Jay Prince, vietato essere moderni

Niente trap, niente grime («è soltanto un hobby»). Abbiamo parlato con il ragazzone di East London che in tre anni ha sfornato tre dischi. Ma che non è ancora appagato, e forse non lo sarà mai

Jay Prince, foto di Michael Yohannes


In un mondo dove tutti giocano a fare il grime, Jay Prince guarda oltre i confini inglesi, addirittura oltreoceano. Essendo originario di East London, il ragazzo tutto dread avrebbe più diritto di chiunque di pretendere un posto sul carrozzone di questa nouvelle vague del rap inglese, che solo da poco è uscita dai quartieri popolari di Londra per conquistarsi fan in tutto il mondo (un nome a caso: Drake).

Invece, i dischi di Jay sanno di California come solo il Kendrick Lamar di questi tempi. Condite da un funk losangelino e da rime che molto spesso diventano ritornelli cantati, le sue tracce lasciano intendere una certa nostalgia per Tupac, Coolio e altri mostri sacri della scena West Coast anni ’90. Gente il cui lascito, appunto, ha ridato nuova linfa al rap più in debito con funk e il soul.

«Comunque il grime mi piace», racconta Jay seduto nella hall di un albergo di Milano, dove si trova per esibirsi al nuovo store di Under Armour in piazza Gae Aulenti. «Lo facevo da piccolo, ma è rimasto soltanto un hobby». Ammette di essere un po’ rintronato perché sveglio da pochi minuti, ma la cosa non gli pesa. La vita da artista in viaggio è tutto ciò che ha sempre desiderato. «Tutti abbiamo dei sogni e il mio è di continuare a fare quello che sto facendo», dice, aggiungendo che però c’è una bella differenza tra l’essere felici di ciò che si fa e l’essere soddisfatti. «Soddisfatto? Mai. Come si può essere soddisfatti in un mondo come il nostro?». A lui per ora è andata bene.

Soddisfatto? Come si può essere soddisfatti in un mondo come il nostro?

Il suo è uno dei tanti nomi che la radio inglese ha amato fin da subito. «Chiunque vuole che i propri pezzi vengano passati da BBC Radio. Quando succede, diciamo che la tua carriera è sulla strada giusta. Tutto sale di un livello». Un buon inizio, aiutato anche dal fatto che in tre anni sono usciti tre suoi album, cosa che normalmente attrae un po’ l’attenzione. In più c’è l’aspetto anti-modernista a dare ulteriore prova di carattere. «Della trap non so nulla», confida. «È probabile che ne sappia più tu di me.»