Le 40 canzoni più forti dei Led Zeppelin

Riff che hanno cambiato il mondo, furia blues, grandiose power-ballad e hobbit: la guida definitiva ai migliori momenti della band di Jimmy Page

I Led Zeppelin, dettaglio della copertina della raccolta 'Early Days'


1. “Whole Lotta Love” (1969)

La canzone che definisce i Led Zeppelin: oscena, brutale e assolutamente fantastica. “Dentro, fino in fondo”, grida Robert Plant, “Voglio darti il mio amore fino all’ultimo centimetro” e poi: “Voglio essere quello che entra dalla porta di dietro”, tanto per aggiungere un po’ di romanticismo. I vocalizzi che fa dopo sono ancora più sconci, specialmente intorno al minuto 4:30, in cui urla “love” e poi si lancia con tutto se stesso dentro a un buco nero fatto di eco (le tracce vocali fantasma che si sentono in sottofondo sono il risultato di un errore, una vecchia registrazione mai utilizzata che finisce sul nastro e che Jimmy Page decide di tenere). Per quanto riguarda soprattutto il testo, anni dopo Robert Plant ammette chiaramente il suo debito nei confronti del maestro blues Willie Dixon e della sua You Need Love, interpretata da Muddy Waters nel 1962. Dixon fa causa ai Led Zeppelin e vince: «Ho pensato: “Cosa posso cantare?” e mi è venuto in mente il suo pezzo», ha detto Plant: «Si è trattato di un furtarello, niente di più. Che ora è stato ampiamente ripagato». Ma Whole Lotta Love, registrata agli Olympic Studios e mixata a New York, è molto più di un semplice remake. La sezione di mezzo è un trip mentale a raggi ultravioletti, un tornado di gemiti orgasmici, giochetti con i piatti della batteria e preliminari con il theremin da brividi, il tutto enfatizzato dalla registrazione in stereo. Il riff di Jimmy Page, suonato usando una slide metal e aumentato con l’uso dell’eco in sottofondo, è una delle cose più feroci e dirette mai create con una Gibson Les Paul, e John Paul Jones e John Bonham lo sostengono colpo su colpo. Page ha detto: «Che posso dire? Solitamente i miei riff sono piuttosto originali»

2. “Stairway To Heaven” (1971)

Un pezzo che svetta sul rock anni ’70 come un monolite. Dall’atmosfera elisabettiana dell’intro acustico al misticismo del testo, fino all’assolo in crescendo, questi 8 minuti sono un capolavoro di intensità che si svela lentamente, trattiene il suo potere e poi ascende verso l’alto come nient’altro nella storia del rock. «Sale come una botta di adrenalina», ha detto Page, che con le sue improvvisazioni accompagna alla perfezione le invocazioni di Plant all’eccesso e alla salvezza: «Per noi è stata un pietra miliare».

3. “Black Dog” (1971)

Probabilmente il riff più cattivo dei Led Zeppelin, tirato fuori da John Paul Jones che aveva in testa un pezzo di Muddy Waters. Page lo trasforma in una specie di balletto al ritmo di una sega elettrica con la sua Les Paul, aggiungendo sovraincisioni di chitarra ritmica per spezzare ancora di più la sezione di mezzo. Ma è il testo di Plant a creare l’alchimia definitiva; non sarà certo Shakespeare ma, usando le parole dello stesso Plant, un pezzo come Black Dog «dice quello che deve dire».

4. “Kashmir” (1975)

Il suono più maestoso nella carriera dei Led Zeppelin, in parte perché è una delle poche canzoni in cui la band aggiunge musicisti esterni (una sezione di fiati e archi) per aumentare i vortici del mellotron di Jones, l’incalzante marcia druidica di Bonham e la vibrazione arabo-indiana di Page («Ho avuto un sitar prima ancora di George Harrison», ha detto). Il testo nasce dal ricordo di un viaggio infinito in macchina attraverso il deserto nel Sud del Marocco. Secondo Robert Plant è «il pezzo definitivo dei Led Zeppelin».

5. “Ramble On” (1969)

il primo pezzo in cui Plant tira fuori il suo alter ego da narratore mistico mette insieme temi tipici del blues (intraprendere un cammino in cerca di una donna) con riferimenti a Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Inizia con un arpeggio acustico di Page e un ritmo fatto da Bonham forse battendo le mani sulle ginocchia, forse sulla custodia di una chitarra o su uno sgabello (nessuno se lo ricorda). Quando parte il ritornello, Page si accende con un lick affilato e Plant si trasforma da hobbit in macchina del sesso.

6. “Good Times Bad Times” (1969)

Il primo pezzo del primo album degli Zeppelin introduce la band con una dichiarazione di sfida (“Non mi interessa quello che dicono i vicini”), un riff elettrico e un pattern di batteria sincopato e inquieto che Page ha citato come l’esempio migliore della «fantastica tecnica» di Bonham. Il testo è un classico lamento blues nei confronti di una donna malvagia, il messaggio è immediato come uno schianto in macchina: gli Zeppelin usano la formula della band composta da quattro elementi in un modo nuovo ed esaltante.

7. “Immigrant Song” (1970)

Nessun pezzo hard rock ha un inizio così minaccioso: “Veniamo dalla terra del ghiaccio e della neve”. Il testo è ispirato al concerto in Islanda nel giugno 1970, durante l’estate artica in cui il sole non tramonta mai. Plant immagina la storia di un capo vichingo che si prepara a lanciare un’invasione ed è pronto a morire. «Doveva essere un pezzo potente e divertente». Il riff staccato di Page potrebbe spaventare Thor e costringerlo alla resa e l’urlo alla Tarzan di Plant aggiunge un altro strato di primitiva barbarie.

8. “When the Levee Breaks” (1970)

Gli Zeppelin in versione blues band da incubo a occhi aperti, con un testo copiato da Memphis Minnie che parla di un’epica alluvione e una produzione folle di Page che usa un’eco pesante, un’armonica registrata al contrario e un playback in slow motion. La batteria gigantesca di Bonzo, registrata nella tromba delle scale di Headley Grange viene campionata da tutti (i più famosi sono i Beastie Boys in Licensed to Ill): «L’acustica era così bilanciata che non abbiamo neanche dovuto microfonare la grancassa», ha detto Page.

9. “Rock and Roll” (1971)

I Led Zeppelin stanno provando Four Sticks quando Bonham improvvisa l’intro di batteria e piatti di Rock and Roll imitando le prime battute della hit del 1957 di Little Richard, Keep a Knockin. Intitolato originariamente It’s Been a Long Time, questo pezzo esprime il desiderio palpabile di innocenza e gioventù tipico del rock anni ’50: Plant cita lo “Stroll”, un vecchio stile di ballo e un pezzo del 1958 dei Monotones, The Book of Love, ma il suono rielabora il rock&roll come un genere feroce e moderno.

10. “Misty Mountain Hop” (1971)

Il catalogo dei Led Zeppelin è pieno di misteri, ma nessuno è più grande di questo: come può una canzone sul flower power e Tolkien essere così funky? Il piano umido di Jones si aggancia al riff a capofitto di Page e al groove scivoloso di Bonham che avanza a valanga mentre Plant evoca scontri tra hippie e poliziotti che gli fanno venire voglia di scappare sulle montagne fantastiche citate nel titolo. «Questa canzone parla di venire beccati in un parco con la cosa sbagliata rollata nelle tue cartine», ha detto Plant.

11. “Going to California” (1971)

La canzone più graziosa della band: il fingerpicking di Page si intreccia con il mandolino di Jones, mentre Plant si cimenta nella pronuncia nasale del country. Si dice sia stata scritta per Joni Mitchell, ma potrebbe essere dedicata a ogni ragazza californiana “con l’amore negli occhi e i fiori nei capelli”. Nel 1971 i Led Zeppelin ne avevano tante.

12. “Communication Breakdown” (1969)

il riff di questa canzone, Communication Breakdown, si avvicina molto al punk, sette anni in anticipo sui tempi. Il testo allude al pezzo Nervous Breakdown di Eddie Cochran, ma se la scintilla viene dagli anni ’50, l’attacco folle degli Zeppelin è qualcosa di brutalmente nuovo.

13. “Dazed and Confused” (1969)

Questo mostro blues psichedelico diventa il momento centrale dei loro concerti per anni. La versione originale è di Jake Holmes, che la registra nel 1967. Page la reinventa per il disco di debutto degli Zeppelin. L’infinita versione dal vivo, con gli epici assoli suonati da Page con l’archetto, arriva a durare fino a 45 minuti.

14. “The Ocean” (1973)

Dedicata al loro mare di fan, The Ocean ha un ritmo funky intricato che gli air drummer di tutto il mondo hanno incasinato per decenni. È anche l’esordio di Bonham come cantante: insieme a Jones fa i cori nell’outro e, quando scandisce il conteggio all’inizio del pezzo, sembra un incrocio tra un pirata e un rapper.

15. “What Is and What Should Never Be” (1969)

È uno dei primi pezzi scritti da Plant e si dice parli della propria relazione con la sorella di sua moglie. La produzione frastornata e il cambio di marcia tra le strofe dolci e pastorali e il ritornello demoniaco creano una musica stretta tra la dichiarazione d’amore e la fantasia sessuale più torrida.

16. “Over the Hills and Far Away” (1969)

Sorprendentemente, questo atipico pezzo boogie-rock in chiave pop è il primo singolo dei Led Zeppelin a non entrare nella Top 50. Plant fa una avance sincera accompagnato dall’arpeggio di chitarra di Page, poi la band entra di colpo per tre minuti di veloce e impetuoso treno rock&roll.

17. “The Battle of Evermore” (1971)

Una dimostrazione dell’amore dei Led Zeppelin verso il folk che salta subito all’occhio, con la partecipazione di Sandy Denny dei Fairport Concention e Page al mandolino (che non ha mai suonato prima). È anche il riferimento più esplicito a Il Signore degli Anelli, con le immagini di guerre combattute sulle montagne e spettri.

18. “The Song Remains the Same” (1971)

Scritto dopo il viaggio di Page e Plant a Bombay, è un pezzo influenzato dal raga indiano, pensato in origine come un brano strumentale. I Led Zeppelin nella loro versione più solare celebrano l’universalità della musica proprio mentre diventano probabilmente la più grande band del mondo.

19. “Gallows Pole” (1970)

Il pezzo più antico del repertorio dei Led Zeppelin è un brano folk che risale a diversi secoli fa, conosciuto in realtà come The Maid Freed from the Gallows. Page e Plant aggiungono l’arrangiamento frenetico in crescendo (nel quale Page debutta al banjo affiancando il mandolino di Jones) e il finale horror.

20. “D’yer Mak’er” (1973)

Tutto è iniziato con l’idea di fare l’occhiolino al reggae, il nuovo fenomeno musicale del 1972. Il risultato è un’improvvisazione tra rock steady, doo-wop e heavy metal. Il modo di cantare frastornato di Plant trasforma i vocalizzi balbettanti in uno dei pezzi più pop della band.

21. “Dancing Days” (1973)

Dopo averla registrata a Stargroves, la casa in campagna di Mick Jagger, i membri della band sono così esaltati che corrono sul prato a ballare. La musica, in particolare la chitarra slide, è ispirata al viaggio di Page e Plant a Bombay, il testo è una visione alla Beach Boys dell’estate come un Eden.

22. “Heartbreaker” (1969)

L’assolo di page diventa un libro di testo dell’heavy metal, e con i suoi fuochi d’artificio ispira il giovane Eddie Van Halen a immaginare l’impossibile. Un classico dei concerti, durante i quali Page infila nell’improvvisazione la composizione Bourée in Mi minore di Bach e altre citazioni.

23. “Nobody’s Fault But Mine” (1969)

Un lamento blues fantascientifico che amplifica la desolatezza dell’originale di Blind Willie Johnson. Plant confessa i suoi peccati e tira fuori le note dal profondo della gola e l’inizio potrebbe essere considerato l’ultimo epico riff blues di Page, distante e ondulato come un SOS proveniente da un pianeta alieno.

24. “Fool in the Rain” (1979)

«I Led Zeppelin non sono un gruppo nostalgico», ha detto Page sfidando i punk che attaccano la band. Qui si sente la loro inquietudine eclettica: da un brano samba sentito da Jones e Plant guardando la Coppa del Mondo del ‘78 nasce una jam session Latin che Page ha definito: «Un ponte verso quello che avrebbe potuto succedere».

25. “Baby I’m Gonna Leave You” (1969)

Jimmy Page sceglie questo pezzo da un disco di Joan Baez del 1962. È una cover piena di improvvisazioni simile a quelle che facevano i Vanilla Fudge o i Blue Cheer, ma poche altre band pescano nel genere folk, e nessuna sa suonare in modo così preciso e viscerale.

26. “Trampled Under Foot” (1975)

Il pezzo più funky della band: Jones suona il clavinet ispirandosi a Superstition di Stevie Wonder, Page suona il wah-wah, insieme cavalcano il beat proto-disco di Bonham. Plant usa immagini di automobili per creare una metafora sessuale che ricorda Terraplane Blues di Robert Johnson.

27. “Houses of the Holy” (1975)

Registrata per l’omonimo album, viene scartata perché troppo simile a Dancing Days e ripresa quindi in Physical Graffiti. Page sparge schegge di proiettili, mentre Plant evoca riti di fertilità e letture di tarocchi. Rick Rubin l’ha definita: «La canzone più compatta dei Led Zeppelin».

28. “No Quarter” (1973)

il pezzo più psichedelico dai tempi di Dazed and Confused mette in mostra il piano jazz di Jones nella parte centrale. Se la strofa “Camminando fianco a fianco con la morte / Il diavolo si fa beffe di ogni loro passo” non ha inventato la mitologia heavy-metal, sicuramente ha piantato un seme.

29. “Thank You” (1973)

«A volte gli zeppelin erano volgari e indecenti, a volte piacevoli e delicati», ha spiegato Robert Plant. Thank You rappresenta il lato felicemente sposato della band: Plant canta una dichiarazione d’amore piena di gratitudine a sua moglie Maureen Wilson, e l’organo di Jones è come una processione regale.

30. “In My Time of Dying” (1975)

Il pezzo più lungo registrato in studio dalla band trasforma uno standard gospel in un mostro da stadio grazie alla chitarra slide di Page, alla linea di basso di Jones e al potente groove di Bonham. Dal vivo Plant la dedica alla Regina Elisabetta, un’allusione scherzosa al loro esilio dall’Inghilterra per motivi fiscali.

31. “Moby Dick” (1969)

L’epico assolo di batteria di Bonham inizia da un’improvvisazione basata su The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair di Sleepy John Estes. Dal vivo dura fino a 30 minuti, sul disco è in una versione tagliata a 4 minuti pieni di incedere sincopato, con un suono che sembra un tuono che avanza sui tom-tom.

32. “The Wanton Song” (1975)

«Non esistono molti riff migliori di questo», ha dichiarato una volta Dave Grohl. Anche se il groove galoppante tra le ottave è il gemello di quello di Immigrant Song, Page lo rinnova con un assolo in 3D. Notevole anche la strofa di Plant in cui parla di una donna che «ha preso il mio seme dal mio corpo tremante».

33. “Living Loving Maid (She’s Just a Woman)” (1969)

Secondo voi i Led Zeppelin non hanno fatto canzoni brutte? Page non è d’accordo: nel 1990 lascia fuori questa dal loro cofanetto definitivo, e dal vivo la band non la suona mai. Eppure, questo pezzo veloce e metallico dedicato a una groupie ormai vecchia diventa un classico in radio.

34. “The Rain Song” (1969)

Uno dei momenti migliori di Page, che suona linee scintillanti di chitarra acustica ed elettrica affiancando gli accordi lussureggianti del mellotron di Jones. La leggenda dice che sia una risposta a George Harrison, che un giorno lo aveva sfidato: «Non avete una ballad». Verso la fine Bonham e Plant la fanno comunque ruggire.

35. “Tangerine” (1970)

L’escursione più importante della band nel country risale a Knowing That I’m Losing You, un pezzo scritto da Page e Keith Relf con gli Yardbirds nel ’68. Page la recupera grazie al nuovo testo di Plant che «parla dell’amore nella sua fase più innocente». Page ha detto: «Non siamo una band datata, e questa è la dimostrazione».

36. “Since I’ve Been Loving You” (1970)

Page passa mesi a lavorare sull’assolo, poi sceglie la prima versione demo. Fa bene: questo blues lento è uno dei momenti più profondi della band, con la chitarra di Page che spazia da momenti rarefatti ad attacchi rabbiosi, l’organo bollente di Jones e Plant che grida con il cuore spezzato.

37. “Four Sticks” (1971)

Questo pezzo esotico è costruito da Jimmy Page intorno a raffiche a salve di chitarra. La struttura metrica cambia da 5/8 a 6/8, la band pensa sia troppo difficile e quasi la scarta. Poi Bonham rientra in studio, dopo essere stato al pub, e la esegue alla perfezione tenendo due bacchette in ogni mano (da cui il titolo).

38. “Traveling Riverside Blues” (1969)

Cover di Robert Johnson. Page sfoggia la sua folle slide acustica e Plant sviluppa il monologo sul tema “spremi il mio limone” reso celebre da Led Zeppelin II.

39. “All My Love” (1979)

Uno degli unici due pezzi non firmati da Page. È il tributo di Plant a suo figlio Karac, morto nel 1977. Secondo un amico, Page la odiava, «ma siccome è dedicata a Karac non l’ha mai detto».

40. “In the Evening” (1979)

Page amplifica la chitarra con un Gizmotron, Jones suona un synth alla Abba, Plant si lamenta per la solitudine e Bonzo pesta come una bestia ferita: elettronica e potenza rock insieme.

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