L’ascesa dei B-boy e l’esplosione dell’hip hop

Grandmaster Flash, Dj Kool Herc, Afrika Bambaataa e i suoi Zulu Nation: nel 1986 Rolling Stone raccontava l'ascesa di un nuovo stile, che dal Bronx avrebbe conquistato il mondo
Prince Ken Swift della Rock Steady Crew, 1982. Foto di David Corio/Redferns

Prince Ken Swift della Rock Steady Crew, 1982. Foto di David Corio/Redferns


È venerdì notte in una pista di pattinaggio a rotelle riadattata a discoteca nel Lower East Side di Manhattan. Tubi di luci al neon ruotano sul soffitto ricordando i tempi d’oro della disco-music e illumina- no una parete ricoperta di graffiti. Un disc-jockey in completo di pelle e pelliccia suona due giradischi saltando da un break all’altro e tenendo il tempo con una drum machine. Di fianco a lui un MC con gli occhiali da sole e la sigaretta in mano chiede alla gente che sta ballando di fermarsi un attimo e poi dice: «Siete pronti, B-boys?». Fate largo alla Rock Steady Crew. Entrano in pista dieci ragazzi e due ragazze di età compresa tra i 12 e i 19 anni, tutti vestiti con un cappello di tela a falda larga o una coppola di pelle, magliette o felpe con il cappuccio e sneaker con le stringhe slacciate. «To the beat, y’all», dice l’MC nel microfono.

Il primo B-boy prende posto al centro della pista facendo un passo circolare, poi imita uno sciatore che ha perso il controllo degli sci e all’improvviso, wham!, si butta a terra tenendosi sollevato con una mano sola. Inizia a girare su se stesso dando dei colpi verso l’alto, poi ruota sulle spalle e si ferma di botto come paralizzato. Un secondo ballerino entra con un salto mortale all’indietro, lo interrompe a metà e atterra con un rumore deciso, blam! Si gira sulla pancia, si mette a sedere e subito dopo è in equilibrio sulla testa e comincia a girare, mentre le gambe volteggiano in aria come pale di un’elica. Poi altre figure, ballerini che si sfidano in assoli, giravolte sulle testa, avvitamenti, mosse impossibili e tanta grazia. Per chi non è mai stato prima a questa serata chiamata “Wheels of Steel” alla pista di pattinaggio Roxy è come arrivare sul set di Tron senza aver mai neanche sentito parlare di Pong, né tantomeno di Pac Man. È la novità del momento, un insieme di breakdance, graffiti, rap e scratch chiamato hip hop.

Da quando, lo scorso luglio, il Roxy è diventato il punto di riferimento di una scena che prima era confinata principalmente nei bloc party e nelle discoteche del Bronx, ha attirato sempre più ragazzini curiosi e gente in cerca dell’ultima novità. Ma uno degli ultimi weekend c’erano almeno un migliaio di persone ammassate in ogni angolo. E molti club di New York hanno messo in programma una serata hip hop. La Rock Steady Crew è andata in tour in America e in Europa e sta per partire per il Giappone. Grandmaster Flash e i Furious Five sono entrati in classifica e nella lista delle hit del 1982 redatta dai critici musicali con il loro classico The Message.

I graffiti, precursori visuali dello stile hip hop, vengono ormai esposti nei musei di tutto il mondo e i ballerini di break dance appaiono sempre più spesso nei videoclip di artisti famosi. Cinque membri della Rock Steady Crew hanno fatto anche un cameo nel film Flashdance e il mese prossimo sono in uscita due film indipendenti sul movimento, Wild Style e Style Wars. L’hip hop si è affermato come uno stile musicale con un’identità completamente nuova e dalle feste di quartiere è arrivato negli studi di registrazione, nel mercato discografico e nella cultura contemporanea in generale. Come già in passato, l’esplosione del genere è avvenuta grazie alla sua reinterpretazione da parte di una band di bianchi nel singolo Rapture di Blondie, rapidamente superato dalle hit di artisti come Kurtis Blow, Sugarhill Gang, i Soulsonic Force di Afrika Bambaataa, Trouble Funk, The Treacherous Three, The Fearless Four e i Furious Five di Grandmaster Flash.

Fin dalla sua nascita nel 1979, l’hip hop è stato un elemento di novità che ha influenzato il mercato mainstream. I suoi detrattori ne hanno dichiarato la sua fine quando il primo pezzo rap è entrato nella Top 10, eppure il genere musicale e il suo stile visivo resistono e stanno penetrando anche nell’America più profonda. Il rap è comparso per la prima volta in un club del Bronx chiamato The Disco Fever, dove Grandmaster Flash ha trasformato il ruolo del dj da selezionatore di dischi a vero musicista. Continuava a suonare delle hit come avevano sempre fatto tutti in passato, la differenza è che lui le mischiava l’una con l’altra: la linea di basso di Another One Bites the Dust dei Queen con Good Times degli Chic, per esempio.

Grandmaster Flash nel 1981. Foto di Laura Levine/Corbis

Secondo la leggenda, è proprio al Disco Fever che Grandmaster ha incontrato i Furious Five. Quando è a New York, Flash mette ancora i dischi al Disco Fever e anche se la numero uno della Sugarhill Records, Sylvia Robinson, non lo frequenta spesso, questo club è considerato la patria spirituale dell’etichetta, il cui nome scritto con i graffiti domina una parete della pista.

Ma anche Flash ha avuto un precursore: Kool Herc, il dj che ha inventato l’hip hop nel 1973 organizzando feste nella sala ricreativa del condominio in cui viveva al n. 1520 di Sedgwick Avenue. In estate si spostava nelle strade del West Bronx, attaccava il suo impianto portatile ai pali della luce e attirava sempre più gente. Accanto alla sua postazione un MC incitava la gente a ballare e divertirsi, mentre gruppi di teenager facevano le loro mosse di breakdance o disegnavano graffiti sui muri. Era un’epoca di violenza e di scontri tra le gang e spesso scoppiavano risse.

Fino a quando è arrivato il messaggio di pace della Zulu Nation di Afrika Bambaataa, un dj musulmano che quando risponde al telefono dice: “pace” e che ha influenzato la crescita dell’hip hop più di chiunque altro. Il suo stile è stato imitato da tutti, anche dai gruppi techno-rock, ma è stato Bambaataa stesso a creare la sua musica mettendo insieme suoni campionati, sintetizzatori alla Kraftwerk e drum machine. L’esempio migliore è la sua hit Planet Rock, che ha vinto anche un disco d’oro. Nella comunità hip hop, Bambaataa è conosciuto come il fondatore della Zulu Nation, l’unica organizzazione di abitanti del ghetto mai esistita, almeno a NY, una specie di corpo di pace urbano con un’organizzazione interna di stampo tribale molto attiva nel Bronx e nella zona alta di Manhattan. È un’organizzazione segreta e religiosa con un consiglio superiore, un servizio d’ordine di gente muscolosa e la Rock Steady Crew (che comprende artisti di graffiti, rapper e disc jockey oltre ai ballerini). A Uptown Manhattan se fai parte della Zulu Nation sei “down by law”, ovvero sei al sicuro.

Dj Tony e Dj Kool Herc, il pioniere che ha organizzato nel Bronx le prime feste hip hop all’inizio degli anni ’70

Bambaataa è un ex membro di una gang che ha deciso di abbandonare la rivalità territoriale che terrorizzava il suo quartiere ed è riuscito a unire la gente. L’ascesa della Zulu Nation ha avuto effetti molto positivi sulla comunità: «La cultura delle gang stava svanendo per molte ragioni: la diffusione della droga e la nascita di organizzazioni criminali, soprattutto, ma anche il fatto che le donne erano stufe di vedere i loro uomini ammazzarsi tra loro. Inoltre la polizia ha affrontato la cosa in modo più serio. La sfida non era più vincere in una rissa, ma sulla pista da ballo. C’era abbastanza spazio per tutti per ballare», dice Bambaataa.

«Nel 1976 la mia crew si chiamava Zulu Kings. Ovunque andassi a mettere i dischi c’erano centinaia di ragazzi, gli Zulu “Kings” e “Queens”, che ballavano la break-dance. È iniziato tutto con il “good foot” il ballo nato sulle note di Get on the Good Foot di James Brown e poi è finito con il passo “the freak” nato grazie a Le Freak degli Chic. La Rock Steady Crew ha preso ispirazione dagli Zulu Kings e sta rinnovando». Fab Five Freddy, rapper, scrittore e pittore originario di Brooklyn che rappresenta il collegamento tra l’hip hop e la scena artistica di NY, continua la storia: «Nel 1979 la Rock Steady Crew si è data il compito di preservare la breakdance, ma l’ha portata a un livello superiore con le acrobazie. Prima era solo un passo di danza».

Afrika Bambaataa, fondatore della Zulu Nation

Nella Rock Steady Crew c’è un’organizzazione con un vicepresidente (il 19enne Frosty Freeze) e un capo: Crazy Legs, 17 anni. «Non mi interessano gli altri stili di ballo, la breakdance è la numero uno», dice Frosty. «Abbiamo cominciato con i salti mortali nei campetti di Central Park, ci lanciavamo in aria per interi quartieri». Uno dei B-boys, Take One, si vanta di aver fatto otto giravolte sulla testa sul traghetto di Staten Island quando era più giovane. Ci sono anche Buck Four e Kuriaki che ballano in coppia, Mr.Freeze, Wiggles e Fabel che fa un passo, “electric boogie”, mimando una scarica elettrica che gli attraversa il corpo, Normski, Doze, Ken Swift, le Webonettes, due ragazze top a ballare il “webo” e Dj Africa Islam.

Hanno eclissato le altre crew, lasciato la strada e si preparano a esibirsi negli studi tv e di danza. I parchi del Bronx e le stazioni della metropolitana ora sono pieni di giovani break-dancer in competizione per la nuova grande sfida: i soldi. I Dynamic Rockers del Queen e i Magnum Force e i Floor Masters di Manhattan si sono uniti alla corsa. L’hip hop è stato progressivamente stilizzato e adattato al consumo di massa, ma non è mai diventato Broadway. È ancora lo stile delle comunità in cui è nato e a loro continua a a rivolgersi. I suoi leader competono ogni giorno per trovare il passo di danza migliore, la rima più spinta o lo stile più innovativo. Non si può fermare.