Le 100 migliori canzoni Hip-Hop di tutti i tempi (59-40)

Da Grandmaster Flash a Tupac, passando per Eminem e Missy Elliott, una giuria d'eccezione ha scelto i brani che hanno fatto la storia del genere

Nacque tutto 40 anni fa con un blackout che annerì Manhattan. I primi dj radunavano la gente nei parchi per ballare, spesso attaccando la spina dei loro giradischi ai pali della luce. Nel giro di pochi anni quelle musica è diventata una rivoluzione che, partendo dagli eroi della old school, è diventata una delle forme d’arte più espressive della Storia americana. Rolling Stone si è occupato di hip hop fin da quando era un fenomeno underground di New York, anni prima di MTV e del dominio delle playlist radiofoniche. Questa classifica, inserita nello speciale sull’hip hop in edicola, è stata redatta da una giuria d’eccezione, che ha selezionato i 100 migliori brani della storia dell’hip hop.

59. “The Show” di Doug E. Fresh and the Get Fresh Crew (1985)

Il vertiginoso beatbox umano di Doug E.Fresh e il fascino malizioso di Slick Rick trasformano questo singolo (accompagnato dal classico La Di Da Di) in una hit globale: «Avevo 17 anni», ricorda Fresh «e ho guadagnato un milione di dollari».

58. “Stan” di Eminem feat. Dido (The Marshall Mathers LP, 2000)

Il pezzo più spaventoso di Eminem (con un sample della hit di Dido, Thank You), perché sembra una storia vera: un fan ossessionato che mette in atto le sue fantasie più malate. «Alla fine del pezzo cerco di aiutarlo», ha detto Em, «volevo mostrare chi sono veramente».

57. “Passin’ Me By” di The Pharcyde (Bizarre Ride II the Pharcyde, 1992)

I Pharcyde escono dal loro laboratorio musicale di South Central per portare talento ed esuberanza: quattro MC perfettamente affiatati rappano con umorismo su un ritmo alla Bomb Squad: «Come un bellissimo uccello che ti gira sopra la testa tutto il giorno», ha detto SlimKid3.

56. “Grindin’” di Clipse (Lord Willin’, 2002)

Il duo di produttori The Neptunes (di cui fa parte Pharrell Williams) cucina un agghiacciante beat electro-funk per una band di amici di Virginia Beach, i Clipse. Il risultato è una drug song classica con un rap di Pusha T che inneggia alla cocaina.

55. “White Lines (Don’t Don’t Do It)” di Grandmaster and Melle Mel (1983)

Il pezzo contro la droga più funky di sempre e, insieme a Rapture dei Blondie, uno dei primi incroci tra il rap e il nuovo genere New Wave. Proprio come dice l’MC Melle Mel nel testo: qualcosa di fenomenale.

54. “Gin and Juice” di Snoop Doggy Dogg (Doggystyle, 1993)

La rima “Con i soldi in testa e la testa nei soldi” diventa un principio fondamentale dell’hip hop e segna il trionfo del G-Funk californiano. «I bianchi sono miei fan», ha detto Snoop a Rolling Stone nel 1993, «sono uno del ghetto che ce l’ha fatta e lo sta dimostrando alla società».

53. “King of Rock” di Run-DMC (King of Rock, 1985)

L’inno rap/rock definitivo grazie alle rime di Run (“Sono il re del rock, nessuno è meglio di me / Chiamatemi Sire, stupidi MC”) e i riff di chitarra esplosivi di Eddie Martinez. Con questo pezzo, nel 2009 i Run-DMC vengono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame.

52. “Big Poppa” di The Notorious B.I.G. (Ready to Die, 1994)

La hit che fa impazzire l’America per un ragazzo di strada sovrappeso di Brooklyn, grazie al suo ritmo lento e a un video favoloso: «Il riferimento era It Was a Good Day di Ice Cube», ha raccontato il produttore Chucky Thompson, «Big Poppa è sulla stessa lunghezza d’onda».

51. “Bring the Noise” di The Public Enemy (It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, 1988)

L’annuncio della verità con il rap di Chuck D, che sembra cantare in un megafono, lo scratch bollente della Bomb Squad, le assurdità di Flavor Flav e un tappeto di sirene, fiati e kick-drum. Chuck D ha spiegato così l’origine di Bring the Noise: «Eric B e Rakim e i Boogie Down Productions avevano cambiato il mondo, amico. Bisognava essere più veloci, più funky e riuscire a dire qualcosa di serio con cui la gente potesse identificarsi».

50. “B.O.B.” di OutKast (Stankonia, 2000)

Gli OutKast salutano il XXI secolo con un pezzo che sarà avanti anche nel XXII: Big Boi e André 3000 si ispirano alla drum-and-bass che sentono a Londra: «Non mi piaceva niente dell’hip hop al tempo», dice André, «quella musica era forte, ho pensato a come americanizzarla». Un beat delirante, una chitarra che sembra quella di Hendrix a Monterey e un insieme di voci ammassate in un coro gospel guidato da Afrika Bambaataa. La hit alternativa migliore di sempre.

49. “The Adventures of Grandmaster Flash on the Wheels of Steel” di Grandmaster Flash and the Furious Five (1981)

«Ero un grande sampler umano», ha detto Joseph “Grandmaster Flash” Saddler a proposito del suo rivoluzionario modo di usare il giradischi. Non è mai stato così bravo come in questo pezzo che dà credibilità alla figura del dj hip hop, affermandolo come un nuovo tipo di musicista pop. La carriera di Flash inizia nel 1974, quando, insieme ad altri ragazzini ancora troppo piccoli per entrare in discoteca, si inventa le feste in casa e in strada nel suo quartiere, il South Bronx. È anche un appassionato di tecnologia che si crea da solo una strumentazione unica: tre giradischi e un crossfader (uno strumento che ha sperimentato per primo) e un modo frenetico di muoversi sui piatti. In questo pezzo, il 23enne Grandmaster Flash crea un pezzo da festa infinito scratchando, tagliando e reinventando letteralmente i dischi («Mi interessavano solo quelle brevi parti in crescendo», ha raccontato). Queen, Blondie, Chic: nel suo mix c’è spazio per tutti. Flash inserisce anche alcune delle prime hit rap di Spoonie Gee e della sua crew, i Furious Five. L’autopromozione non ha mai suonato così bene.

48. “The Symphony” di Marley Marl (In Control, Volume 1, 1988)

Marley Marl è il primo superproduttore hip hop, un maestro del sample che influenza artisti del suono da RZA a Dr.Dre. The Symphony è il beat per le generazioni a venire: un break di batteria feroce, un piano preso da Otis Redding e i migliori membri della The Juice Crew. Flow migliore: Big Daddy Kane. Strofa migliore: Kool G Rap (“Mando all’ospedale anche i veterani / Perché nelle risse brillo più della compagnia elettrica Con Edison”). Uomo Partita: Marley Marl.

47. “That’s the Joint” di Funky 4+1 (1980)

L’essenza dei primi party hip hop: quasi 10 minuti di incitazioni e grida sparse su un beat disco scatenato. Per gli standard di sbruffoneria di oggi, il testo è abbastanza pittoresco (“Abbiamo le rime in testa e il ritmo nel cuore”), ma il giro di basso del dio delle quattro corde Doug Wimbish è funky al livello di Bootsy Collins. La vera star però è “la ragazza più uno” dei Funky 4+1, ovvero Sha-Rock (vero nome Sharon Green), la prima MC donna in un singolo rap.

46. “Push It” di Salt-N-Pepa (Hot, Cool and Vicious, 1986)

Uno dei primi rap a dominare le classifiche dance è il pezzo da festa perfetto. Il groove elettronico è mostruoso e il ritornello condensa il messaggio di tutte le canzoni del mondo in nove parole indelebili: “Push It! Push it good! Push it real good!”. “Salt” James e “Pepa” Denton non sono delle virtuose, ma surclassano tutti: «Non c’erano molte ragazze al tempo», ricorda Pepa, «noi eravamo dirette, coraggiose e pronte a dire le cose in faccia. Non ce ne fregava niente!».

45. “Lost Ones” di Lauryn Hill (The Miseducation of Lauryn Hill, 1998)

La prima traccia del capolavoro di Lauryn Hill è l’esempio di come sia una grande cantante che sa rappare. Lauryn lo registra in Jamaica rappando (e cantando) in dialetto patois di Trenchtown: “È divertente vedere come i soldi cambino le cose”, dice nella prima strofa. Il resto non è divertente: un atto di accusa contro l’arroganza, l’avidità e l’aridità spirituale. Al suo ex compagno dei Fugees ed ex fidanzato Wyclef Jean probabilmente fischiavano le orecchie.

44. “Me, Myself and I” di De La Soul (3 Feet High and Rising, 1989)

Costretti dalla loro etichetta a inserire nel loro album d’esordio un pezzo che non fosse «pretenzioso», i De La Soul si inventano una jam cosmica che fa ballare tutti. Etichettati come “gli hippy dell’hip hop” per il loro stile, ispirano tutto il movimento Native Tongues e gruppi come A Tribe Called Quest o Jungle Brothers. «È vero, torniamo indietro agli anni ’60», ha detto Posdnuos nell’89, «ma anche agli anni ’70, ’50, ’80 e poi andiamo avanti nel futuro».

43. “Top Billin’” di Audio Two (What More Can I Say?, 1988)

Rappando sul break di batteria di Impeach The President degli Honey Drippers, Kirk “MC Milk Dee” Robinson ringrazia i suoi genitori, si vanta della sua guardia del corpo ed esalta il suo quartiere, Bed Stuy, e suo fratello DJ Gizmo. Invita anche gli altri MC a “copiare le mie rime, se avete il coraggio”. Lo fanno in tanti: il ritornello (Milk is chillin’, Gizmo’s chillin’ / What more can I say? Top Billin) viene rappato da miliardi di MC, da Dre a Biggie, a Jay-Z.

42. “South Bronx” di Boogie Down Production (Criminal Minded, 1987)

Kris “KRS-One” Parker dei BDP è il professore e questo pezzo è una materia di studio fondamentale per l’hip hop. DJ Scott La Rock tesse la trama con un sample di James Brown e KRS ricorda l’epoca d’oro dei freestyle nei parchi di New York di fine anni ’70 e i pionieri Kool Herc e Afrika Bambaataa. Purtroppo, nello stesso anno in cui questo pezzo esce, La Rock viene ucciso mentre cerca di sedare una rissa. È la fine di una delle carriere più promettenti dell’hip hop.

41. “California Love” di 2Pac feat. Dr. Dre e Roger Troutman (Criminal Minded, 1987)

2Pac festeggia il suo ri- lascio (“Appena uscito di galera sogno la California”) con una “serenata alle strade di L.A.”. A far splendere il sole ci pensa Dr. Dre con un groove funky e un delizioso ritornello cantato nel Vocoder dal leggendario Roger Troutman. «È scoppiato il pandemonio», racconta Kendrick Lamar, che era sulle spalle di suo padre mentre Dre e Pac giravano il videoclip. «Da quel giorno ho voluto essere un artista».

40. “The Breaks” di Kurtis Blow (1980)

La prima hit rap uscita per una etichetta major, n. 87 nella classifica Billboard, è un pezzo semplice: una linea di basso ampia, un beat martellante e Kurtis Blow da Harlem che dirige la festa a colpi di break di batteria. Kurtis Blow porta The Breaks in tour in tutti gli Stati Uniti, diffondendo la cultura B-boy («Poche persone fuori da New York sapevano cos’era», dice) e apre la strada a MC come Run dei Run-DMC, che all’inizio si faceva chiamare «il figlio di Kurtis Blow».