I dischi di oggi: Morrissey, Charlotte Gainsbourg, RRR Mob, Tove Lo, Godflesh

Oggi sono usciti un po' di dischi interessanti e un altro po' che proprio non si può sentire

“Rest” di Charlotte Gainsbourg  

È davvero un peccato che Charlotte Gainsbourg abbia iniziato a 46 anni a scrivere canzoni in francese. Prima, vuoi anche per l’ombra ingombrante del genio del padre Serge, l’attrice e cantante non se l’era mai sentita. Forse anche per una eterna insoddisfazione e insicurezza creativa. Un peccato, dicevamo, perché il nuovo Rest è una piccola perla electro, a cui, tra gli altri, hanno collaborato SebastiAn, Guy-Man dei Daft Punk e pure Paul McCartney, e dove Charlotte dimostra ancora una volta che c’è molto oltre l’attrice protagonista di Nymphomaniac di Von Trier. C’è una grande autrice, capace di scrivere bellissimi versi, in grado di mostrare come affrontare anche la più grave delle perdite. “M’envoler/ T’embracer/ Te Toucher/ M’accepter/ T’oublier” (Prendere il volo/ abbracciarti/ toccarti/ accettarmi/ dimenticarti)”.

“Post Self” di Godflesh  

Ormai il prefisso “post” l’hanno usato po’ tutti, negli ambiti più disparati. E nel bel mezzo di una guerra fra luminari che si contendono il premio Strega con il long form più esauriente (in tutti i sensi) su post-Internet o post-verità, Justin Broadrick prende la palla al balzo chiamando Post Self il suo ultimo lavoro coi Godflesh. Così facendo una delle menti più eccelse della musica contemporanea previene a) che il criticuccio musicale possa anche solo pensare di servirsi del termine post-Industrial e b) che si parli ancora di post-cose quando in realtà l’unico ad aver vissuto nel concreto un cambiamento (quasi?) irreversibile è l’individuo, il self. Con un gioco di parole che ricorda quasi “post a selfie”, JK e il fidato BC Green rispolverano un progetto che fra i tanti di Broadrick (Napalm Death, Dio, JK Flesh, Greymachine, Techno Animal, ecc) sopravvive alle decadi e si rinnova ogni volta proponendo sempre le stesse cose: distorsioni abissali, pattern inesorabili e tanto, tanto rancore.

“If I All I Was Was Black” di Mavis Staples  

Sarebbe facile per Mavis Staples pensionare l’attivismo e godersi lo status di icona dell’R&B, lasciando perdere la politica e incassando le riverenze di pubblico e critica. If I All I Was Was Black, invece, ha i testi più attuali della sua produzione recente. “This life surrounds you / the guns are loaded”, si apre così il terzo album in collaborazione con Jeff Tweedy, con un racconto del terrore delle comunità afroamericane, costrette a confrontarsi ogni giorno con la normalizzazione della violenza delle forze dell’ordine.
Dal lato musicale, invece, la penna del leader dei Wilco non è mai stata così evidente: le chitarre a là Summerteeth della title track, il lento da saloon – ma con spruzzate jazz – Ain’t No Doubt About It, l’album farà sentire a casa tutti i fan della band di Chicago, che possono approfittare dell’occasione per godersi Mavis Staples, che a 78 anni suonati non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro.

“Low In High School “ di Morrissey  

Penso che Morrissey abbia raggiunto così il suo scopo nella vita. Essere una popstar qualsiasi. Di secondo piano magari. Ma invecchiare in un mondo di cipria, camerini sbrecciati, tavole di palcoscenici, televisione pubblica. Tornare all’infanzia a Manchester, coi film in bianco e nero, gli autobus rossi e le cabine del telefono. Nomi buoni per riempire le pagine di un diario scolastico: Anthony Newley, Sandie Shaw, Dusty Springfield, John Barry, Marc Bolan, David Bowie, i New York Dolls (nei sottotitoli italiani per i nostri lettori meno giovani: Massimo Ranieri, Marcella Bella, i Cugini di Campagna, Ennio Morricone – il disco è stato curiosamente in parte inciso ai Forum Studios di Roma, di cui il maestro è coproprietario). “Quando l’industria musicale serviva gli artisti” (parole sue, durante il lancio di questo disco) e “le classifiche riflettevano emozioni e bisogni dei devoti amanti della musica”.
Una popstar qualsiasi. Annidato nel senso comune, sedotto dalla morbidezza della vita raccontata dai tabloid, dai pettegolezzi della tv del pomeriggio, ipnotizzato dalla mistica di ciò che è finalmente popolare, contro l’élite, tanto da poter cantare finalmente così: “Passo il mio tempo a letto/(…) Smetti di guardare il tg/perché le notizie ti fanno sentire piccolo e solo” (Spend the Day in Bed). Oppure, ancora: “I presidenti vanno e vengono/guarda i danni che fanno/Ma i ragazzi si devono innamorare” (All the Young People Must Fall in Love).

“Blue Lips (lady wood phase II)” di Tove Lo  

Ebba Tove Elsa Nilsson è cresciuta andando a cavallo e passando le vacanze nelle case estive degli amici. Quella di Tove Lo, però, è una storia di felicità apparente, un po’ come la sua musica: la “ragazza più triste della Svezia” parla di sbronze per allontanare la depressione, sesso e droghe per dimenticare, un ciclo autodistruttivo di cui è perfettamente consapevole e che non sembra voler abbandonare. Il suo ultimo album Blue Lips è il seguito di Lady Wood – «una rivendicazione dell’erezione femminile», ha detto una volta – e come il precedente riesce a trasformare storie notturne (Disco Tits, un delirio edonistico, Shivering Gold, shedontknowbutsheknow) in ritornelli luminosi e ultrapop.
Sì, ci sono tutte le rivendicazioni libertine che hanno fatto tanto parlare di lei – da “Let me be your guide when you eat my pussy out” a “Fuck fuck fuck some sense into me” -, ma anche momenti più meditativi, brani meno riusciti ma necessari per una popstar che vuole liberarsi dell’etichetta di “hit-maker” e fare le cose a modo suo, depressione o meno.

“Polygondwanaland” di King Gizzard & the Lizard Wizard  

Spulciando Wikipedia è facile scoprire che il Gondwana – o Gondwanaland – è un supercontinente esistito da 510 a 180 milioni di anni fa, generato dalla divisione della Pangea e “antenato” di Sudamerica, Africa, India, Medio oriente, Antartide e Australia. Il nuovo album dei King Gizzard & the Lizard Wizard – quarta uscita in un anno, e nemmeno l’ultima, visto che la band australiana promette di avere in canna il botto di fine anno – si chiama Polygondwanaland, titolo impronunciabile che mescola i poliritmi alla geologia, un po’ come facevano i maestri del prog di una volta.
Se il precedente era più canterburiano (con l’occasionale divagazione R&B), un album di improvvisazione totale registrato pensando a Sketches of Spain, il nuovo è più compatto, rock, con un suono impreziosito dai fiati e dalle occasionali esplosioni di chitarra, rullante clippato e cori arabeggianti. Un Embryonic nordafricano. Nota di merito per le modalità di pubblicazione: non solo free download, ma anche libertà totale di stamparsi l’artwork e vendere il disco nel proprio negozietto, sia online che offline.

“Nuovo Impero” di RRR Mob  

La trap potrà stancare alla lunga e forse lo ha già fatto da tempo. Però, con l’aria che tira fra Salvinismi, xenofobia, Brexit e Trump anche un codice navigatissimo come la trap può tornare utile se fatta nel modo giusto dalle persone adatte. La Real Recognize Real Mob (o Tripla R o RRR Mob) è un quartetto di ragazzotti vestiti come fossero usciti da un video di Booba, ma che hanno le idee molto chiare quando si parla di messaggio. Nuovo Imperole cui produzioni portano quasi sempre la firma di Laioung, è un gigantesco suca ai pregiudizi e al razzismo mascherato da sicurezza e antiterrorismo. La voce di quattro ragazzi figli di stranieri (perlopiù nordafricani, Arabi e neri come nella canzone), amplificata da quella dei 6 milioni di immigrati che almeno una volta nella vita (se non tutti i giorni) hanno vissuto sulla propria pelle tutto l’odio ingiustificato di cui sono capaci le persone che ci stanno a fianco nel tram.

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