Il soffritto e l’avvocato di Cosenza, ovvero l’amore secondo Cochi e Renato

I due comici hanno un cuore grande così: ecco la storia di due dei loro brani più geniali
Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni, 1968

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni, 1968

Se è vero l’aneddoto – riportato, mi pare, anche da Pino Corrias – secondo cui Aurelio “Cochi” Ponzoni e Renato Pozzetto, poco più che ventenni, esordirono con i loro “dialoghi sui massimi sistemi” davanti al pubblico dell’osteria L’Oca d’oro, dove poco più in là un loro amico, tale Piero Manzoni (sì, proprio lui, quello della Merda d’artista, citato anche dai Baustelle), esponeva le sue prime opere, possiamo ribadire con la massima tranquillità una cosa che tutti abbiamo sempre sospettato e, qualche volta, anche detto ad alta voce: cioè che Cochi e Renato (e alle loro spalle, ovviamente, i più anziani Viola, Jannacci, Andreasi, Toffolo) abbiano rappresentato, nel decennio 1965-75, un’estrema propaggine, fuori tempo e fuori luogo, del movimento Dada. Da Zurigo a Milano, dal Cabaret Voltaire al Derby Club.

Detto questo, non voglio occuparmi del côté surreal-dadaista della coppia Ponzoni-Pozzetto, che non è mai sfuggito a nessuno (persino su Wikipedia vengono accostati a Ionesco e Campanile), ma di quello un po’ meno noto, “romantico-sentimentale”. Le canzoni d’amore, insomma. Non tanto l’allusiva La cosa (che potrebbe essere quasi una versione settantesca delle canzonette a doppio senso tipo La pansè o Vieni, pesciolino mio diletto vieni), né la più esplicita Libe Libe Là (descrizione di un tentativo di abbordaggio in piena regola: “Dai, vieni di là/ se c’hai vergogna porta tua sorella…”); e nemmeno Come porti i capelli bella bionda, “erede” di certi numeri di Franchi e Ingrassia (ricordate Core ‘ngrato?) in cui la “spalla” (in questo caso Cochi) se la canta e se la suona da sé, mentre il comico (Renato) apparentemente monologa per i fatti suoi, mentre in realtà sta mandando tutto in vacca.

Un caso a parte, poi, è quello di È l’amore, del 1969. La struttura è quella di altre canzoni del duo: un dialogo/monologo nonsense intercalato da ritornelli non meno improbabili. Qui però la melodia è dolcissima, eseguita da un duetto violoncello-contrabbasso (che però Pozzetto suona come fosse una chitarra), il testo è teneramente poetico (“Quando tutto quel che fai/ tu lo fai pensando a lei/ Quando fuggono le ore/ è l’amore”), ma negli intermezzi parlati i due si maltrattano senza tregua, come nel Tingeltangel di Karl Valentin. Cito dalla versione registrata nel 1973 per il programma Il poeta e il contadino (visibile su YouTube): “Senza il contrabbasso non sei nessuno” (Pozzetto); “Vorrei vederti senza violoncello” (Ponzoni, di rimando), alternando piccinerie e insolenze (“Una volta ho suonato con un postino che suonava molto meglio di lei”) ai consueti non sequitur (il tormentone su una partita di canottiere da spedire a un fantomatico avvocato di Cosenza).

Ma forse la canzone del duo che, sotto la scorza del demenziale (a proposito: l’avranno inventato prima al Derby o al Kentucky Fried Theater?), dice cose definitive sull’amore, è Ho soffritto per te: testo di Ponzoni e (Marcello) Marchesi, musica di Jannacci. Ed è proprio Jannacci a inciderla per primo, nel 1966, nel suo Sei minuti all’alba. Personalmente preferisco la versione di Cochi e Renato, perfetta nel rendere il tono complessivo del brano, comico ma con venature malinconiche (altro aspetto, quello della “malincomicità” di Ponzoni e Pozzetto, che andrebbe rivisitato). La storia è quella del classico colpo di fulmine (“T’ho vista che era sera/ davanti a un cinemà/ Sembravi proprio vera/ son stato lì a guardar”) che sfocia inevitabilmente nel non detto – anzi, nel non scritto: “T’ho scritto un bigliettino, per dirti del mio amor/ risposta mai non giunse/ capir non so il perché”. Su Youtube se ne trova anche un’altra versione, se possibile ancor più delirante, andata in onda a Quelli della domenica (1968).

Non è più la RAI archeologica de Il musichiere, ma non è ancora quella della riforma e della lottizzazione post-1975. Ad ogni modo, soffia il vento della contestazione e la coppia pensa bene d’introdurre il brano con una premessa ad hoc: “Abbiamo fatto una canzone di protesta, in italiano perfetto, che… a me mi piace molto”. Poi si lanciano in una serie di allucinanti deragliamenti da matita rossa e blu: “Non s’è capito niente/ un tragico equilibrio/ ma se tu avrebbi avuto/ un po’ di fede in me/ tu mi comprenderessi/ e allora si salvasse l’amore mio per te”. Un vero spappolamento grammaticale, ben oltre la semplice incomunicabilità di un sentimento. Epperò alzi la mano chi, nel bel mezzo di una cotta, non si è mai trovato a corto di parole. Se poi, nel refrain, il “soffrire” per amore diventa “soffriggere” – ad oggi, l’atteggiamento più comune degli innamorati davanti alle famigerate spunte blu di Whatapp – beh, direi che il brano è più “contemporaneo” che mai. Alla faccia dell’archeologia radiotelevisiva.

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