La Storia d’Italia: il concerto dei concerti di Vasco

Quarant'anni e 220mila persone. Il Giubileo del Blasco non è ancora finito
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Quando Vasco sale sul palco, in elicottero, c’è già qualcuno che ha le lacrime agli occhi.

Perché questo è il suo Giubileo, il suo rito massimo, “la leggenda”, come urla al microfono. Perché tutti sanno che qualcosa di irripetibile sta succedendo proprio davanti ai loro occhi.
Ma nessuno è pronto a tanto. Neanche quelli in prima fila, che sono lì da giorni, che hanno sacrificato se stessi per lui. Per sentire le sue storie, per sentire quello che ha da dire, questo 65enne quasi sempre imbronciato, che sbarra gli occhi quando si stupisce anche lui, quando si fa delle domande su un mondo a cui non è riuscito a stare dietro. O forse è stato il contrario.

Quello che Vasco riesce a fare è trasformare quel palco nel retro di un bar di Zocca. Lui si mette lì, seduto su un tavolo, per raccontare la sua vita come uno che ne ha vissute almeno tre. E tutti lo ascoltano, trascinati da un racconto che alla fine parla di tutti loro. Il gigantesco parco di Modena non c’è più. Si è trasformato in una sala con un gruppo di amici di tutte le età. Paga lui da bere.


Le cose che succedono a un concerto di Vasco odorano di qualcosa di unico. Mentre la gente sui social scrive da casa le proprie impressioni, qua ci si versa in testa l’acqua per il caldo. È un mondo diverso questo. È un mondo diverso perché su Facebook Vasco non scrive chilometri di critiche passive/aggressive, Vasco non fa commenti maligni. Vasco fa i klippini: spaccati di sincerità che a volte sono sconclusionati, a volte fanno sorridere, ma fanno vedere lui com’è. Vasco Rossi non sa usare i social. Ma ne ha davvero bisogno?

No, perché lui è riuscito a mettere in piedi un concerto dove viene calato dall’alto, dove attacca con Colpa d’Alfredo e potrebbe già chiudere qua. Ma di pezzi ce ne sono una quarantina in tutto, fondamentalmente uno per ogni anno che ha vissuto su quel palco. Si fa dare una mano dagli amici, c’è Gaetano Curreri, il primo a dirgli “Provaci!”, che fa Anima Fragile con lui. C’è Solieri, che è tornato qui per l’occasione importante, col vestito buono.

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Vasco Rossi sul palco di Modena. Foto: Francesco Prandoni/Redferns

Ci sono tre spaccati nel concerto, gli ’80, i ’90 e i 2000, quasi in ordine cronologico. E fa impressione pensare che Vasco sia passato attraverso la Storia dell’Italia e la sua, sempre con quella faccia lì. Meglio, che Vasco abbia anche costruito la Storia di questo Paese, che sia stato nel bene e nel male un riflesso di quello che siamo stati tutti noi. Ha avuto le sue disavventure ma non ha mai perso la sincerità, quel cuore gigante che sta buttando, incazzato e divertito su questo palco più grosso di tutti ma non di lui. E non ha mai avuto paura di esporsi, di dire la sua, o di esserci (lo dice anche lui, un misto tra una speranza di vita e un urlo legato all’attualità). Lo faceva anni fa contro le guerre e i politici, lo fa ancora contro le guerre e i politici, tirando in ballo Giovanardi e la sua ossessione anti-droga, tra le risatine della gente.

C’è l’inno a una Vita Spericolata, con un abbraccio collettivo a Massimo Riva. Ci sono i pezzi da ballare, quelli con cui baciarsi, quelli per saltare e quelli per piangere. Si chiude, e non poteva andare altrimenti, con Albachiara, in formato karaoke. Con tutti i suoi amici sul palco. Sempre con Vasco seduto là, nel retro di quel bar di Zocca, a cantarla saltando in piedi sul tavolone di legno, urlando “E tutto il mondo fuori!”.

Alla fine un Grazie grande come il suo cuore, i fuochi d’artificio e la promessa, scappata, di un “alla prossima”.

Perché non finisce qui, Vasco. E forse non finirà mai.

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