Le 10 storie che non conoscete su Freddie Mercury

Dalla volta in cui è sgattaiolato in un bar gay con Lady Diana fino al mistero sulla sua tomba, abbiamo riportato alcuni episodi poco conosciuti della vita del leggendario cantante

“Lover of life, singer of songs”. Così recita il semplice epitaffio scritto dal compagno di band Brian May, poche parole capaci di raccontare quella figura multiforme conosciuta al mondo come Freddie Mercury.«Per me riesce a riassumerlo – ricordava May in un documentario della BBC – era un uomo generoso, gentile, talvolta impaziente. Ma dedicava tutto se stesso a ciò che sentiva come importante, cioè a fare musica».

Nato come Farrokh Bulsara a Zanzibar, all’epoca provveditorato britannico, il talento oltremisura di Freddie fu raggiunto solo dal suo carisma e dalla sua esuberanza. Queste qualità sono fuse insieme nei capolavori che compongono il repertorio della band, e in alcuni fra i più grandiosi show dal vivo della storia. Quando era in vita, la sua voce capace di coprire quattro ottave – venne addirittura studiata dagli scienziati nel tentativo di svelare i segreti della sua complessità e meraviglia – alzò per sempre la barra di ciò che un cantante rock dovrebbe essere. Dopo la morte, la sua voce divenne il grido delle milioni di persone affette da AIDS.

Per celebrare il 25esimo anniversario della sua scomparsa,qui ci sono alcuni momenti poco conosciuti dell’incredibile eredità lasciataci da Freddie Mercury.

1. Le cover di Dusty Springfield e delle Ronettes risalenti al periodo pre-Queen, quando prese in giro Gary Glitter

Anche se la prima apparizione di Mercury su vinile precede ogni pubblicazione targata Queen, in essa compaiono due suoi compagni di band assieme alla consueta dose d’irriverenza. All’inizio del 1973, la neonata band stava registrando il proprio album di debutto ai Trident Studios di Londra, in cui poco prima avevano inciso anche David Bowie e i Beatles. Nonostante fosse un onore poter seguire impronte così prestigiose, data la fama ancora scarsa dei Queen alla band era concesso registrare soltanto nelle ore di bassa frequentazione, solitamente dalle 3 alle 7 del mattino. «Gli era stato assegnato l’orario che viene chiamato ‘Il Tempo Oscuro’ – disse il produttore John Anthony a Mark Blake, autore della biografia della band Is This the Real Life? The Untold Story of Queen – Sono le ore in cui un ingegnere del suono può produrre il suo gruppo preferito o in cui un ragazzo del tè può essere usato come tape operator».

Una notte, mentre aspettavano che il loro studio si liberasse, Mercury fu avvicinato dal produttore resident dei Trident Studios, Robin Geoffrey Cable. Cable stava cercando di ricreare il famoso “Wall of Sound”,  lo stile di produzione di cui Phil Spector fece il proprio marchio di fabbrica , e sentiva che la voce del cantante dei Queen sarebbe stata un’aggiunta perfetta al progetto. In seguito Mercury ingaggiò i servigi musicali di Brian May e Roger Taylor, e assieme registrarono le cover di I Can Hear Music delle Ronettes (rifatta anche dai Beach Boys) e di Goin’ Back, canzone di Carole King e Gerry Goffin, resa celebre da Dusty Springfield.

I risultati furono ritenuti accettabili e Cable suggerì di preparare le canzoni per la pubblicazione. Mercury accettò ma, dato che il debutto dei Queen era vicino ad essere completato, insistette per adottare uno pseudonimo in modo da evitare che il pubblico si confondesse. Si decise per lo stravagante nome Larry Lurex che fu inteso come una sua presa in giro a Gary Glitter, che all’epoca dominava le classifiche inglesi. Il cognome fu preso in prestito da una marca di fil di ferro usato nei body preferiti da Glitter e dalle band di punta del glam rock.

Glitter – all’epoca ancora lontano dalla disgrazia e dall’incarcerazione per reati sessuali – teneva in pugno un enorme esercito di fan, nessuno dei quali apprezzò lo sfottò di Mercury. Quelli non acquistarono il disco per ripicca mentre molti dj si rifiutarono di suonarlo. L’unico singolo firmato Larry Lurex colò a picco come una pietra quando fu pubblicato a fine giugno. Il primo album dei Queen, fatto uscire solo una settimana dopo, andò decisamente meglio.

Nonostante Mercury continuasse a incanalare tutte le proprie energie nella band, rimase offeso per principio dal fallimento di Larry Lurex. «Pensavo fosse un ottimo lavoro – ammise in seguito – ammettiamolo, avere degli imitatori è la più alta onorificenza per qualsiasi performer. Si tratta di una forma di adulazione e fu concepito soltanto per divertimento. In ogni caso, cosa importa? Dopo Elvis Presley, è tutto una parodia, non è vero?».

Tuttavia l’esperienza non incrinò i rapporti con Cable. Anzi, quando l’anno seguente la band era alle prese con l’album successivo, Queen II, il produttore fu chiamato a ricreare il suo “Wall of Sound” per la traccia Funny How Love Is.

2. Disegnò il logo a stemma reale della band

Non dovrebbe essere una novità che il nome Queen scaturì dalla mente di Freddie Mercury. Gli altri minore candidati erano Build Your Own Boat, the Grand Dance e the Rich Kids, ma nessuno di questi riusciva a rispecchiare a pieno la portata della visione di Mercury. «Il significato di Queen e l’essere regale e maestoso – disse alla rivista musicale britannica Melody Maker – vogliamo essere dei dandy, vogliamo essere shoccanti e oltraggiosi». Queen andava alla perfezione.

In aggiunta al nome, Mercury disegnò anche il logo distintivo della band come sua interpretazione di uno stemma regale. Rifacendosi a quanto appreso al Ealing Art College di Londra – dove studiarono anche Pete Townshend e Ronnie Wood – iniziò a disegnare lo stemma che sarebbe finito sulla copertina del loro album di debutto. Il logo racchiudeva tutti i segni zodiacali dei componenti della band: due leoni per John Deacon e Roger Taylor, un granchio per rappresentare Brian May, nato sotto il segno del Cancro. Mercury raffigurò se stesso con due fatine, che sfacciatamente insisteva rappresentassero semplicemente il segno della Vergine. Il tutto sormontato da una gigantesca fenice, simbolo di speranza e rinascita, preso in prestito dallo stemma della sua scuola elementare, la St. Peter’s School. Al centro un’elegante Q adornata, naturalmente, da una corona.

3. Costruì un palco per David Bowie e gli vendette un paio di stivali vintage

Se è famosissima la collaborazione di Bowie e Mercury per la hit mondiale Under Pressure del 1981, in realtà la loro collaborazione nasce molto prima, nei tardi anni 60, nei tempi in cui entrambi erano dei relativi sconosciuti. Bowie era leggermente più noto al tempo, ed era prevista una sua data al Ealing Art College. Un affascinato Mercury lo seguiva dappertutto, offrendosi di portargli la strumentazione. Bowie lo mise subito al lavoro per unire assieme i tavoli che sarebbero andati a formare il palco.

Non passò troppo tempo che Mercury e Roger Taylor aprirono una bancarella al Kensington Market, dove vendevano vestiti vintage per racimolare qualche soldo in più da aggiungere agli scarsi introiti della musica. «Avevamo qualche vestito edoardiano – disse Taylor a Blake – avevamo borse piene di sciarpe di seta raccattate chissà dove. Le stiravamo e li rivendevamo». Brian ricorda di essere rimasto decisamente poco colpito dalla qualità dei vestiti: «Freddie si portava a casa queste enormi borse di roba, e tirava fuori una serie di vestiti orrendi dicendo “Guarda questo bellissimo capo! Questo ci farà guadagnare una fortuna!”, e io rispondevo “Fred, è un pezzo di stracci!”.

Mercury e Taylor non erano decisamente fatti per intraprendere un loro business, e Alan Mair, che gestiva la bancarella di vestiti affianco, gentilmente si offrì di assumerli: «Era sempre molto efficiente e gentile – disse Mair di Mercury nel documentario della BBC Freddie’s Millions – nessuno si è mai lamentato di lui e non ha mai dato problemi caratteriali. Arrivava sempre un po’ in ritardo, ma questo non era un problema».

Mair era un amico del primo manager di Bowie, e un giorno il futuro Starman in persona si presentò alla sua bancarella. «Space Oddity era stato un successo ma lui disse di non avere soldi – rivelò Mair in Is This The Real Life – “Tipico di voi musicisti!”, risposi “Se vuoi abbiamo questi gratis”. Freddie fece provare a Bowie un paio di stivali . Per cui c’era Freddie Mercury, un commesso, che dava alla pop star David Bowie un paio di stivali che non si poteva permettere di comprare».

4. Per caso regalò ai Sex Pistols il loro momento di gloria – e probabilmente se ne pentì

Il primo dicembre 1976, i Queen erano stati ingaggiati nel talk show di prima serata Today condotto da Bill Grundy per promuovere il loro album in uscita A Day at the Races. Tuttavia dal momento in cui Mercury aveva una visita dal dentista – la prima dopo 15 anni – la EMI,  etichetta della band, mandò al programma i loro nuovi acquisti: i Sex Pistols. Il beveraggio gratuito premurosamente fornito dai produttori televisivi assicurò che i ribelli punk fossero nella loro forma più cattiva. Incitati da un combattivo Grundy, che probabilmente era ubriaco quanto loro, Steve Jones e John Lydon (a.k.a. Johnny Rotten) iniziarono a usare un linguaggio osceno in diretta televisiva, incluso l’indimenticabile “fuck”.

Anche se il programma fu trasmesso soltanto nell’area di Londra, il passaparola scatenato dalla stampa portò velocemente i Sex Pistols alla ribalta nazionale. “Il sudiciume e la rabbia!” gridava la prima pagina del Daily Mirror, seguito subito da numerosi altri tabloid. Stando alla leggenda, un camionista particolarmente offeso distrusse il set televisivo. I membri del Partito Conservatore del London City Council descrissero i Sex Pistols come “nauseanti” e “l’antitesi della razza umana”. Tantissime date del loro imminente Anarchy Tour furono cancellate o contestate, ma l’occhio della stampa accrebbe soltanto la loro popolarità.

I Sex Pistols, come vuole la regola delle band maledette, disprezzavano la pomposità, lo sfarzo e i virtuosismi dei Queen. E il sentimento era apparentemente reciproco. Mercury non è mai stato un fan del loro rock grezzo. «Mi confessò di non capire il punk – aveva detto a Blake un manager della EMI – che per lui quella non era musica».

Le loro strade si incrociarono ai Wessex Studios di Londra nel 1977, dove i Sex Pistols stavano registrando il loro album di debutto. «Capitava ci incrociassimo nei corridoi – ricordava May a Blake – Conversai qualche volta con John Lydon che fu sempre molto rispettoso; parlavamo di musica».

Ma Roger Taylor riservò decisamente meno apprezzamenti per il bassista della band. «Sid Vicious era un imbecille, un vero idiota – ha ricordato nel documentario Queen: Days of Our Lives. In un’occasione memorabile, Vicious barcollò ubriaco nello studio dei Queen provando a inscenare una rissa con Mercury sbraitandogli addosso: «Avete avuto successo a portare il balletto alle masse?», disse riferendosi a un’intervista particolarmente sgargiante rilasciata da Mercury a NME.

Mercury non abboccò alla provocazione. «Lo chiamai Simon Ferocious o una roba del genere e lui non apprezzò affatto – rivelò in seguito in un’intervista televisiva – io ho risposto, “Che cosa credi di fare?”, aveva tutti questi tagli sul corpo quindi gli ho detto “Assicurati di tagliarti davanti allo specchio oggi perché domani inizierai a fare altro”, lui odiava che io potessi parlare anche in quel modo. Penso che abbiamo superato il test».

5. Si è esibito con la compagnia del Royal Ballet

I Sex Pistols non potevano saperlo, ma presto Mercury avrebbe rispettato la promessa di portare il balletto alle masse. Nell’agosto 1979, il direttore del Royal Ballet Wayne Eagling si mise a cercare una star particolarmente agile che potesse unirsi alle proprie file per una performance a una serata di beneficienza. Dopo un rifiuto di Kate Bush, Eagling spostò la propria attenzione su Mercury.

Nonostante la sua prima reazione fosse poco favorevole (“Pensavo fossero incazzati”), cominciò a rivalutare l’idea dopo aver parlato con il capo di EMI, Sir Joseph Lockwood, che caso vuole era anche il presidente del consiglio del Royal Ballet. «Freddie aveva un interesse generico per il balletto, ma Lockwood lo ha letteralmente acceso», raccontò il manager dei Queen John Reid in Great Pretender. «Era affascinato e la performance è stata epica, sotto ogni punto di vista». È stato un connubio perfetto.

Per quanto le performance di Mercury coi Queen fossero decisamente atletiche, ci vollero intensi allenamenti per mettersi alla pari coi ballerini. «Mi hanno fatto esercitare alla sbarra e fatto fare gli stretching alle gambe, provando a fare in una settimana cose che imparano in anni di lavoro», raccontò al London Evening News. «È stato un massacro. Dopo due giorni agonizzavo. Mi facevano male parti del corpo che nemmeno credevo di avere».

Mercury fece il suo gran debutto sabato 7 ottobre 1979 al London Coliseum Theatre davanti a 2500 persone. Cantò Bohemian Rhapsody e il nuovo singolo Crazy Little Thing Called Love con dietro un ensemble orchestrare mentre veniva issato in aria da tre uomini a torso nudo. Verso la fine, indossò un body argentato e si cimentò in formidabili capriole a corpo libero.

«Solo una persona al mondo poteva cavarsela» disse Roger Taylor a Blake, che si trovava fra il pubblico. «Freddie si stava esibendo di fronte a un rigidissimo pubblico del Royal Ballet, età media 94 anni, che non aveva la minima idea di cosa fosse quella tutina argentata che veniva sballottata qua e là di fronte a loro. Pensai che fosse davvero coraggioso, oltre che divertente.»

Mercury stesso la prese con humour appena dopo la performance. «Non ero Baryshnikov sul palco, ma non è andata male per essere un adulto che lo fa per la prima volta. Vorrei vedere Mick Jagger o Rod Stewart al posto mio!».

6. Ha scritto Crazy Little Thing Called Love in una vasca da bagno

I Queen levarono le tende da Monaco nel giugno 1979 per lavorare all’album che sarebbe poi diventato The Game. Dopo il check in nello scintillante albergo Bayerischer Hof, Mercury entrò immediatamente nella vasca da bagno per liberarsi della sporcizia del viaggio quando una melodia lo colse. Era una singhiozzante pièce rockabilly, qualcosa di vagamente ironico, con spiccati elementi del recentemente scomparso Elvis Presley, massimo riferimento vocale per il giovane Mercury. Chiese all’assistente Peter Hince di portargli una chitarra acustica, dopodiché si legò un asciugamano attorno alla vita e cominciò a estrarre dallo scheletro quelle che è forse la canzone più semplice e singolare che abbia mai scritto.

«Mi ci sono voluti 5 o 10 minuti per Crazy Little Thing Called Love» ammise a Melody Maker nel 1981. «L’ho suonata con la chitarra ed è stata una fortuna conoscere pochi accordi, l’ha resa più semplice. Un buon pezzo, credo».

Con la struttura in testa, schizzò ai Musicland Studios, previa una chiamata all’ingegnere del suono Reinhold Mack in modo da essere subito pronto a registrare. «Fui molto veloce e tutto era subito pronto», ha detto Mack in Days of Our Lives. Tutti i membri della band erano presenti fatta eccezione per May, ma Mercury andava avanti imperterrito. Infatti, era abbastanza sollevato dal fatto di essere momentaneamente libero dal perfezionismo di May. «Mercury disse, “finiamo in fretta prima che arrivi Brian altrimenti ci mettiamo di più”», aveva confidato Mack.

Come previsto, la canzone era praticamente finita quando May arrivò in studio. «A Brian non piacerà» disse Mercury. E infatti era così. Inizialmente c’era qualcosa della canzone che non gli piaceva, ed era particolarmente infastidito che gli fosse stato chiesto di metter da parte la sua fidata Red Special – la chitarra usata fino a quel momento in praticamente tutte le registrazioni dei Queen – per passare a una Fender Telecaster, dal suono più anni ’50. «Non ero per niente felice – disse May a Blake – mi ribellai, ma poi capii che era la strada giusta da intraprendere».

E infatti lo era. la canzone fu pubblicata come singolo ad anticipare l’uscita dell’album e subito schizzò in testa alle classifiche mondiali. «Stavamo ultimando le registrazioni, stavamo per finire l’album – ricorda Taylor in Days of Our Lives – Eravamo a Monaco e qualcuno venne da noi e ci disse “È al primo posto in America”, e noi subito “Un’altro giro di drink!”».

7. Vestì da uomo Lady Diana per farla intrufolare in un locale gay

A metà degli anni 80, la prossimità tra i Queen e i reali andava al di là del nome della band. Mercury era diventato amico con Lady Diana Spencer, in seguito Principessa di Galles. La rinominata “People’s Princess” aveva conquistato il cuore della nazione grazie alle sue maniere umili, ma il tormento dei media era tale che per la giovane reale era diventato un incubo. Così Mercury escogitò uno stratagemma per farle trascorrere una serata in città.

Stando alle memorie dell’attrice Cleo Rocos scritte nel 2013, Diana e Mercury trascorsero il pomeriggio a casa del comico inglese Kenny Everett, «Bevendo champagne davanti alle repliche di The Golden Girls con il volume abbassato, improvvisando i dialoghi su una trama sconcia. Quando Diana chiese quali fossero i loro piani per la serata, Mercury rispose che avevano in mente di fare un salto al Royal Vauxhall Tavern, uno dei club gay più famosi di Londra. La principessa insistette per continuare la serata con loro e staccare un po’ la spina».

Il Royal Vauxhall era famoso per la sua clientela ruvida e per le risse che spesso scoppiavano fra gli avventori – non propriamente un posto per una principessa. «L’abbiamo implorata “Prova a immaginare i titoli delle prime pagine se ti vedessero in mezzo a una rissa in un bar gay” – scrive Rocos – ma Diana voleva far casino quella sera. Freddie disse “Andiamo, lasciamo che la ragazza si diverta”».

L’unico modo per mandare in porto il piano era un travestimento, così Everett donò alla principessa l’outfit che aveva intenzione di indossare per la serata: una giacca militare, occhiali scuri da aviatore e un cappello di pelle per nasconderle i capelli. «Vendendola nella penombra – scrive Rocos – decidemmo che l’icona femminile più famosa al mondo potesse in qualche modo passare per un modello gay vestito in maniera eccentrica».

Il gruppo riuscì a fare entrare inosservata Diana nel locale. La gente, distratta dalla presenza di Mercury, Everett e della Rocos, ignorò Diana completamente, permettendole così di ordinarsi i drink che voleva. «Abbiamo avanzato a fatica fra la folla vestita di pelle finché non siamo riusciti a raggiungere il bar. Ci spingevamo gli uni con gli altri come degli scolaretti indisciplinati. Diana e Freddie se la ridevano e lei ordinò una birra e del vino bianco. Una volta conclusa la transazione ci guardammo gli uni con gli altri , uniti nel nostro trionfo. Ce l’avevamo fatta!».

Senza tirare la corda del fato, lasciarono il locale dopo appena 20 minuti. Ma per Diana, anche la possibilità di essersi tolta dalle spalle il peso della popolarità anche solo per poco tempo era un risultato prezioso. «Dovremmo farlo di nuovo!» disse entusiasta sul ritorno a casa sua al Kensington Palace.

Dopo le morti per AIDS di Mercury e Everett nei primi anni ’90, Diana divenne la prima sostenitrice del National AIDS Trust, una delle più importanti organizzazioni del Regno Unito per la ricerca contro la malattia. La loro notte al Royal Vauxhall Tavern nel 2016 è stata trasformata in un musical, che è stato portato in scena nel locale stesso.

8. Registrò alcune canzoni con Michael Jackson, ma il cucciolo di lama del Re del Pop interruppe le registrazioni

L’amore che Mercury provava per Michael Jackson nasce da molto prima dei Queen, nei giorni in cui cantava a squarciagola I Want You Back dei Jackson 5 ai suoi coinquilini, fan dell’hard rock. «Freddie era in soggezione di Michael», disse a Blake l’assistente personale del cantante Peter Freestone. Quando nel 1982 Jackson bruciava le classifiche con Thriller, sembrava il momento perfetto perché il Re del Pop e il frontman dei Queen unissero le forze.

Mercury prese un aereo direzione California, per andare nello studio di Jackson nella sua casa di Encino dove iniziarono a lavorare su tre demo nella primavera del 1983. There Must Be More to Life Than This, che era stata concepita durante le registrazione dell’album dei Queen del 1982 Hot Spaces, mancava di un testo completo, e si può sentire Mercury incoraggiare Jackson a improvvisare sulla registrazione. State of Shock era una melodia costruita principalmente da Jackson, mentre Victory fu scritta a quattro mani dai due artisti.

I bootleg dei demo rivelano un grande lavoro sui brani, nonostante alla fine siano stati lasciati incompleti. Una versione rivisitata di There Must Be More to Life Than This fu inclusa nell’album solista di Mercury del 1985, Mr. Bad Guy, mentre State of Shock fu pubblicato nel 1984 come singolo di Jackson in collaborazione con Mick Jagger. Victory rimane ad oggi ancora inedita.

Pubblicamente Mercury era molto diplomatico quando spiegava perché la collaborazione non era stata portata a termine: «Non eravamo mai nello stesso paese per il tempo necessario per portare a termine qualcosa di completo», disse nel 1987. Ma in un’altra intervista rilasciata nello stesso periodo si lasciò sfuggire qualche frase di frustrazione nei confronti del Re del Pop: «Semplicemente vive confinato nel suo piccolo mondo. Insieme ci divertivamo un sacco nei club ma ora lui non esce mai dalla sua fortezza ed è molto triste».

Stando alle parole del manager dei Queen Jim Beach, le idiosincrasie di Jackson, oggi ampiamente documentate, cominciarono a infastidire Mercury in quei giorni in studio. «Improvvisamente ricevetti una chiamata da Freddie che diceva “Puoi venire subito qui? Devi portarmi fuori da questo studio – ha rivelato il manager in The Great Pretender – gli chiesi quale fosse il problema e lui mi rispose “Sto registrando con un lama. Michael porta tutti i giorni il suo cucciolo di lama in studio e non sono davvero abituato a registrare con un lama. Ne ho abbastanza e vorrei andarmene».

Anche Jackson da parte sua ebbe qualche problema coi vizi di Mercury. Stando a una storia venduta al Sun dall’ex assistente personale di Mercury, la sessione si interruppe quando Jackson beccò il suo collega intento a sniffare cocaina con una banconota da cento dollari.

Comunque siano andate le cose, Mercury per il resto della vita rimase molto suscettibile sul fallimento di quella collaborazione. «Fred si arrabbiò parecchio quando venne a sapere che alcune delle cose che aveva fatto con Michael erano state acquisite dalla famiglia Jackson e lui aveva perso i diritti», disse May in Is This the Real Life. Una versione in duetto di There Must Be More to Life Than This fu portata a nuovo nel 2014 dal producer William Orbit in occasione della raccolta Queen Forever. Gli altri due brani rimangono indediti.

9. Telefonava ai suoi gatti mentre era in tour e dedicò una canzone alla sua preferita, Delilah

Per usare un eufemismo, Freddie Mercury era un gattaro. Ha condiviso casa sua con tantissime creature pelose nella sua vita ed era molto difficile per lui separarsene. Quando era in tour mondiale con i Queen il cantante chiamava abitualmente a casa per parlare con i suoi amatissimi animali domestici.

«Era arrivato in hotel e fece una chiamata perché voleva parlare a tutti costi ai suoi gatti – scrive Peter Freestone nelle suo libro di memorie Mister Mercury – la sua cara amica Mary Austin portava Tom e Jerry vicino al ricevitore per ascoltare Freddie mentre parlava. Questa cosa durò per anni con tutti i felini che occupavano casa sua».

Al tempo in cui Jim Hutton, l’ultimo partner di Mercury, si era trasferito nel suo elegante palazzo Garden Lodge, la covata era cresciuta a sei gatti: Oscar, Tiffany, Goliath, Miko, Romeo e Delilah. «Freddie trattava i gatti come fossero suoi figli – scrive Hutton nel suo libro Mercury and Me – era costantemente preoccupato per loro e se a uno dei gatti capitava di ammalarsi quando Freddie era via…cascasse il cielo. Durante il giorno i gatti potevano correre liberi per casa e nel giardino, la sera uno di noi li radunava e li portava dentro».

Hutton descrive l’incidente di quando Goliath scomparve. «Freddie andò in agitazione e disperato scagliò una bellissima hibachi giapponese fuori dalla finestra della stanza degli ospiti». Mercury si offrì di pagare una ricompensa di 1,000 sterline a chi avesse ritrovato il gatto ma per fortuna Goliath tornò prima che si arrivasse a tanto.

«Freddie era al settimo cielo – scrive Hutton – per più di cinque minuti non fece altro che accarezzare e coccolare il gattino. Poi, come una madre, Freddie lo rimproverò sgridandolo per aver lasciato Garden Lodge. La scura palla di pelo stava seduta lì, ad ascoltare lo sfogo di Freddie facendogli le fusa».

Un posto speciale era riservato a Delilah, cui Hutton si riferisce come “la principessina” di casa. «Fra tutti i gatti di Garden Lodge, Delilah era la preferita di Freddie e quella che coccolava più spesso. Quando Freddie andava a letto, portava sempre con sé Delilah. Dormiva per un po’ ai piedi del letto prima di sgattaiolare fuori per una caccia notturna».

Mercury immortalò il felino color tartaruga nella sua canzone Delilah. Anche se il resto della band non era proprio innamorato della canzone, acconsentirono a malincuore. May utilizzò anche il tanto odiato effetto talk box per riprodurre i miagolii con la chitarra. «Alla fine cedetti e usai quell’effetto – disse alla rivista Guitar World nel 1991 – me lo portarono e io dissi “Suppongo non ci sia altro modo in cui possa fare un ‘meow’». La traccia fu inclusa in Innuendo, l’ultimo album dei Queen pubblicato quando Freddie Mercury era ancora in vita. Data la malattia del cantante, sono particolarmente commoventi versi del brano come “Mi fai sorridere e sto per piangere/ Mi porti speranza e mi fai ridere – e mi piace”.

10. Come ultimo desiderio volle esser sepolto in un luogo segreto, e la sua tomba rimane ancora un mistero 

L’AIDS fu diagnosticata a Mercury durante la primavera del 1987 e lentamente iniziò a parlare ai suoi cari delle sue condizioni di salute. «Ci invitò a casa sua e ci raccontò di quanto gli stava succedendo, anche se comunque avevamo iniziato a sospettarlo», dice Taylor nel documentario Freddie Mercury: The Untold Story . L’aspetto sempre più fragile e la figura scarna di Mercury avevano accresciuto le speculazioni dei media sul fatto che ci fosse qualcosa che non andava per il frontman dalla figura indistruttibile, ma la band serrò i ranghi e negò con veemenza qualsiasi supposizione. «Abbiamo nascosto tutto. Abbiamo mentito! Stavamo cercando di proteggerlo», disse May in Days of Our Lives.

Alla fine del 1990, la band portava a termine Innuendo in cui compare la ballad malinconica These Are the Days of Our Lives. Nonostante non fosse direttamente riferita al declino fisico di Mercury, la canzone è uno sguardo nostalgico sugli anni di gioventù dei Queen. I timori per la sua salute peggiorarono esponenzialmente durante le registrazioni del video il 30 maggio 1991. La scelta di registrarlo in bianco e nero non riuscì a nascondere il modo in cui l’AIDS aveva devastato il corpo di Mercury. «Spendeva ore e ore al trucco per far credere che fosse tutto Ok – disse May al The Independent nel 2011 –In realtà il video era il suo modo di dire addio». Indossando un gilet realizzato appositamente con i ritratti dei suoi amati gatti, la scena finale mostra il cantante mentre fissa la telecamera mentre, con un sorriso sarcastico, pronuncia “Vi amo ancora”. Quelle furono le sue ultime pronunciate in camera.

Alcune settimane prima delle riprese, Mercury era a Montreaux, in Svizzera, intento a registrare quanta più musica la sua salute indebolita gli permettesse di fare. Stando alle parole di May, quell’esperienza mostrò l’enorme bisogno di normalità di Mercury. «In quei giorni Freddie disse “Scrivetemi della roba, so che non mi rimane molto tempo, continuate a scrivere parole, a darmi cose da fare – canterò poi potrete fare quello che vi pare e finire le canzoni», dice in Days of Our Lives.

Il produttore Dave Richards notò il grande senso d’urgenza attorno a quelle registrazioni. Erano finiti i giorni delle ore trascorse a settare gli strumenti. «Stava morendo nei giorni in cui registrava quelle canzoni, e sapeva che per il tempo che sarebbero state concluse lui non ci sarebbe stato più, infatti mi disse “Canterò ora perché non posso aspettare che venga incisa tutta la musica. Dammi una drum machine poi finiranno loro”».

May scrisse per lui Mother Love, una canzone lenta e bruciante che Mercury affrontò con la sua solita eleganza. «Non so dove trovò le energie – disse May al Telegraph – probabilmente dalla vodka. Entrava nel mood, si scaldava un po’ poi diceva “Ok datemi il mio shot”. Se la buttava giù ghiacciata. Beveva la Stolichnaya. Poi diceva “Avvolgi il nastro”». Mercury non riusciva a stare in piedi a lungo ed era obbligato a reggersi su un bastone quindi registrò le tracce di Mother Love nella sala di controllo.

«Riuscimmo ad arrivare al penultimo verso quando mi disse “Non mi sento benissimo, mi prendo un giorno di pausa. la finirò quando torno la prossima volta”. Ma naturalmente dopo quella volta non tornò più in studio». Nella versione finale fu proprio May a cantare l’ultima strofa del brano.

Mercury si ritirò nella sua Garden Lodge, traendo sostegno da Jim Hutton e Mary Austin – la sua ex fidanzata, che aveva incontrato nel 1970. Avevano vissuto insieme per sette anni, e anche se non convivevano più, ancora condividevano la propria vita l’uno con l’altra. Nelle interviste ha costantemente indicato lei come la suo unica vera amica, e una volta confidò al giornalista David Wigg le sue ultime volontà: «Lascerò tutto a Mary e ai gatti». Il classico dei Queen Love Of My Life fu scritto in suo onore.

Austin vide affievolirsi lentamente la fiamma della sua anima gemella: «Si era dato un limite, e penso che il momento in cui non riuscì più a registrare, quello sia stato la fine – disse in The Great Pretender – la sua vita e la sua gioia consistevano in quello. Penso che senza la musica non sarebbe stato capace di affrontare quanto ha affrontato».

Obbligato a trovarsi faccia a faccia con l’inevitabile, Mercury iniziò a preparare le ultime disposizioni per la sua morte. «Dopo un pranzo domenicale improvvisamente annunciò, “Conosco esattamente dove voglio essere sepolto ma non voglio che nessuno lo sappia, perché non voglio che venga rivelato. Voglio solamente riposare in pace”».

Quando Mercury morì a causa di una polmonite dovuta all’AIDS il 24 novembre 1991, il suo corpo fu cremato al cimitero di Kensal Green di Londra. Le sue ceneri furono chiuse in un’urna che rimase due anni nella camera da letto della Austin prima la trasferisse segretamente nel luogo deciso dal cantante. «Ho fatto in modo che nessuno sospettasse nulla. Dissi che andavo a fare un intervento facciale e dovevo essere convincente. Fu molto difficile trovare il momento giusto – disse al Daily Mail nel 2013 – Sono sgattaiolata fuori di casa con l’urna. Dovevo far sembrare come se niente fosse in modo che il personale non sospettasse nulla e non parlasse poi con la stampa. Nessuno sa dov’è sepolto Freddie perché questo fu il suo ultimo desiderio».

Sembra che anche i genitori di Mercury fossero stati lasciati all’oscuro sul luogo ma ciò non ha impedito ai fan di continuare a indagare sul luogo della tomba in modo da poter rendere onore al loro beniamino. Alcuni credono sia sepolto a Zanzibar nel suo luogo natio, altri vicino all’albero di ciliegie nel giardino della sua casa londinese.

Il mistero sembrava risolto nel 2013, quando al Kensal Green fu ritrovato un basamento con il nome di battesimo e la data di nascita di Freddie Mercury. Si leggeva “In Loving Memory of Farrokh Bulsara, 5 Sept. 1946 – 24 Nov. 1991”, seguito dalle parole in francese “Pour Etre Toujours Pres De Toi Avec Tout Mon Amour – M.” (“Per esserti sempre stato vicino con tutto il mio amore”) e in molti hanno speculato che quella M. fosse da riferirsi a Mary Austin.

Ma fu la Austin stessa a negare il fondamento di questa teoria: «Freddie non è di sicuro seppellito in quel cimitero». La targa è stata rimossa e, ancora oggi, il luogo in cui Freddie Mercury riposa in pace rimane un mistero.