suo modo sorprende, questo uso serio del dialetto. Bella.. Forse fuori tempo massimo, ma bella. Bbbentornato, Luca.

“Rivederti” di Mario Biondi

Che palle questa volontà di stupire a tutti i costi. Come il negare che la routine, la familiarità, la quotidianità abbia una sua rassicurante potenza. Ecco, Mario Biondi sposa questa mia teoria e propone la ballad che uno si sarebbe potuto immaginare da Mario Biondi. Nonostante questo, che palle.

“Eterno” di Giovanni Caccamo

Probabilmente le lettere di Scarabeo con cui è stato scelto il titolo erano quelle. In realtà si sarebbe dovuto intitolare Etereo. O meglio ancora Fatuo. Ma senza fuoco, non ce ne vogliano gli eredi di Pierre Drieu La Rochelle. Le parole finali del testo meritano una esecuzione pubblica, senza processo, come dopo la caduta del Muro di Berlino o la fine di una guerra.

“Ognuno al suo racconto” di Red Canzian

Finalmente si balla. Scherzo, anche se al momento l’ex Pooh è il solo a aver proposto un brano ritmato, come se la vittoria di Gabbani l’anno scorso avesse indotto tutti alla ballata. Per rispetto della storia di Red eviterò di esprimere un parare sommario. Mi chiedo solo cosa dovevano essere le canzoni scartate.

“Lettera dal Duca” Decibel

Per amicizia nei confronti di Enrico Ruggeri non dovrei commentare. Ma siccome anche quest’anno, per nostra fortuna, è proprio lui a portare della qualità sul palco dell’Ariston, non mi astengo. Le progressioni bowiane della musica, il coraggio di portare al Festival una canzone, questa sì, di caratura internazionale, merita lo strappo di una regola. Giganteschi.

“Adesso” di Diodato e Roy Paci

Diodato è bravo. Ci regala una canzone epica, con un incedere emotivo molto coinvolgente. A suo modo una hit, con un refrain che ti si incolla alla testa. Roy Paci, però, non è pervenuto, se non per pochi secondi.

“Arrivedorci” Elio e le storie tese

La vera genialità della band è stata far accettare da tutti il semplice fatto che la band è una band di geni. La canzone dell’addio è inraccontabile. Per certi versi una sorta di enciclopedia del rock anni sessanta, ma sarebbe inutile descrivere una canzone fatta proprio per essere portata lì, su quel palco. Addio. E grazie per il pesce.

“Il segreto del tempo” di Riccardo Fogli & Roby Facchinetti

Storie di tutti i giorni. E una canzone dei Pooh, scegliete voi quale. Sono stato bambino negli anni settanta, non fatemele giudicare, dai. Comunque a distanza di ore ancora me la ricordo, chiamate un bravo esorcista, cazzo.

“La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” di Max Gazzè

La polifonia irrompe in questo bizzarro Festival di Sanremo, e l’irruzione avviene nel modo più inaspettato, attraverso la canzone presentata da un bassista. Perché questa canzone, polifonica appunto, si poggia tutta sugli archi a discapito del ritmo, grande assente. Difficile da intercettare.

“Frida” The Kolors

Fosse la volta buona che Levante capisce che non è lei la titolare delle ciglia folte e dei lunghi capelli neri. No, scherzo. Non ho capito se parli di Frida Kahlo. E onestamente non avrei capito neanche che è dei Kolors, se non fosse che lo hanno annunciato prima dell’ascolto. Niente chitarre. Molto Tormento, periodo Sottotono, che poi è come dire uno dei tanti nuovi, da Frah Quintale a Coez. Mi lascia perplesso, ma me ne farò una ragione.

“Non mi avete fatto niente” di Ermal Meta e Fabrizio Moro

Ecco la vincitrice annunciata del Festival, senza voler portare sfiga. I due si impastano bene. La canzone gira bene. Parla dell’oggi, di come reagire al terrore e alla guerra. Vincesse davvero non sarebbe un crimine. Più alla Ermal Meta che alla Fabrizio Moro, come struttura, ma con dentro anche il tipico flow di quest’ultimo. Non ci fa saltare sulla sedia, ma regge le aspettative.

“Non smettere mai di cercarmi” di Noemi

Ecco la seconda donna in scaletta su venti artisti in gara (in realtà il rapporto, contando duetti e band, è trentacinque a quattro). Ecco la seconda black ballad. Qui però ci sono molte parole anche nel refrain, non solo nelle strofe, seppur a chiudere le rime c’è sempre una parola trattenuta. Fortunato Zampaglione non ha dato la sua benedizione. Avessi venti anni, forse, potrebbe anche emozionarmi, ma per fortuna o purtroppo ho vissuto.

“Almeno pensami” di Ron

Ron presenta un inedito di Lucio Dalla. La faccenda dovrebbe fermarsi qui. Ron. Lucio Dalla. Ecco, una voce che sa emozionare al servizio di una canzone che sa emozionare. Leggi alla voce classe. Ecco, piango.

“Custodire” di Renzo Rubino

A Rubino andrebbe dedicata una puntata, o una porzione di puntata del programma di Alberto Angela, è una meraviglia italiana. Fuori dal tempo. Poetico. Bellezza in musica. Un giovane che si è mangiato un vecchio, per nostra fortuna. Il tocco di Sangiorgi, onestamente, non sembra così fondamentale. Qui c’è la canzone.

“Una vita in vacanza” Lo Stato Sociale

Di colpo, dopo aver scelto Facchinetti e Beppe Servillo, qualcuno che vuole bene a Baglioni, non il classico Yes Man, ma proprio uno che gli vuole bene deve avergli fatto notare, magari con tatto, che siamo nel 2018. Gli avrà detto qualcosa tipo, guarda che esiste Spotify, lo streaming, i video, l’indie. Baglioni lo deve aver guardato come una mucca che mastica erba buona in un prato fuori Cork. Poi deve aver detto, è vero, quindi? Così tra i venti nomi ecco Lo Stato Sociale, che manderanno fuori di testa i ragazzini, sempre che sopravvivano a Red Canzian e alla Vanoni. Noi siamo giovani dentro, quindi ci piacciono anche quando sono più mainstream del solito.

“Imparare ad amarsi” di Ornella Vanoni con Pacifico e Bungaro

Probabilmente la più bella canzone in gara. O una delle più belle, con quella di Ron e dei Decibel. Farina del sacco di Bungaro e Pacifico, che giustamente Ornella si è portata dietro (anche se si sente solo Bungaro). Nel Festival dei soli uomini e dei quarantotto anni di età media meriterebbe la vittoria al televoto, tanto per dimostrarci che a volte il popolo non è bue.

“Così sbagliato” Le Vibrazioni

Le Vibrazioni sono tornare. I tempi erano maturi. I Modá sono al momento in stand by. I Negrita non hanno azzeccato il nuovo singolo. La canzone che presentano al Festival ci dimostra che Sarcina, se ha la giusta canzone a disposizione, sa cantare davvero bene. Non è questa la volta buona, ma in radio funzionerà, anche grazie alla cura Chiaravalli.

“Senza appartenere” di Nina Zilli

Il nostro subconscio ci ama. O dovrebbe amarci. Per questo, seppur in presenza di malinconie e tristezze, tendiamo a dimenticare i dolori e le cose brutte. Non sopravviveremmo, altrimenti. Conto molto sul mio subconscio, quindi.

P.S. Alla fine degli ascolti Baglioni, sempre in video, ha annunciato alcuni duetti per la serata del venerdì. Li riportiamo senza commenti, alcuni sono stati davvero sorprendenti, altri decisamente meno. Le Vibrazioni con Skin. Ornella Vanoni, Bungaro e Pacifico con Alessandro Preziosi. Renzo Rubino con Serena Rossi. Fogli e Facchinetti con Giusy Ferreri. Annalisa e Michele Bravi. Mario Biondi e Jobim e Ana Carolina. Giovanni Caccamo. Arisa. Red Canzian e Marco Masini. Elio e le storie Tese coi Neri Per Caso. Luca Barbarossa e Anna Foglietta. Ron e Alice.