King Krule non è ancora pronto per il jazz

Durante la sua unica data italiana, il nuovo golden boy della scena UK sembra più a suo agio quando gioca con la nostalgia Arctic Monkeys piuttosto che con il suono black che lo rende davvero interessante

I presupposti per l’all in c’erano tutti nel concerto andato in scena ai Magazzini Generali di Milano: sold out annunciato, tanto – forse troppo – hype con il nuovo golden boy della scena britannica a portare sul palco la sua miscela di jazz, indie e hip hop accolta da pubblico e critica come la rivelazione dell’anno.

Tuttavia quanto visto durante l’unica data italiana rimane piuttosto distante da quanto esibito in studio di registrazione da Archy Ivan Marshall aka King Krule, perché dal vivo a rimanere ‘zoppo’ è proprio il tocco jazz e black che distingue i suoi lavori – soprattutto l’ultimo album The OOZ – dall’ondata post-Arctic Monkeys a cui, vuoi per l’età vuoi per la pennata sfoggiata sulla sua Fender Mustang, sembra appartenere in toto.

Si parte piuttosto in sordina con Has This Hit? e Ceilng, il pubblico è ancora timido e Archy non sembra essere al 100% – dopo il concerto, parlando con i ragazzi della band, viene fuori che il frontman è un po’ influenzato. I meno aficionados, inizialmente più attenti a trovare la luce giusta per le stories di Instagram, si ravvivano con Dum Surfer ma è con A Lizard State che il concerto prende una svolta.

Tuttavia è proprio con la calvacatona indie che si sente lo stacco tra le aspettative e il suono che arriva dagli amplificatori. Le chitarre sono piuttosto pastose per rendere al meglio gli accordi aperti a cui va il merito del timbro jazz, con il sax baritono che rimane decisamente in secondo piano rispetto a quanto dovrebbe. La band sembra dare il meglio quando si muove sul terreno più confortevole battuto da Alex Turner e epigoni vari ormai dieci anni fa, mentre quando mette le mani sui suoni che dovrebbero essere il marchio di fabbrica King Krule appare ancora piuttosto acerba.

Midnight 01 e The Locomotive, brani in cui Archy sfoggia una capacità compositiva da fuoriclasse, purtroppo rimangono ‘vittime’ di questa incertezza: il volume complessivo è troppo alto per renderne l’atmosfera e la location dall’acustica non proprio eccelsa non aiuta. Premia certamente il cambio dal sassofono al clarinetto, il suono spicca di più e la presenza del fiato sul palco comincia ad avere un senso.

Con Rock Bottom si fa un salto non indifferente verso il manierismo in chiave Doherty, subito arginato con Little Wild e Emergency Blimp con cui King Krule regala le performance fra le più convincenti della serata. Lo stesso vale per A Slide In (New Drugs), su cui la voce e la chitarra di Archy respirano maggiormente, lasciate libere dal tappeto sonoro dei brani precedenti. Chiude il concerto il saliscendi inaugurato con la crasi The OozHalf Man Half Shark che raggiunge il suo apice con Easy Easy e Out Getting Ribs mentre il pubblico che viene trasportato dalla band nel suo climax sonoro.

Nel complesso viene fuori un buon concerto, tuttavia piuttosto lontano dalle tanto attese sfumature jazz esibite dal musicista classe 94 nei dischi. Archy e band avranno tempo di crescere, magari se affidati all’apertura di qualche veterano e a un palco che permetta un suono più arioso, dove le dinamiche forte-piano che rendono unica la musica di King Krule siano le vere padrone della scena.

Capitolo a parte per la voce. Non ci sono dubbi che il timbro di Archy sia fuori dal comune, tuttavia rimane incerto proprio nei risvolti più soul delle canzoni per poi – paradossalmente – farsi più sicuro sulle parti urlate. Insomma, i presupposti per crescere bene ci sono tutti e con The OOZ la direzione sembra quella giusta, sarà poi il tempo a dirci se King Krule manterrà le promesse o se rimarrà intrappolato all’eredità The Clash rispolverate dalla scena UK proprio negli anni in cui prendeva in mano la chitarra.