I dischi di oggi: Cremonini, Björk, Noel Gallagher e Ghali

I flauti luccicanti dell'artista islandese, la risposta di Noel al fratellino Liam e un bel po' di musica italiana: il passato di Ghali e il futuro di Cesare, insieme a un paio di uscite indie. Ecco le uscite di questo venerdì

“Possibili Scenari” di Cesare Cremonini  

L’ambizione di fare un disco “libero e influente” Cesare Cremonini l’aveva già palesata nella scelta del singolo, Poetica, che ha fatto spellare le mani ai radiofonici, nonostante la durata (quasi 5 minuti) e un intro archi e piano tutt’altro che immediato. Dopo un paio di ascolti la missione appare compiuta. Forse Possibili Scenari non imporrà l’inversione di rotta a un mercato discografico modello fast food, ma rappresenta un nuovo upgrade nella ormai ventennale carriera dell’artista bolognese. Il suono del disco è vario e i riferimenti molteplici: non c’è un solo padre, come il titolo dell’album dice tra le righe. Ma c’è una estrema coerenza di fondo, e soprattutto ci sono i testi dell’ex Lùnapop, che nobilitano un pop che torna a essere anzitutto canzone. Si va dalle sonorità disco della title track, che aprirà il prossimo tour, ai ritmi allegri e leggeri di Kashmir-Kashmir, e poi “il rock psichedelico e rarefatto” di Un uomo nuovo. E ancora Nessuno vuole essere Robin, ballata à la Cremonini e singolo annunciato, le atmosfere anni ’60 e la nostalgia del Cielo era sereno, il divertissement Al tuo matrimonio e La macchina del tempo, la grande canzone d’amore che chiude il disco. Il grande match rappresentato dall’esordio negli stadi a giugno, così, non appare più proibitivo.
D.F.

“Who Built the Moon?” di Noel Gallagher’s High Flying Birds  

Nei mesi che hanno preceduto le uscite discografiche dei fratelli Gallagher, ci aveva pensato Liam ad alzare i toni, con una serie di schiaffoni mediatici, tra tweet e dichiarazioni all’acido muriatico. E se l’esordio solista di Our Kid ha convinto, pur rimanendo attaccato alla tradizione del rock made in UK, ora è la volta del fratello maggiore. Noel, con il suo Who Built The Moon?, ha concepito un’operazione di allontanamento dal suono degli Oasis, studiata a tavolino insieme al produttore David Holmes. Nell’album ci sono tutte le influenze su cui The Chief ha costruito la propria carriera, dalle fughe di chitarra stile Stone Roses (Black & White Sunshine), i riff che ricordano Marc Bolan e i suoi T-Rex (Holy Mountain), fino alla psichedelia in salsa Beatles – evidente la citazione in Be Careful What You Wish For – ma il tutto è saldato insieme in un sound stratificato e complesso, che rende Who Built The Moon? uno dei lavori più convincenti dell’intera produzione di Gallagher. Se si dovesse eleggere un simbolo della nuova via cercata da Noel, tra gli undici brani che compongono l’album, sarebbe It’s A Beautiful World: un brano atipico, anche all’interno di un lavoro atipico com’è Who Built The Moon?. La canzone è quella in cui il disco si spinge più in là, quella in cui la distanza con il Noel cui eravamo abituati diventa siderale, tra campionamenti e sequencer. Nel complesso il “cosmic pop” del disco, come ha definito lo stesso Gallagher il genere del suo ultimo lavoro, tocca una gamma vastissima di sonorità, quasi fosse una vertigine sonora razionalizzata per essere messa all’interno di un singolo album, il più maturo di Noel, con buona pace del fratellino.
A.Z.

“Utopia” di Björk  

Two music nerds obsessing… sending each other MP3s”, ecco l’euforica Björk accompagnata da arpeggi di arpa e dai suoi tipici falsetti di sottofondo. Il brano, il classico sogno a occhi aperti bjorkiano, si chiama Blissing Me e detta il ritmo di un disco che è quasi l’esatto opposto di Vulnicura, LP pensieroso e incandescente uscito nel 2015. Lì Björk esaminava chirurgicamente il lutto da fine di un amore, incorniciata da profondi arrangiamenti d’archi. Utopia manda l’orchestra a casa, e descrive un mondo luccicante di sample di cinguettii, flauti, arpe, cori e paesaggi elettronici, dipinti con l’aiuto dei co-produttori Arca e Rabit. Il disco irradia una gioia capricciosa – l’opener Arisen My Senses è un orgasmo multiplo in musica, una raffica pop. Ma Utopia non è più accessibile del predecessore, e nemmeno un album composto solo da favolette felici e luminose. Sue Me racconta di un divorzio attraverso voci distorte e percussioni caotiche. In Body Memory le parole “toxic”, “patriarchy” e “Kafkaesque” brillano attraverso rumori da zona di guerra. I flauti e l’arpa occupano i registri alti degli arrangiamenti, i beats e i bassi scoppiettanti quelli più bassi. Come in Loss, che riassume la visione musicale della nuova Björk – una realista che sa che l’utopia è concetto relativo, che sopravvive solo se sostenuto da tutti.
W.E.

“Lunga vita a Sto” di Ghali  

Alcuni ragazzi del suo quartiere – Baggio, nella periferia milanese – sostengono che quando non era ancora famoso Ghali se ne andava in giro per il parco da solo, cantando. In un certo senso Lunga vita a Sto è un ritorno a quelle passeggiate solitarie, ai primi mixtape e ai singoli con cui ha conquistato quella popolarità che è poi esplosa con Ninna Nanna e il primo LP Album. Le 12 tracce del nuovo disco sono un riassunto del suo percorso umano e musicale, una rivendicazione di quello che era Ghali prima delle folle di fan, del caos degli instore e delle partecipazioni in prima serata alla RAI. Ci sono i singoli che hanno sbancato YouTube – Willy Willy, Dende – ma assenti da dischi e store digitali, con i primi testi sulla voglia di riscatto, sulle sue origini e su cosa succedeva nel micromondo che è riassunto nella copertina del disco, dove appare in pigiama e circondato da poster di tutte le sue fisse: Michael Jackson, GTA, The Mask, 8 Mile e Abbey Road. Ascoltare Lunga vita a Sto è un bel modo per scoprire (o riscoprire, se siete fan della prima ora) chi era Ghali prima di essere Ghali. E saranno felici anche gli youtuber inglesi e americani che fanno le reaction sui suoi primi video, ora possono ascoltarsi i pezzi senza consumare tutti i giga. O studiare – grazie agli strumentali inseriti in scaletta – le basi di Charlie Charles, che male non fa.
A.C.

“Ansia e Disagio” di Giancane  

È tutta colpa del mio pessimo senso dell’umorismo, ma la cosa più azzeccata del nuovo disco di Giancane è il titolo: Ansia e disagio, che è un po’ quello che si prova ad ascoltare le undici tracce che lo compongono. Giancarlo Barbati si pone a metà strada tra la scena romana indie e la sagra di paese, con i giretti di synth, i pezzi country più tradizionali, qualche chitarrone e persino un momento revival dance anni ’90. Diciamo che non se ne sentiva il bisogno, ma i suoi fan saranno felici per i ritornelli azzeccati che rendono i suoi concerti una bolgia.
E.V.

“Regardez Moi” di Frah Quintale  

Ultimamente il pop italiano più fresco passa dall’hip hop, e Frah Quintale non fa eccezione. Regardez Moi è il suo primo album ufficiale, e sorprende per chiarezza di intenti e coerenza: ogni canzone è una piccola, piacevolissima scoperta. Il filone del cantautorap, come lo hanno ribattezzato, è molto popolare (o inflazionato?) in questo periodo, ma Frah riesce a fare emergere molto bene la sua personalità, senza restare nell’ombra di compagni di scuderia più celebri come Coez o Dutch Nazari, grazie anche alle produzioni di Ceri che si sposano perfettamente alle sue liriche. Riusciamo a trovare un’unica pecca: il disco avrebbe potuto essere un po’ più vario, anche perché i due esperimenti più originali – l’intimista Accattone e l’excursus dance Avanti/Indietro – sono in assoluto tra i più riusciti di tutta la tracklist.
M.T.

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