I 50 migliori album pop-punk (30-10)

Dai Blink-182 ai Buzzcocks, la seconda puntata con il meglio dal filone più adorabile e disperato del punk, con Rancid, Bad Religion, NOFX e The Offsprings

Continua dalle posizioni 50-30

In un tweet del 2016, Billie Joe Armstrong dei Green Day ha dichiarato guerra al pop-punk. “Ho sempre odiato quest’espressione”, ha spiegato dopo su Kerrang! “Penso sia una contraddizione in termini. O sei punk, o non lo sei”.

Ma in un modo o nell’altro, quella contraddizione – l’idea di una forma d’arte così devotamente underground con un importante appeal mainstream – è sempre esistita. Dai grandi sfasciati degli anni Settanta (Buzzcocks, Undertones) agli eroi hardcore anni Ottanta (Misfits, Descendents), agli hitmaker degli anni Novanta (Green Day, Blink-182) e oltre, le band punk hanno sempre messo in mostra una grande capacità di scrittura accanto alla loro posizione anti-autoritaria. E il focus del punk per la velocità, la concisione e la semplicità dei tre accordi si sposa naturalmente con i valori fondamentali del pop.

Durante gli anni, quello che ora conosciamo come pop-punk si è trasformato rapidamente, evolvendosi con i tempi e le mode. Come la New Wave e il college rock, estetiche ska, rap, emo e persino da boy-band sono entrate nel mix, ma una caratteristica è rimasta costante: il pop-punk è per i ragazzi, o quantomeno per chi si sente ancora adolescente. È di per sé impertinente, pieno di angoscia, autocritico e divisivo sul piano generazionale. È anche tenero e romantico, abbonda di nostalgiche e svenevoli scene da primi amori, baci che cambiano la vita e tragiche rotture sentimentali. È in OC e One Tree Hill, la soap opera adolescenziale del rock contemporaneo. I primi brani di gruppi straordinari come Blink-182, Simple Plan, Sum-41 e, sì, anche dei Green Day, parlavano sempre di uno sviluppo bloccato, un testardo desiderio di non crescere mai. E i fan che tornano a questi dischi classici dopo dieci, quindici o vent’anni possono sentire di non averlo fatto mai, presi da uno stato di beatitudine targata What’s My Age Again?.

“L’intero spettro dell’esperienza umana, tutto quel desiderio e quell’insicurezza, sono perfettamente riassunti in quegli anni formativi”, ha scritto nel 2016 Amanda Petrusich del New Yorker a proposito del potere dell’emozione adolescente, riflettendo sul ritorno dei Blink-182. “È lì che vive il pop-punk. La sua crudezza non sta tanto nella musica ma nella novità inebriante di quei sentimenti”.

Per celebrare questo movimento duraturo e molto amato, contiamo alla rovescia i cinquanta migliori album pop-punk nella storia. Dai Buzzcocks ai 5 Seconds of Summer, ecco il nuovo canone del punk.

30. “The Art of Drowning” di AFI (2000)

Il quinto album in studio degli AFI è entrato nella Billboard 200 e ha permesso alla band della Bay Area di approdare al mainstream. Il liricismo gotico e i rapidi ritmi nord-californiani li hanno resi l’anello mancante tra i progenitori dell’horror-punk, i Misfits, e i ribelli emo My Chemical Romance, fatto che si nota soprattutto in Days of the Phoenix, una lode “ai teenager della morte, alle teenager della morte” che popolavano la loro venue natale preferita. Lo stesso anno, dopo la partenza di Michale Graves dai Misfits, l’androgino frontman Davey Havok è stato selezionato come suo sostituto, tuttavia Havok ha declinato. È stata una scelta dal tempismo impeccabile: dopo Art of Drowning, il profilo degli AFI è cresciuto straordinariamente negli anni a venire, specialmente tra le giovani donne. “Quando penso a quei tempi”, ha detto Havok nel 2017, “ricordo un cambiamento nella ratio uomo-donna nel pubblico. Eravamo soliti suonare solo per uomini. È figo che le cose sono cambiate a favore delle donne… per quello che ho imparato crescendo, le donne hanno sempre avuto un gusto migliore in fatto di musica”. S.E.

29. “Kerplunk” di Green Day (1991)

Kerplunk è la distillazione più pura dei Green Day: tre teppisti impertinenti e svogliati alla soglia dei vent’anni con troppa energia e un serio disturbo dell’attenzione segnato da piccole frustrazioni e passioni. L’album è stato il secondo tentativo della band di realizzare un disco lungo, e il primo con Tré Cool alla batteria (il quale ha scritto e cantato anche il pezzo rockabilly beatamente frivolo dedicato al sadomaso, Dominated Love Slave). Sul piano globale, il disco pubblicato su Lookout Records riassume ciò che rende il pop-punk un genere così variegato, combinando la durezza del punk classico con la tenerezza espressiva e i temi del college-rock dei tardi anni Ottanta. Nell’apertura dell’album 2000 Light Years Away, Billie Joe Armstrong si strugge per un amore a lunga distanza, mentre più tardi si chiede Who Wrote Holden Caulfield? (“Chi ha scritto Holden Caulfield?”) in un pezzo semi-riflessivo ispirato da Il giovane Holden. La band ha pure inciso una cover del classico degli Who My Generation come bonus track, indicando la nuova stagione a cui i Green Day avrebbero dato inizio. Il fondatore della Lookout, Larry Livermore, ha detto di aver dovuto assillare i Green Day per un intero album prima che gli venisse presentato Kerplunk. “Pensavo sarebbe andato bene”, ha confessato in un’intervista che celebrava il venticinquesimo anniversario del disco. “Ma le 10,000 copie della prima edizione di Kerplunk sono state vendute il giorno stesso in cui è uscito. Era il nostro maggior lancio di sempre, in quel periodo. E di gran lunga”. B.S.

28. “Machine Gun Etiquette” di The Damned (1979)

Dopo essersi sciolti all’indomani di un disastroso secondo album (Music for Pleasure del 1977), i pioneristici punk inglesi Damned si riformarono nel 1970 senza il chitarrista e compositore originale Brian James, e procedettero a dare alla luce uno dei migliori (e inaspettati) ritorni nella storia del rock. “Qualcuno disse che se avessimo scritto qualche pezzo, avremmo potuto ottenere un contratto discografico”, ha ricordato il co-fondatore Captain Sensible su Rolling Stone quest’anno. “Così decidemmo di diventare improvvisamente compositori. Nessuno di noi aveva mai scritto un pezzo in vita sua”. Nonostante questo svantaggio evidente, Sensible (che passò immediatamente dal basso alla chitarra), il cantante Dave Vanian, il batterista Rat Scabies e il nuovo bassista Algy Ward riuscirono in qualche modo a riempire Machine Gun Etiquette con tracce sfrontate ed energetiche come Love Song, I Just Can’t Be Happy Today, Plan 9 Channel 7 e Smash It Up (Part 2), che mescolavano punk, pop, psichedelia dei Sessanta e glam dei Settanta in una visione sfrenata e piena di vita. Un ascolto essenziale per chiunque ami il lato melodico del punk, Machine Gun Etiquette ha ispirato numerose band, tra cui gli Offspring, che incisero una cover di Smash It Up per la colonna sonora di Batman Forever nel 1995. D.E.

27. “Life in General” di MxPx (1996)

A partire dal successo del loro inno skate Punk Rawk Show, i MxPx sono diventati un raro esempio di punk band orientata al cristianesimo capace di arrivare a un pubblico laico. Sin dall’attacco – “Emozione è il mio secondo nome”, canta il bassista-cantante Mike Herrera in MiddlenameLife in General è un classico della West Coast, che mischia surf pop testosteronico con ritmi spasmodici. Herrera intrattiene una fidanzatina con una dolce fantasticheria doo-wop in Do You Feel Hurt? e invoca il kitsch dei soda-shop degli anni Cinquanta facendo scat su una linea di basso in Chick Magnet. Nel mentre il batterista Yuri Ruley e il chitarrista Tom Wisniewski formano una gang formidabile, contrapponendo ai numeri da Buddy Holly in pena d’amore di Herrera con botte di energia del calibro dei Minor Threat. “Ero un ragazzino che aveva un certo tipo di amici e a cui erano state insegnate certe cose”, ha detto Herrera dell’album nel 2008. “Non sapevo davvero molto del mondo, sai? Sedici anni dopo sarebbe stato impossibile per me scrivere in quel modo. La politica non se la sta passando tanto bene adesso e l’economia è orribile, ma i MxPx hanno sempre rivoltato le cose, facendo ciò che potevamo nelle nostre vite per andare avanti”. S.E.

26. “Snap!” di The Jam (1983)

Sebbene avesse solo diciotto anni quando i Jam entrarono in classifica per la prima volta nel 1977, il frontman Paul Weller maturò velocemente come scrittore, rifacendosi ad influenze che andavano da Pete Townshend e Ray Davies ai romanzieri inglesi George Orwell e Colin MacInnes. Canzoni brillanti come Down in the Tube Station at Midnight, Going Underground e Town Called Malice riflettevano eloquentemente la frustrazione e l’alienzione della classe operaia nell’Inghilterra tatcheriana. “Quando vedo tutti questi gruppetti del cazzo – tutte le band davvero fraudolente che ci sono in giro – questo basta a mettermi in riga”, disse Weller a The Face nel maggio 1982. “Basta a farmi capire ciò che dovremmo fare: esporre quel branco di segaioli per ciò che sono”. Mentre quel tipo di intensità si dimostrò impossibile da sostenere (Weller sciolse la band alla fine dell’’82), l’incredibile sequenza di singoli inglesi durata sei anni – molti dei quali non erano inclusi nei loro album – è perfettamente catturata da Snap!, una compilation del 1983 che mette in mostra accordi squillanti, testi basati sull’osservazione, appassionati ritornelli da cantare a squarciagola e una tenuta musicale a prova di bomba che si sarebbe dimostrata enormemente influente sui gruppi pop-punk come Green Day e Alkaline Trio. D.E.

25. “Bleed American” di Jimmy Eat World (2001)

Dopo il classico cult vagamente sperimentale Clarity, i Jimmy Eat world hanno provato a semplificare le cose, e il risultato è stato Bleed American, un album che ha aiutato a presentare la band – e una nuova ondata di pop-punk – al mainstream. Ripubblicato sotto il nome di Jimmy Eat World dopo l’undici settembre, l’album è una collezione di inni orecchiabili che si basano sui temi più classici del genere: alienazione, morte, diventare grandi, amori trovati e persi, e il semplice conforto di cantare insieme alla propria band preferita. Nel 2001, non c’era canzone più inevitabile in pubblico del secondo singolo del disco, The Middle, pezzo cruciale nel portare la band dappertutto, dagli episodi di TRL alle cuffie di Taylor Swift. “Vorrei che ogni ragazzino che affronta gli stessi sentimenti di solitudine possa sentire come canta Jim Adkins”, ha detto una volta la Swift, che poi ne suonò una cover con lo stesso Adkins. P.V.

24. “Inflammable Material” di Stiff Little Fingers (1979)

Il punk si stava evolvendo nel 1979: i Clash pubblicarono un doppio album pieno di pezzi ska, reggae e rockabilly, mentre si potevano sentire nuove influenze nel genere, dal dub al krautrock. Quel trend da solo avrebbe permesso a Suspect Device, la squillante traccia di apertura di Inflammable Material, il debutto dei Stiff Little Fingers da Belfast, di distinguersi dalla massa. Ma la canzone è anche un calco della forma che il pop-punk avrebbe assunto in futuro. I testi puntano il dito contro un sistema menefreghista (“Hanno eretto un muro/Su entrambi i lati, ci regolano e ci preparano/E si accertano che non otteniamo un cazzo”) ma con un’orecchiabilità pop sepolta sotto tutta la velocità e la rabbia, prefigurando non solo i Green Day, ma anche i loro antenati americani Husker Dü e Replacements. Il disco influenzò anche i membri di un’altra band irlandese: come disse Bono al Guardian nel 2007, “Per me si trattava principalmente di rabbia, ancora adesso in realtà. La mia colonna sonora era ‘Alternative Ulster’ degli Stiff Little Fingers”. J.D.

23. “From Here To Infirmary” di Alkaline Trio (2001)

Poco prima che gli Alkaline Trio pubblicassero il loro terzo album, From Here to Infirmary, il chitarrista-cantante Matt Skiba disse al Chicago Tribune “Ci piace molto scrivere canzoni sulla roba più cupa, la consideriamo una celebrazione delle idee malvagie che passano attraverso la testa di tutti”. Skiba, il bassista-cantante Daniel Andriano e il batterista Mike Felumlee (già negli eroi pop-punk locali Smoking Popes) centrarono il traguardo con From Here to Infirmary, specialmente in Armageddon che porta alla luce insicurezza, pene d’amore e, si, la fine del mondo. Il gusto degli Alkaline Trio per l’estetica goth era un amo efficace quanto le loro melodie a prova di bomba, e fu così che iniziarono a raccogliere nuovi fan con From Here to Infirmary. Per quanto il gusto per l’oscurità differenziasse il trio da ogni altra band pop-punk della Chicago suburbana, From Here to Infirmary evidenziò anche i punti di forza dei membri del gruppo come compositori concisi che sapevano attirare l’energia dei vivi. L.G.

22. “Can’t Stand the Rezillos” di The Rezillos (1979)

Da Edimburgo – la culla dei Bay City Rollers – gli agguerriti Rezillos fusero i costumi bizzarri di surf rock, garage, glam, rockabilly e New Wave in una band punk-rock che suona come se i B-52 avessero ascoltato più i Cramps che gli Chic. Il loro unico album in studio (almeno fino a una reunion del 2015), Can’t Stand the Rezillos combina la roba da ragazzini tipica della fantascienza anni Cinquanta (Flying Saucer Attack, 2000 A.D.), alle vette vertiginose dei gruppi beat anni Sessanta (le cover dei Dave Clark Five e Gerry and the Pacemakers) e il divertimento del post-punk anni Settanta (uno dei pezzi più orecchiabili dell’album è (My Baby Does Good Sculptures). “Venivamo tutti da un posto simile e ci siamo incontrati in un posto che ci ha orientati nella stessa direzione, vale a dire fare qualcosa che fosse molto rock & roll e attingesse a molte cose artistiche che avevano a che fare con la cultura pop e fossero molto radicate nel garage rock”, ha detto a Noisey il co-vocalist Fay Fife. “Alla gente non piaceva molto allora, ma a noi sì”. C.R.W.

21. “Operation Ivy” di Operation Ivy (1991)

“Ognuno ha una band del cuore”, ha detto a Spin Billie Joe Armstrong nel 2005, “e devo dire che gli Operation Ivy mi hanno cambiato la vita”. Il frontman dei Green Day non è il solo la cui vita è stata cambiata dalla band che includeva i futuri membri dei Rancid Tim Armstrong e Matt Freeman: nel bene o nel male, il gruppo potrebbe essere ringraziato per tutto il sound ska-punk che si è lasciato dietro. Considerata per i suoi meriti, l’intera discografia di meno di trenta canzoni (raccolte in un’omonima compilation del 1991 per la Lookout Records) pulsa di energia, rabbia e urgenza giovanili, il tutto sopra un sound crudo e poppeggiante che innumerevoli band avrebbero poi provato a imitare, senza riuscire a replicarlo. La band riassumeva la bellicosa scena di East Bay che ha partorito Crimpshrine, Mr. T Experience e, ovviamente, i Green Day, che successivamente avrebbero inciso una cover in stile honky tonk di Knowledge. J.D.

20. “So Wrong, It’s Right” di All Time Low (2007)

Pensate agli All Time Low come ai re della nuova ondata pop-punk, o come agli eroi dell’ultima TRL generation. Guidati dai buffi Alex Gaskarth e Jack Barakat, i quattro del Maryland sono diventati delle icone per il loro atteggiamento giovanile, come mostrato nel secondo disco So Wrong, It’s Right: Shameless delinea la sensazione dolceamara di prendersi una cotta per la ragazza figa; Stay Awake è il momento in cui lei finalmente guarda nella tua direzione. L’album nel complesso si concede la fantasia adolescenziale di far durare per sempre una notte, un ballo o una relazione. I personaggi delle canzoni sognano Vegas invece dei soliti meandri urbani, o di Poppin’ Champagne piuttosto che sbronzarsi nei parcheggi della scuola. Il sound variegato dell’album – l’inaspettata California! a parte in Let It Roll, l’addolorata ballata acustica Remembering Sunday, l’estatica vivacità della quattro-volte platino Dear Maria, Count Me In – è il perfetto modello per l’intero pop-punk dei tardo anni Duemila. “Tutto ciò che facciamo è un po’ strano e un po’ sbagliato ma sembra piacere a tutti”, ha detto Gaskarth a BuzzNet nel 2008. M.S.

19. “The Young and the Hopeless” di Good Charlotte (2002)

Nel 2002, il pop-punk faceva ormai parte del mainstream, e le giovani band non erano per nulla subdole nella loro ricerca di fama. “Joel e io abbiamo sempre voluto fart parte di una grande band”, ha detto a Rock Sound Benji Madden a proposito dell’ambizione dei gemelli. “Non abbiamo mai cercato di essere la band figa e underground ascoltata dall’élite: volevamo fare concerti in giro per il mondo, davanti a chiunque volesse ascoltarci”. E lo hanno fatto, spodestando dal piedistallo i guardiani dell’élite con pezzi come Lifestyles of the Rich and Famous e The Anthem, mischiando tradizionali agguerriti moniti pop-punk con leggeri break-beat hip-hop e storie di famiglie in crisi, riot grrrls e feste di San Valentino finite male. B.S.

18. “Stranger Than Fiction” di Bad Religion (1994)

Formatisi nel 1980, i Bad Religion erano già i nonni del pop-punk sud-californiano nel 1993, quando sconvolsero il mondo punk abbandonando la Epitaph Records – l’etichetta gestita dal chitarrista e co-fondatore della band Brett Gurewitz – per la Atlantic. Ma Stranger Than Fiction (il loro debutto su major, e il loro ottavo disco) costituì in realtà una stimolante conferma dell’apparentemente innata abilità dei Bad Religion di alternare ganci melodici affilatissimi e un incisivo commentario sociale con un ruggito chitarristico snello e muscolare. “Penso che i nostri fan di lunga data si stiano chiedendo se cambieremo stile musicale per cercare di attirare, che so, il pubblico di KROQ o il fan dei Pearl Jam, sai cosa intendo, visto che adesso stiamo con una major”, disse Gurewitz a The Big Takeover nel 1994. “Voglio far sapere che qui c’è un disco che piacerà ai nostri fan accaniti perché è dannatamente punk”. Stranger Than Fiction divenne il primo e unico album dei Bad Religion a ottenere un piazzamento d’oro, mentre Incomplete, The Handshake, Stranger Than Fiction e una baldanzosa re-incisione di 21st Century (Digital Boy) da Against the Grain del 1990 restano alcuni dei pezzi più amati nell’ampio catalogo del gruppo. D.E.

17. “…And Out Come the Wolves” di Rancid (1995)

Dopo una fase fortunata da eroi ska-punk attenti al sociale negli Operation Ivy, Tim Armstrong e Matt Freeman fondarono i Rancid nel 1991. La circostanza curiosa era che la band riscosse successo commerciale nonostante il boom grunge degli anni Novanta; il loro stimolante disco Let’s Go del 1994 scalò la Billboard 200, in seguito all’endorsement da parte dei cugini Green Day (anche loro di Berkeley) e degli Offspring, loro compagni d’etichetta alla Epitaph. Con loro grande sconcerto, l’improvvisa disponibilità sul mercato dei Rancid avrebbe scatenato un’ondata di offerte da parte di major, tra cui una della Maverick Records di Madonna. “Iniziarono a venire ai concerti. … Non glielo chiedevamo”, ha detto a Rolling Stone Lars Frederiksen nel 1995, generando il titolo del terzo LP della band, …And Out Come the Wolves. Ma a ciò che gli mancava in termini di ambizione pop, i Rancid sopperivano con un brillante storytelling. Adottando strutture tradizionali nelle canzoni, i Rancid si specializzarono nel folklore street-punk ricavato dalle loro vite da strada autentiche e tumultuose, dalla vignetta skinhead di “Time Bomb” a Olympia, WA, un’elegia rock & roll alla relazione fallita con Tobi Vail, la batterista delle Bikini Kill. Disco di platino nel 2004, lo spirito di Out Come the Wolves risuona ancora più punk che pop – anche se resta una pietra miliare senza tempo per giovani combinaguai di tutte le generazioni. S.E.

16. “American Idiot” di Green Day (2004)

Il pop-punk, in teoria, non contempla il crescere, ma con American Idiot i Green Day escogitarono una brillante scappatoia politica. In pronta reazione alla presidenza di George W. Bush, il trio realizzò un’intensa e urgente opera rock alimentata da rabbia e amore, e raccontata dalla prospettiva di uno scoraggiato Gesù Suburbano ansioso di andarsene dalla sua città senza prospettive. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per far incazzare la gente”, ha detto Billie Joe Armstrong a Rolling Stone nel 2005. Fu una mossa ambiziosa e anti-pop-punk per la band, quella di creare pezzi da stadio di nove minuti pieni di personaggi, sviluppi della trama e un terrificante riflesso della realtà. Ma funzionò: American Idiot fu un gran ritorno per gli ex novellini impertinenti. “Mi sentivo troppo vecchio per essere arrabbiato”, ha rivelato Armstrong. “È sexy essere un giovane uomo arrabbiato, ma essere un vecchio bastardo amareggiato è tutta un’altra cosa”. B.S.

15. “All Killer No Filler” di Sum-41 (2001)

I pop-punker canadesi Sum-41 sono emersi nel denso mercato pop-punk degli anni Duemila, saturo ma ancora affamato. Il loro debutto, All Killer No Filler, è stato un successo immediato, dovuto in parte alla loro collaborazione con lo straordinario produttore Jerry Finn, ma anche al loro rispetto per il genere e la motivazione necessaria per arricchirlo. Mentre affoga nella sua insicurezza adolescenziale (“Motivation”) e in uno stereotipico desiderio pop-punk di andarsene dalla propria città (“Crazy Amanda Bunkface”), il disco contiene anche hook emo-pop anni prima che diventassero la norma (“Rhythms” and “Handle This”). E come pochi altri gruppi pop-punk, i Sum-41 hanno sperimentato con il rap, per esempio nell’inno di angoscia adolescenziale “Fat Lip”, un entusiasmante grido contro il conformismo e la pressione sociale. “Le rock band bianche a un certo punto sono diventate davvero noiose, il cuore a pezzi e tutta quella merda. Ma quelli dell’hip-hop, come DMX, quelli sono dei fighi veri con gli strip club e l’alcol”, ha detto a Rolling Stone nel 2001 il batterista Steve Jocz. “Ecco cosa volevamo fare”. M.S.

14. “New Found Glory” di New Found Glory (2000)

L’omonimo secondo LP dei New Found Glory è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un manipolo di punk con la faccia da bambini e un altare dedicato a Britney Spears nel furgone. Eppure a parte le venerazioni per le dive, questi ragazzi non erano i Mouseketeers. In quanto forma di esportazione della scena hardcore della Florida del Sud, il gruppo ha preso spunto dai vicini punk Discount e persino dalla band metalcore Earth Crisis per preparare inni infiammabili come la clamorosa opener “Better Off Dead” o pezzetti frantumati di rock caramelloso come la solitaria ballata “Dressed To Kill”. Il singolo di successo “Hit or Miss” è stato il portafortuna della band: secondo la leggenda, la Drive-Thru Records ha offerto un contratto al gruppo dopo che i Midtown, compagni di tour dei NFG, hanno suonato il pezzo per la co-proprietaria Stephanie Reines in un tornado. Il tutto reso indimenticabile dal trillo penetrante del frontman Jordan Pundik. “La puntina del mio giradischi si è assottigliata”, canta. “Metti questo disco dal giorno in cui l’hai preso!”: il loro melodramma pop era contagioso. “Era uno di quei CD che non venivano mai fuori dal mio lettore”, ha detto Mark Hoppus ad Alternative Press nel 2010. “I New Found Glory avevano proprio qualcosa di diverso e unico”. Come ha detto a Chorus.fm il chitarrista Chad Gilbert, “Quando i New Found Glory hanno iniziato, il nostro genere non esisteva davvero. C’erano i Blink e il punk della West Coast era forte, ma con uno stile diverso. [I NFG] e i Saves the Day stavano mischiando testi più emotivi con roba influenzata dal punk e dall’hardcore. Quando abbiamo iniziato a scrivere canzoni, è accaduto tutto semplicemente. Non ci abbiamo pensato troppo. È punk? Non lo è? È cos’è allora?” Questa formula muta-genere eppure super accessibile ha assicurato ai New Found Glory una posizione nella Billboard 200 per ventuno settimane, e continuato a dare grandi soddisfazioni nel loro debutto su major del 2002, Sticks and Stones. S.E.

13. “Smash” di The Offspring (1994)

Mentre i Green Day erano stati i grandi esponenti del boom punk degli anni Novanta, gli Offspring erano intenzionati a dare al genere un’ulteriore spinta mainstream. Nel 1994, il terzo LP della band di Orange Count, Smash, è entrato nella Top 5 di Billboard ed è diventato l’album indipendente più venduto fino ad allora. La band ha messo in fila singoli di grande successo – la stramba “Come Out and Play”, sulla violenza tra gang, il sardonico inno per perdenti “Self-Esteem” – senza attenuare il caratteristico piglio spigoloso. Ovviamente, l’appeal pop della band aveva un prezzo: i puristi del punk si sono indignati quando sono diventati famosi e hanno firmato per la Columbia dopo la pubblicazione di Smash. “Non è ironico?” ha sottolineato il frontman Dexter Holland su Rolling Stone in occasione del ventesimo anniversario dell’album. “Fondi una band punk perché pensi di essere ostracizzato. Poi la tua band punk diventa famosa e vieni ostracizzato di nuovo”. B.S.

12. “24 Hour Revenge Therapy” di Jawbreaker (1994)

Casa di grandissimi come Green Day e Rancid, la Bay Area era l’epicentro del punk underground di inizio e metà anni Novanta, ma nessuna band ha evocato lo spirito di quel tempo e luogo meglio dei Jawbreaker. Il loro terzo album, 24 Hour Revenge Therapy, cattura il senso di ribellione che univa diverse fazioni punk attraverso la città adottiva dei Jawbreaker. Anche se formatosi alla NYU, il trio ha effettuato l’ambizioso trasferimento in California nel 1987, dove sono stati accolti appassionatamente quanto ogni altra band nata ad Oakland. Gli ascoltatori non avevano bisogno di sapere della politica della venue nonprofit 924 Gilman Street per comprendere la determinazione stradaiola e l’euforia melodica della canzone di protesta senza tempo “Boxcar” o la salvifica, impetuosa “Condition Oakland”, la quale, come ha detto a Pitchfork il cantante chitarrista Blake Schwarzenbach, incapsulava tutto l’album. “Parla di certe idee di solitudine e della difficoltà nell’essere un artista in un ambiente piuttosto duro”, ha detto. “Contiene un sacco di verità basilari”.

11. “Punk in Drublic” di NOFX (1994)

Il quinto LP dei NOFX mostra al meglio il mix di umorismo crasso e abilità di scrittura che li ha resi pilastri del pop-punk per più di tre decenni. “Per me, quello è stato il nostro miglior album”, ha detto il chitarrista El Hefe ad Associated Press nel 2014. “Non avevo idea che avrebbe venduto così tanto. Il disco d’oro? Era probabilmente la cosa più lontana dalla nostra testa. Ricordo di aver pensato, ‘Wow, è grandioso, ma ok, è musica punk, e quanti soldi puoi fare davvero nella scena punk?’ Da lì, è stato come come se l’ottovolante partisse”. Guidati dall’irritante sogghigno del frontman Fat Mike e dall’esuberante chitarra di Hefe, l’album si destreggia tra punk picchia-duro, frivolo ska e pezzi rock confezionati alla perfezione sull’esibirsi per strada e combattere i nazisti. Kim Shattuck dei Muffs appare in “Lori Meyers”, una canzone operaia per la ragazza della porta accanto diventata sex worker. Il melodismo aggressivo di Punk in Drublic in pezzi come “Linoleum” e “Dig” conferisce al disco una qualità senza tempo, mentre la loro posizione anti-PC non tanto. Ma se ridotto al nocciolo molto pop-punk è imbarazzante, questo sudicio manifesto – un’ispirazione per orde di band, dai Blink-182 ai Lagwagon – è un classico.

10. “Walk Among Us” di Misfits (1982)

Per alcuni, l’hardcore era tutto commentario sociale o catarsi emotiva, ma il frontman dei Misfits Glenn Danzig stava solo cercando di spassarsela. “La band piace a più persone ora, ma siamo ancora incompresi, specialmente dai punk politicizzati”, ha dichiarato il cantante nativo del New Jersey alla fanzine Flesh and Blood nel 1983. “Alcuni si rivolgono alla musica come per dire ‘cosa può fare il punk rock per rafforzare le mie idee politiche?’ e noi invece siamo più tipo ‘okay, divertiamoci’”. Se quello era l’obiettivo della band, Danzig e soci non lo raggiunsero pienamente in Walk Among Us, un album che mischiava insieme aggressivi riff a tre accordi, hook di bubblegum-pop (con tanto di cori “whoa-oh”) e testi zeppi di immaginario da horror B-movie e violenza voltastomaco. I ritmi convulsi e i rozzi controcanti delle canzoni non potevano oscurare la voce di Danzig, straordinariamente agile e debitrice di Elvis, che conferiva persino ai momenti più antisociali di Walk Among Us – “Skulls” (“Taglia le teste delle ragazzine/E attaccale sulla mia parete”), “Astro Zombies” (“E la tua faccia cade in un cumulo di carne/E poi il tuo cuore, cuore pulsa/Finché pulsa morte”), “Hatebreeders” (“Uccidi un innato in ogni tua cellula/È nel tuo sangue e non puoi evitarlo”) – un appeal adolescenziale senza tempo. Mancavano almeno dieci anni al picco del pop-punk quando i Misfits si sciolsero nell’’83, ma l’influenza della band incombe eccome: nessuna band di rispetto nell’ambito del genere non ha una o tre cover di Walk Among Us nel proprio repertorio. “Possiamo suonare quasi qualsiasi pezzo dei Misfits”, ha detto Matt Skiba degli Alkaline Trio al Dallas Observer. “Amo i Misfits, ma non è fisica quantistica”. H.S.