Le 100 migliori canzoni Hip-Hop di tutti i tempi (39-21)

Da Grandmaster Flash a Tupac, passando per Eminem e Missy Elliott, una giuria d'eccezione ha scelto i brani che hanno fatto la storia del genere

Nacque tutto 40 anni fa con un blackout che annerì Manhattan. I primi dj radunavano la gente nei parchi per ballare, spesso attaccando la spina dei loro giradischi ai pali della luce. Nel giro di pochi anni quelle musica è diventata una rivoluzione che, partendo dagli eroi della old school, è diventata una delle forme d’arte più espressive della Storia americana. Rolling Stone si è occupato di hip hop fin da quando era un fenomeno underground di New York, anni prima di MTV e del dominio delle playlist radiofoniche. Questa classifica, inserita nello speciale sull’hip hop in edicola, è stata redatta da una giuria d’eccezione, che ha selezionato i 100 migliori brani della storia dell’hip hop.

39. “My Name Is…” di Eminem (The Slim Shady LP, 1999)

“Dio mi ha mandato sul-la Terra per fare incazzare tutti”, annuncia Eminem. Missione compiuta. Una cosa mai vista prima: un rapper bianco cresciuto nei trailer-park del Midwest con una scorta inesauribile di rime, che su un beat funk da cartoni animati di Dr. Dre fa esplodere le tette di Pamela Anderson, insegue il suo professore per pinzargli le palle e chiude rime impossibili. «Se sei così fuori di testa da pensare certe cose, lo sei anche per dirle», dichiara Eminem.

38. “Get Ur Freak On” di Missy Elliott (Miss E….So Addictive, 2001)

«Io e Timbaland siamo grandi da 20 anni», dice Missy Elliott, affermazione ridicola, ma plausibile in un momento in cui sono la coppia più allucinogena in circolazione. Get Ur Freak On è il loro momento più funky. Il beat lancia l’orientalismo hip hop nello Spazio con tablas indiane e frammenti di conversazione in giapponese. «Quando è esplosa in quel modo, mi sono resa conto che esisteva un’altra parte del mondo che il pubblico era pronto a scoprire», ha detto Missy.

37. “Rosa Parks” di OutKast (Aquemini, 1998)

Il pezzo con il quale il mondo si innamora degli OutKast porta il sapore del Sud nelle classifiche rap. Big Boi e André 3000 cantano con un flow profondo e dolce come il miele della Georgia. Rosa Parks però ha fatto causa alla band per aver sminuito l’eroismo del suo gesto. «Ma non è una canzone su Rosa Parks», ha raccontato André 3000 a RS: «Era un nome simbolico, volevamo dire: siamo arrivati noi, quindi voi altri MC andate a sedervi in fondo all’autobus».

36. “It Was a Good Day” di Ice Cube (Aquemini, 1998)

Il più grande successo di Ice Cube è una specie di ode bucolica alla vita nel ghetto, in cui mette da parte la violenza per un’atmosfera positiva e uno sfarzoso sample degli Isley Brothers. «Parlo sempre della mia vita gangsta, ma perché non parlare anche delle belle giornate?». Cube fa una colazione abbondante, batte i suoi amici a basket, poi fuma un po’ di chronic (marijuana mischiata con la cocaina, ndr) con una ragazza. Alza anche lo sguardo per vedere “le luci del dirigibile della Goodyear / Che compongono la scritta: Ice Cube è un pimp”). Su Internet i fan sono impazziti per cercare di ricostruire la data esatta della bella giornata di Cube, ma ovviamente è una favola. O come ha detto Cube stesso: «Una canzone di fantasia».

35. “Shook One Part II” di Mobb Deep (The Infamous, 1995)

A metà anni ’90 i Mobb Deep escono dai project di Queensbridge, New York, per ridurre il gangsta rap alla sua essenza più oscura e nichilista. Un ritaglio preso da una colonna sonora di Quincy Jones dà alla canzone un sibilo sinistro, mentre Prodigy (la cui madre cantava nella girl band anni ’60 The Crystals) promette: “Il mio colpo di pistola ti solleverà in aria”, prima di ricordare a tutti che ha “solo 19 anni”. Tanti anni dopo, siamo ancora dispiaciuti per lui.

34. “What Does It Mean?” di Schoolly D (Schoolly D, 1985)

«Il battesimo del gangsta rap», ha detto ?uestlove. Schoolly D prende il titolo dal nome di una gang di Philadelphia (Park Side Killers), il beat da una drum machine Roland 909 e con il suo flow rilassato e minaccioso racconta di aver comprato cocaina ed erba, di essere uscito con una prostituta e poi di aver visto un MC che cercava di imitarlo. «Gli ho puntato la pistola alla testa». Il fatto che non abbia premuto il grilletto non rende questo pezzo meno spaventoso.

33. “99 Problems” di Jay-Z (The Black Album, 2003)

Rick Rubin non lavorava a un progetto hip hop da anni, quando Lyor Cohen della Def Jam lo convince a entrare in studio con Jay-Z. Il risultato è uno dei pezzi più esplosivi di sempre, basato su un campione gigantesco della batteria di The Big Beat di Billy Squier. Jay-Z si inventa un ritornello pop indimenticabile e racconta la storia vera di un incontro con un poliziotto razzista: «Il reato non era il crack nascosto in macchina, ma il colore della pelle del guidatore».

32. “Jesus Walks” di Kanye West (The College Dropout, 2004)

Kanye non ha mai nascosto di sentirsi simile a Dio, ma in questo caso è l’umiltà e non la tracotanza a creare il miglior esempio di gospel in versione hip hop. Una produzione meravigliosa (un coro di Harlem che si eleva sopra un beat marziale) e un testo che parla di conflitti interiori (“Siamo in guerra contro noi stessi”) e dubbi (“Voglio parlare con Dio ma ho paura perché è tanto che non lo faccio”). Anni dopo, in Otis Kanye rappa: “Ho scritto Jesus Walks / Non andrò all’inferno”.

31. “N.Y. State of Mind” di Nas (Illmatic, 1994)

Il pezzo che riassume al meglio il talento di Nas. N.Y. State of Mind non è un’ode alla Grande Mela, è invece il racconto dettagliato di una sparatoria a Gotham City, sputato fuori in un’unica sequenza di 60 battute, che Nas ha poi spezzato per editare la versione finale. «Ha registrato tutta la prima strofa in un take», ha detto DJ Premiere, che ha prodotto il pezzo bilanciando alla perfezione due sample jazz, «poi si è fermato e ha detto: “Va bene?”. E noi: “Oh, mio Dio!”».

30. “Hypnotize” di The Notorious B.I.G. (Life After Death, 1997)

“Hypnotize”, n.1 in classifica poco dopo la sua morte nel marzo 1993, è il momento pop-rap di Biggie: una litania di minacce sparate a sangue freddo su un ritmo al caramello di Puff Daddy che campiona Herb Alpert. Il giusto epitaffio per Biggie, il suo flow inimitabile e la sua abilità nel lasciare da parte il sesso e la violenza gangsta per rappare strofe con cui si potrebbe cullare un neonato. «Era così simpatico», ha detto Jay-Z: «L’hip hop lo amerà per sempre».

29. “Mama Said Knock You Out” di LL Cool J (Mama Said Knock You Out, 1990)

“Non chiamatelo ritorno!”. Comincia così il più grande ritorno nella storia del rap. Dopo il pop degli anni ’80, LL Cool J torna all’hip hop di strada per “prendere a mazzate questo beat come se fosse il cranio di qualcuno”. Il beat, uno dei migliori di Marley Marl, è un sample di Trip to Your Heart di Sly and the Family Stone e il pezzo raggiunge l’apice quando LL ripete “Damage, damage!” come se avesse appena deciso di smettere di rappare per iniziare a menare le mani.

28. “Lose Yourself” di Eminem (Colonna sonora di 8 Mile, 2002)

La più grande hit di Eminem sembra il film Rocky riassunto in cinque minuti. È la storia di Rabbit, l’aspirante rapper protagonista di 8 Mile, ma Eminem sta parlando di se stesso e mette da parte il suo personaggio demenziale e rabbioso per un testo realistico sulle difficoltà della vita da superare, che scrive durante una pausa delle riprese del film. «Lo ha registrato in un solo take», ricorda il tecnico del suono Steven King, «siamo rimasti a bocca aperta: ce l’aveva dentro!».

27. “Flava in Ya Ear (Remix)” di Craig Mack, Rampage, the Notorious B.I.G., LL Cool J, Busta Rhymes (Colonna sonora di 8 Mile, 1994)

Craig Mack è sparito (si dice sia entrato in una setta di fondamentalisti cristiani in South Carolina), ma ha lasciato il segno con questo remix. Lui fa la sua parte (“Voglio prendermi in mano il cazzo / Ma sono troppo pigro / Prendilo tu”) poi arriva Biggie Smalls: “I nigga ce l’hanno con me perché vedo più butts di un posacenere”. (Laddove butts sta per culi, ma anche mozziconi di sigaretta, ndr).

26. “Scenario” di A Tribe Called Quest (The Low End Theory, 1991)

Q-Tip, Phife Dawg e Ali Shaheed Muhammad sono famosi per essere degli innovatori bohémien appassionati di jazz, ma il loro pezzo migliore è un inno B-boy. Per i fan dell’hip hop questo incontro tra Tribe Called Quest e Leaders of the New School è la migliore collaborazione nella storia del rap. E poi c’è l’esordio del 19enne Busta Rhymes, che entra ruggendo come un drago in gabbia: «Ho capito subito che era grande», ha detto Q-Tip, «dovevo solo preparargli il terreno».

25. “Ain’t No Half-Steppin’” di Big Daddy Kane (Long Live the Kane, 1988)

Quando Jay-Z ha inaugurato il Barclays Center con otto date consecutive, ha voluto solo un ospite: Big Daddy Kane. Aveva le sue ragioni: Antonio Hardy è la penna migliore dell’età dell’oro del rap. La sua voce ricca e imperativa costruisce metafore complesse su un groove di Marley Marl: “Rapper preparatevi a morire perché non siete nessuno / Voi siete un coltellino, io sono un machete”. Secondo la leggenda, persino Rakim non ha avuto il coraggio di sfidare Kane.

24. “It Takes Two” di Rob Base and DJ E-Z Rock (It Takes Two, 1988)

«Un gran pezzo da club», ha detto Rob Base. Mixando hip hop e house music e prendendo ispirazione da Think (About It) di Lyn Collins (corista di James Brown), Rob Base e DJ E-Z Rock creano un irresistibile inno alla tolleranza e al rispetto che raduna tutti sotto lo stesso groove. Il produttore è Teddy Riley, che userà lo stesso ritmo sincopato quando diventerà il re del genere New Jack Swing. «Volevo far ballare la gente e farli smettere di litigare», ha detto Base.

23. “I Know You Got Soul” di Eric B. and Rakim (Paid in Full, 1987)

«Quando scrivo sono intrappolato nelle strofe / Rie-sco a scappare solo quando chiudo una rima», spiega Rakim. Una di quelle jam destinate a sparire non appena gli avvocati esperti di diritto d’autore cominciano a mettere gli occhi sull’hip hop. Eric B prende un pezzo prodotto da James Brown per Bobby Bird e i J.B’s, ma alla fine tutto torna: gli inglesi MARRS costruiranno Pump Up the Volume intorno a un sample di quella frase memorabile di Rakim: “I Know You Got Soul”.

22. “Strictly Business” di EPMD (Strictly Business, 1988)

La cosa migliore è il beat, una cornucopia di campioni che diventa simbolo dell’epoca d’oro dei furti musicali, con I Shot the Sheriff di Eric Clapton sparata sul dancefloor al fianco di Mountain e Kool and the Gang. Anche le rime rilassate di Erick Sermon e Parrish Smith sono rivoluzionarie: nel 1988 gli MC rappavano scandendo le parole come LL Cool J e Chuck D. Lo stile divertito e goffo degli EPMD apre invece la strada a una generazione di rapper più rilassati.

21. “Rock the Bells” di LL Cool J (Radio, 1985)

Saltando giù dal riff di Flick of the Switch degli AC/DC (usato anche dai Beastie Boys in Slow and Low), un teenager di Long Island di nome James Todd Smith sfida i rapper di New York, attacca Michael Jackson e Prince, snobba Bruce Springsteen e promette di “far gridare Madonna”. Il terzo singolo di LL Cool J è una specie di Stele di Rosetta del rap, citata in continuazione fino a oggi. A lui è piaciuta così tanto che si è campionato da solo nel singolo Mama Said Knock You Out del 1991.