La musica è finita, gli Amici se ne vanno

Non andrò in tv a tenere una lezione per i ragazzi di 'Amici', preferisco vivere. I talent ormai non servono a niente, solo ad alimentare il contenitore “cantante da talent”, ormai escluso anche da Sanremo.
Stash dei Kolors sulla cover del nuovo numero di Rolling Stone

Stash dei Kolors


logo Michele Monina

Mi hanno invitato a tenere una lezione in diretta tv ai ragazzi di Amici.

Non andrò a tenere una lezione in diretta tv ai ragazzi di Amici.

Perché sono contrario all’idea di talent. La trovo deleteria. E perché sono anche contrario all’idea di andare a bullizzare chi, per sua scelta, per pigrizia, perché magari, ingenuamente, ci crede davvero, ha optato per entrare in un meccanismo che, i numeri lo dicono, non porterà niente di buono.

Il fatto è che i talent mi sembravano il male assoluto già quando erano apparentemente vincenti, cioè quando dai talent uscivano prodotti, di questo si tratta, capaci di incidere sul pubblico che gli stessi talent aveva predisposto durante le varie puntate trasmesse in tv, mettendo in atto una sorta di gigantesca indagine di mercato a cielo aperto. Indagine che trovava il suo coronamento con la messa in vendita non tanto delle canzoni, spesso fatte in fretta e furia, senza star troppo a badare ai dettagli, robetta che risponde al nome di scrittura, composizione, arrangiamento, produzione, interpretazione. Un nome, perché i talent tendono ad annullare la personalità di chi vi prende parte, vuoi togliendo il cognome, vuoi omologando l’estetica a suon di felpe di due colori o di look e coreografie che rispondono più all’ego dei direttori artistici che a quella dei ragazzi che si affacciano sul mercato, non certo un repertorio. E proprio riguardo al repertorio, in effetti, il lavoro di appiattimento è stato ancora più scientifico, pari, forse, solo a quello che le televisioni commerciali hanno fatto sul gusto e sull’alfabetizzazione degli italiani in circa quarant’anni di esistenza, un pezzetto di cultura scalfito al giorno, fino a ritrovarci a camminare a cavallo sulla spiaggia per incontrare la testa della statua della libertà che spunta dalla sabbia.

Chiaro che parlare di talent così, senza citare di che talent stiamo parlando potrebbe suonare pretestuoso, e anche eccessivamente vago, ma è chiaro che essendo noi italiani, e parlando in questo articolo di talent non si può che far riferimento a Amici, già citato in esergo, e a X Factor, cioè i soli due talent con una lunga storia alle spalle, una storia lunga e continuativa, e i soli due talent che, a dispetto dei numeri, sono ammantati da un’aura di successo, sia di Auditel, nel caso di Amici, che di reputazione, nel caso di X Factor.

Ecco, entrambi questi format hanno nel tempo affidato a un manipolo di persone la responsabilità di sviluppare il repertorio dei concorrenti.
Senza andare troppo indietro nel tempo, ma volendo è esercizio semplice da mettere in pratica, lo potete serenamente fare da casa, basti guardare alle ultime edizioni per capire come ci siano stati degli equilibri non dissimili nei due format televisivi, con un gruppo ristretto di autori che hanno lavorato sugli inediti di buona parte non solo dei concorrenti usciti nelle ultime edizioni, ma anche di coloro che grazie ai talent campano, usufruendo del medesimo trattamento, per loro fortuna e loro sfortuna, visto che poi fuori da quel mondo non hanno praticamente vita, da Emma a Levante, tanto per fare due nomi su tutti, ma anche Alessandra Amoroso, Francesca Michielin o Marco Mengoni, che al mondo dei talent non sono più direttamente legati ma che, in virtù del loro esserci passati e anche del loro averli vinti, continuano a essere spinti anche al di fuori dei reali meriti, a dimostrare che i talent sono in grado di produrre successi, veri o presunti.
Ci sono dunque questi autori, sempre quelli, quasi tutti sotto contratto con la Universal Publishing, e ci sono questi artisti, quelli di X Factor per contratto, quelli di Amici spesso per scelta, che firmano con la Sony, il cui Chief degli A&R, cioè dei direttori artistici, è Pico Cibelli, ex A&R proprio della Universal. E poi c’è anche il direttore artistico di X Factor, Fabrizio Ferraguzzo, che in passato ha lavorato anche con diversi artisti usciti da Amici, in veste di produttore. Ecco, ci sono queste tre realtà che finiscono per lavorare costantemente insieme, non producendo per altro successi, ma semplicemente movimento. Una canzone editorialmente della Universal Publishing finisce dentro un disco della Sony, prodotto dal direttore artistico di X Factor. Un’altra canzone editorialmente della Universal Publishing finsce dentro un altro disco della Sony, prodotto ancora una volta dal direttore artistico di X Factor. Così ad libitum. Senza però incappare mai nel gusto del pubblico. Nessun successo degno di rilievo. Nessun blockbuster. Solo un numero impressionante di produzioni di canzoni che generano un mercato senza numeri.

Facciamo un passo indietro nel tempo, quando già era iniziato questo giochetto dei tre cantoni, o delle tre carte, o delle tre scimmiette, o dei tre tre.
Mentre il mondo dei talent sta tirando fuori stocazzo, nel mentre succede altro. Ad avere successo presso i giovani non è più un Marco Carta o un Valeio Scanu qualsiasi, ma è il mondo indie, sembra. C’è gente come Thegiornalisti, o Calcutta, o I Cani, o Cosmo, che ha un folto seguito tra i più giovani, almeno tra quelli in età compresa tra i quattordici e i trent’anni, quelli che poi vanno ai concerti nei locali, purché a prezzi calmierati. Ecco quindi che Claudio Bonoldi, l’uomo di punta delle edizioni Universal, li assolda e li mette in catena di montaggio, a scrivere pezzi per Emma, per la Michielin, per Nina Zilli e per chiunque ne abbia fottutamente bisogno. La quadratura del cerchio sembra trovata. Poco importa che le loro carriere soliste subiscano una frenata, il mercato ha bisogno di linfa e loro sono la linfa.

Tutto è bene quel che finisce bene.
Non fosse che succede ancora una volta qualcos’altro, come nella famosa massima di John Lennon.
Tutti si concentrano sull’indie e arriva la trap.
La discografia se ne accorge, sempre col tragicomico ritardo. Le major li firmano in massa. Ma. Sì, ma la trap, ahiloro, non prevede che ci sia tutto questo utilizzo di autori. Né di produttori mainstream. Forse neanche di discografici, a dirla tutta.

Per cui succede che la discografia, corre dietro anche alla trap, non capendo che si sta impiccando con le proprie mani. Perché di colpo le major cominciano a mettere sotto contratto tutti i trapper o i rapper o come cazzo li volete chiamare possibili. Così, senza una precisa logica. Tutti dentro, come nell’omonimo film. Anche perché questi dischi costano praticamente poco o niente, fatti in casa con un computer.
Solo che poi questi dischi funzionano, entrano in classifica, fanno dischi d’oro, fanno dischi di platino. I protagonisti diventano personaggi. Offuscano gli indie. Ma non solo, fottono i primi posti in classifica ai non indie, per i quali gli indie scrivono, cioè ai cantanti per i quali i discografici di cui si parlava sopra hanno messo in atto la già descritta stecca.

Esce la Michielin con le canzoni di Paradiso e Calcutta? Arriva Nitro e gli scippa da sotto il naso il primo posto in classifica.
Esce Emma? Arriva Sfera Ebbasta e la devasta, andando non solo a prendersi il primo posto in classifica degli album, ma anche tutta la top 10 dei singoli.
Esce la Pausini? Insomma, ci siamo capiti. Sangue lavato col mocho.

Uno dirà, va bene, i trapper vendono, ma gente come Riki o i Maneskin hanno in qualche modo invertito una tendenza che girava da qualche tempo, cioè quella di vincitori dei talent senza arte né parte. Da una parte i Gio Sada, i Soul System, dall’altra le Deborah Iurato, i Sergio Sylvestre, le Elodie.
Diciamo che, eccezion fatta per i The Kolors, da anni che non c’era qualcuno di successo che usciva da un talent. E il successo dei The Kolors, per altro, ha anche una precisa emittente radiofonica sotto la voce: motivo del successo.
Sia come sia Stash e soci ce l’hanno fatta, poi il grande sonno, finché sulle scene non irrompono Riki e i Maneskin.
Ecco, analizziamo la cosa.

The Kolors, Riki, i Maneskin. Piacciano o meno, e a chi scrive non è che facciano esattamente impazzire, ma sono tutti artisti, Dio mi perdoni, che si scrivono le loro canzoni. Non hanno bisogno di autori, Bonoldi se ne faccia una ragione. Stavolta basta Cibelli, da solo.
Giusto i Kolors vi sono dovuti ricorrere, usando Davide Petrella che è un po’ il cavallo di punta del momento, in compagnia di Alessandro Raina e Dario Faini, tutti e tre sempre della medesima edizione, ma è stata più una scelta dall’alto che loro.

E proprio il passaggio dei The Kolors a Sanremo, dove hanno presentato un brano con la firma di uno dei soliti autori del solito giro, o della solita stecca, ci offre lo spunto per allargare il discorso anche all’altro estremo del bastone. Perché se dal basso succede questo, vedi alla voce trap, oggi, e indie, ieri, dall’alto succede che Claudio Baglioni abbia intenzionalmente deciso di operare esattamente in quella direzione, per altro dando vita al Festival che ha premiato proprio due cantautori che, dopo aver scritto canzoni per tanti, anche per tanti dei talent, oggi hanno deciso di puntare fortemente sulla propria carriera, e fanculo a Amici o X Factor, Ermal Meta e Fabrizio Moro.

Sì, perché Baglioni ha messo su un Festival tutto orientato verso una certa canzone d’autore, e decapitando il mondo dei talent. Nessun fuoriuscito da lì, quest’anno, se non da anni, come per Annalisa, Noemi e gli stessi The Kolors. Una grande iniezione, invece, di cantautori, gente che si scrive le proprie canzoni, ma che per produrle si affida a produttori veri.

Quindi, mentre Madman scalzava Sfera Ebbasta dalla vetta, sancendo in realtà la definitiva fine di Emma, tutti e tre della medesima major, ma con la sola cantante salentina in possesso di una megaproduzione evidentemente non abbastanza mega da arrivare in vetta alla classifica, Ermal Meta e Moro vincevano il Festival di Baglioni.

Coez, per non saper né leggere né scrivere, nel mentre conquistava con due sold out consecutivi il Palalottomatica, alla faccia dei filotti tra major.
E i talent? I talent sono ormai incapaci di intercettare i gusti della gente. O quantomeno si limitano a seguirli, senza più dettarli. Prima costruivano dei prodotti preparando il pubblico a seguirli asetticamente, fidelizzandoli televisivamente ma poi riempendo il contenitore “cantante da talent” di canzoni che generasse economie sempre per i soliti tre gatti, adesso si limita a adeguarsi a quel che funziona, senza mettere becco: bye bye stecca.
A dimostrazione della lungimiranza degli addetti ai lavori in questione, nel mentre, la Sony sta costruendo uno studio di registrazione all’interno della nuova sede di Via Imbonati, studio la cui gestione verrà affidata allo stesso direttore artistico di X Factor, appena cacciato dall’Isola di Eros Ramazzotti. Come dire: una cosa non funziona, invece che cercare di capirne i motivi meglio rialzare il piatto.

Quindi.
Mi hanno invitato a tenere una lezione in diretta tv ai ragazzi di Amici.
Non andrò a tenere una lezione in diretta tv ai ragazzi di Amici. Perché dovrei raccontare loro questa storia che avete appena letto. Parola per parola. Una storia che però, detta lì dentro, suonerebbe come chi va a parlare del morto in casa dell’impiccato.
Non andrò a tenere una lezione in diretta tv ai ragazzi di Amici.
Probabilmente neanche lo guarderò, quest’anno, Amici.
Preferisco vivere, per citare uno slogan caro al marito di Maria De Filippi.
Non andrò a tenere una lezione ai ragazzi di Amici, mi limiterò a sedermi in riva al fiume, a pescare con Drupi.

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