I 50 migliori album metal di sempre (30-11) | (50-31)

Ozzy Osbourne, Pantera, Sepultura, Korn e Rage Against The Machine: continua il nostro viaggio fra i migliori dischi metal di sempre
Metallica nel 1986 a Tokyo, foto di Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Metallica nel 1986 a Tokyo, foto di Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

È successo venerdì 13 febbraio 1970, con un rombo di tuono e il suono di chitarra più violento della storia: è così che è nato un nuovo genere musicale. Le sue radici affondano nei primi anni ’60, quando artisti come Blue Cheer e i Led Zeppelin spaccavano gli amplificatori per suonare il loro blues spacca-mascella. Ma sono stati i Black Sabbath, con il loro esordio oscuro, a inventare quello che ora, 50 anni dopo, chiamiamo heavy metal.

Certo, i membri dei Sabbath hanno scansato l’etichetta “metal” per anni, non importa se la loro musica era un trionfo di chitarre distorte, batteria acrobatica e voci esagerate. Tutto era pensato come la versione musicale di un film horror e l’idea è stata copiata decine di volte, decade dopo decade. I Judas Priest l’hanno vestita di denim e pelle. I Korn ci hanno aggiunto nuovi ritmi. E gli Avenged Sevenfold le melodie più catchy. Nel mezzo i sottogeneri più disparati: death metal, black metal, grindcore, tutte sottoculture che, all’inizio degli anni ’80, riuscirono addirittura a conquistare le classifiche di tutto il mondo.

Le band metal non erano le prime a incorporare nella musica un immaginario così oscuro – ci avevano provato anche Wagner e bluesmen come Robert Johnson -, ma è con il metal che questa idea ha trovato la sua collocazione definitiva. Può essere virtuoso o primitivo, ma è sempre suonato a un volume esagerato. Questo, insieme allo stile di queste band (i vestiti neri, le maschere, le scritte), ha trasformato il genere in un vero e proprio movimento culturale.

I fan del genere (chiamateli metallari, o come vi pare) sono appassionati, carismatici e coraggiosi, sono sempre pronti a discutere, definire e difendere ogni sfumatura di ogni singola band in circolazione. Il metal è stato tantissime cose diverse, e non è facile accontentare tutti.

Per questo, quando dovevamo stilare questa classifica, noi di Rolling Stone ci siamo dati delle regole ben precise. Nonostante le band delle origini, quelle degli anni ’60 – non i giganti come i Led Zeppelin, ma le formazioni meno conosciute come i Mountain, Captain Beyond e Sir Lord Baltimore – ci abbiano regalato momenti musicali meravigliosi, i loro album non hanno niente a che vedere con il massimalismo che ha definito il genere negli anni, quindi li abbiamo esclusi.

Abbiamo fatto la stessa cosa con band più propriamente rock & roll, come gli AC/DC e i Guns. Allo stesso modo abbiamo dovuto escludere alcune band che Rolling Stone definiva come metal negli anni ’70: i Kiss, Alice Cooper, sono artisti che oggi suonano più hard rock che altro.

Abbiamo dovuto fare delle scelte molto difficili ma, senza ulteriori indugi, recuperate la giacca con le borchie e la maglietta dei Metallica, perché questi sono i 50 dischi metal più belli di tutti i tempi. (Continua da 50-31)

30. “Korn”Korn (1994)

I Korn contribuirono a lanciare il sottogenere del nu-metal con il loro debutto eponimo del 1994, spianando senza saperlo la strada a band come Deftones, System of a Down e Limp Bizkit. L’integrazione senza soluzione di continuità di riff muscolosi e saturi di basso con ritmiche rap e le urla sperimentali di Jonathan Davis, che suonano come spasmi incontrollabili di rabbia e impotenza, parlarono ad una generazione di metallari a cui piacevano i Nirvana e Tupac tanto quanto i Metallica. “Stavamo cercando di suonare come se un DJ avesse remixato le nostre chitarre”, spiegò James “Munky” Shaffer in un’intervista con Rolling Stone. Sul versante testi, Davis affronta argomenti duri, personali, come la sua dipendenza da anfetamine (“Blind”) e gli abusi sessuali subiti da piccolo (“Daddy”). Non la suonarono dal vivo per vent’anni dopo l’uscita dell’album a causa del trauma legato alla sua creazione e la reintrodussero solo quando la band iniziò a commemorare l’anniversario dell’LP nel 2014. Il tipo di vulnerabilità che Davis affrontò direttamente è ciò che differenzia i Korn dalla prole nu-metal che li seguì, anche se nessuno di loro raggiunse la stessa intensità dei pezzi di Korn. B.S.

29. “Chaos A.D.”Sepultura (1993)

Dopo anni spesi a dilettarsi con thrash e death metal, i Sepultura si liberarono della rigida ortodossia col loro quinto album, Chaos A.D. Questa volta, iniettarono groove più lenti e pesanti sulla scia del Black Album dei Metallica, attinsero ai ritmi della loro terra nativa, il Brasile, sperimentarono con il canto operistico (“Amen”) e si concentrarono sulla consistenza del sound, per esempio attraverso il suono del battito cardiaco del futuro figlio del frontman Max Cavalera prima di “Refuse/Resist”. Aggiunsero anche influenze hardcore, punk e industrali al mix e optarono per una produzione più pulita, in modo che le liriche sociopolitiche del cantante potessero trasparire chiaramente. “Fai del tuo meglio per vivere in modo positivo, ma c’è sempre qualcosa o qualcuno che rovina tutto e ti fa incazzare”, disse a Thrasher nel 1994. “È da lì che vengono le mie idee per i testi”. Persino nei momenti più smussati di Chaos A.D., come il bizzarro cameo dell’ex frontman dei Dead Kennedys Jello Biafra nella cospirazionista “Biotech is Godzilla”, la politica costituisce il cuore dell’LP. La viscerale “Refuse/Resist” inveisce contro poliziotti fanatici, il crescendo di “Territory” mette i dittatori nel mirino, la poderosa “Propaganda” propugna il messaggio “non credere a ciò che vedi” e la thrashosa “Slave New World” se la prende con la repressione dello Stato. Intanto, il fratello batterista di Cavalera, Igor, esaltava i groove della band con percussioni simil-tribali, e l’intero gruppo esplorò musica indigena nel brano strumentale acustico “Kaiowas”, che avrebbe preannunciato il loro album successivo, il coraggioso e altrettanto influente Roots del 1996. K.K.

28. “Morbid Tales”Celtic Frost (1984)

La prima band messa insieme dal frontman Tom G. Warrior e dal bassista Martin Ain – i precursori del death metal Hellhammer – fu un’esperienza umiliante. Le fanzine underground dell’epoca avevano stroncato i loro demo, dicendo che non sapevano suonare gli strumenti. Citando una recensione della zine Metal Forces nel suo libro Only Death Is Real, Warrior scrisse: “Fu un duro colpo, ci sentimmo incredibilmente feriti nell’orgoglio.” Così quando misero in piedi i Celtic Frost, dovettero dimostrare il loro valore. Quello che avrebbero realizzato con il loro album d’esordio, Morbid Tales, avrebbe plasmato il metal estremo per anni e anni. Riff massicci e muscolari come quello in “Dethroned Emperor”, che ha un groove particolare, quasi ispirato al rock del Sud, avrebbe influenzato band death-metal come Obituary, mentre i ritmi galoppanti e il suono crudo della chitarra di “Into the Crypts of Rays” avrebbe ispirato gruppi black-metal come Darkthone, il cui A Blaze in the Northern Sky suona come un riflesso speculare di Morbid Tales. I Celtic Frost non aderirono mai a un genere specifico; suonavano veloci come gruppi thrash ma tiravano anche fuori i loro riff lentamente, come band doom. “Danse Macabre” somiglia più alla colonna sonora di un film di Dario Argento che a un pezzo metal, e ingaggiarono una cantante dalla voce sinistra per l’invocazione in “Return to the Eve”. Inoltre, Warrior aveva una personalità e un modo di cantare da duro tutti suoi. Oltre ai suoi grugniti in “Ugh”, spesso imitati, non aveva paura di suonare sdolcinato e chiedere, “Sei macabro?” nella canzone “Morbid Tales”. L’album è insieme divertente, pesante e inquietante, ma per Warrior e Ain fu soprattutto una vendetta. “Per me, è l’essenza della mia vita musicale e l’essenza dei Celtic Frost”, disse Warrior a proposito dell’album nel 2007. K.G.

27. “Toxicity”System of a Down (2001)

Pieno di scatti, volubile, emotivo e deliberatamente folle, il secondo disco dei System of a Down del 2001 fornì una perfetta colonna sonora per le ansie post undici Settembre. Parte l’LP e un massiccio riff si fa strada tra pause prima che il cantante Serj Tankian sussurri “Stanno cercando di costruire una prigione”. La band armeno-americana passò in rassegna tutto, dalle posizioni di Charles Manson sull’ambiente (“ATWA”) al fallace sistema giudiziario statunitense (“Prison Song”), esplorando in maniera creativa atmosfere musicali, a tratti evocando musica jazz, mediorientale e greca, così come sottogeneri conosciuti e mutazioni dell’hard rock. Oltre alle dichiarazioni politiche dei System, il sempre divertente Tankian cantava di sesso di gruppo (“Bounce”) e groupie (“Psycho”), ma la spasticità musicale della band (in gran mostra nel caratteristico singolo “Chop Suey!”) fa sì che Toxicity venga fuori come un lavoro coeso. “Non capisco perché dovremmo essere una sola cosa”, disse a Rolling Stone nel 2001 Tankian. “Se su un lato della lampada scrivo ‘La metropoli è troppo densa. Provoca paura’, faccio una dichiarazione sociale. Poi magari dall’altro lato scrivo ‘Fammi un pompino’. E poi qui dice ‘Ho fame’. E qui invece dice ‘Wow, che giornata splendida’. Sono tre cose diverse. Stiamo solo facendo ruotare la lampada”. B.S.

26. “Dirt”Alice in Chains (1992)

Prima che il grunge diventasse mainstream, il movimento doveva al metal più di ogni altro sottogenere rock. La pesantezza dei Black Sabbath e Metallica influenzò direttamente il modo in cui i leader della scena di Seattle approcciavano pezzi che parlavano di depressione, dipendenza da droghe, morte e disillusione. Mentre Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden si espansero oltre il metal, gli Alice in Chains rimasero i più crudi e fedeli all’influenza del genere, realizzando l’oscuro, poderoso e inquieto Dirt. Dal feroce riffing da incubo di “Them Bones” alla innodica e inquietante “Would?” (pubblicata già nel 1992 sulla colonna sonora di Singles), l’album richiede un ascolto intenso, con la dura chitarra di Jerry Cantrell spesso fusa al rimbombo roco del cantante Layne Staley. Pezzi come “Sickman” e “God Smack” avanzano pesanti con disturbanti ritmi alt-metal, mentre il singolo di successo “Rooster” devia l’atmosfera minacciosa dell’album in una ballata inaspettatamente toccante sul padre di Stanley, veterano del Vietnam. Qualche anno dopo, il cantante si sarebbe pentito di aver trattato l’uso e la dipendenza da eroina in canzoni come “Hate to Feel” e “Junkhead”, dicendo a Rolling Stone che la risposta dei fan ai suoi testi fu ciò che lo spinse a rivedere il suo approccio. “Non pensavo di essere pericoloso o superficiale”, disse, prima di notare che negli anni seguenti alla sua discesa nella dipendenza si sentiva come se stesse “vagando per l’inferno”. “Non volevo che i miei fan pensassero che l’eroina fosse figa. Ma poi alcuni di loro mi sono venuti incontro battendomi il cinque, dicendomi che erano fatti. Era esattamente ciò che non volevo accadesse”. B.S.

25. “Metallica”Metallica (1991)

Il primo album dei Metallica a finire in cima alle classifiche arrivò dieci anni dopo l’inizio della loro carriera. Nell’eponimo quinto LP – la cui copertina quasi del tutto nera gli fece ottenere il nomignolo “Black Album” – la band fece dietrofront dal thrash metal senza abbandonare l’ethos alla base. Per il disco che avrebbe catapultato la band nel rock mainstream, si affidarono al produttore Bob Rok, il cui lavoro sull’immacolato e imponente Dr. Feelgood dei Mötley Crüe catturò l’attenzione dei Metallica. Con l’aiuto di Rock, i membri della band perfezionarono un suono più lento e contemplativo che allargò i loro orizzonti musicali, e sebbene il processo di registrazione dell’album fu spesso faticoso e teso, il loro perfezionismo creò un mostro. L’LP contiene alcuni dei successi più noti dei Metallica, tra cui la spaventosa “Enter Sandman” e il suo iconico riff centrale; la potente e minacciosa ballata “The Unforgiven”; “Wherever I May Roam”, in cui il chitarrista Kirk Hammett utilizzò una tonalità di chitarra simile a un sitar; e forse soprattutto la delicata “Nothing Else Matters”, incentrata su una chitarra acustica. “So che siamo arrivati al primo posto a modo nostro”, disse all’epoca il batterista Lars Ulrich a Rolling Stone. “Questa cosa è stata fatta come dicevamo noi. C’è una soddisfazione intrinseca in questo, nel mandare a fanculo l’industria musicale e il modo in cui si presume tu debba sottostare alle regole del gioco e tutta quella merda che abbiamo dovuto sopportare a metà degli anni Ottanta”. B.S.

24. “Rage Against the Machine”Rage Against the Machine (1992)

Nessuno era davvero pronto per i Rage Against the Machine quando irruppero sulla scena rock nel 1992 con il loro debutto omonimo, men che meno la loro etichetta discografica. “Credo che furono i Nirvana a convincere le etichette per la prima volta nella storia a lasciare in pace gli artisti”, disse nel 2012 a Rolling Stone Tom Morello. “Ti dirò, di sicuro i discografici non capivano i Rage Against the Machine, ma sapevano che se si fossero tolti di mezzo, sarebbe stato meglio per tutti”. Togliendosi di mezzo e permettendo ai Rage di fondere l’hip-hop con il metal e il punk, la band sprigionò una forza volatile che produsse classici istantanei come “Killing in the Name”, “Bullet in the Head”, “Bombtrack” e la quasi sabbath-iana “Freedom”, brani che suonano ancora incredibilmente forti e potenti dopo tutti questi anni. “Avevo fatto parte di molte band prima dei Rage Against the Machine, gruppi che avevano sempre cercato di farcela, e con quella band, con i Rage, avvenne una combustione spontanea”, disse Morello. “Ci fu una connessione immediata con qualcosa che stava nella parte primitiva del cervello di fan del rock, dell’hip-hop, del punk, del metal e degli attivisti, in maniera subito globale”. A.G.

23. “Danzig”Danzig (1988)

Quando formò la band che portava il suo nome nel 1987, Glenn Danzig era già un eroe underground, avendo trascorso i dieci anni precedenti con gli horror-punk Misfits e la band di hard rock gotico Samhain. Ma il debutto dei Danzig fu l’album che segnò la consacrazione del frontman come icona metal, con il teschio di una mucca in copertina, foto della band in pose oltraggiose e la scheletrica produzione di Rick Rubin, che accentuava i colpi sbruffoni del batterista Chuck Biscuits e i riff stridenti del chitarrista John Christ. “Quello che vide nella band fu esattamente quello che ci vedevo io; l’aggressività, l’attitudine, tutto, per cui funzionò alla grande”, disse il cantante a proposito della collaborazione con Rubin. Ciò che rese Danzig un instant classic fu la solidità delle canzoni, che lo vedevano andare a parare nei territori sacri di idoli come Elvis e Bo Diddley. L’urlo minaccioso ed esaltato di “Mother”, un vero incubo per i genitori, indirizzato a Tipper Gore, è solo uno dei momenti salienti del disco: pezzi come il baldanzoso death-blues “Twist of Cain”, l’inquietante power ballad “Soul on Fire” e la sincopata “Evil Thing”, una sorta di “Black Dog” in salsa biker-rock – tutti strillati da Glenn come se fosse un Jim Morrison ancora vivo, rappresentarono un nuovo momento di lustro per questo cantante indefesso. H.S.

22. “Too Fast for Love”Mötley Crüe (1981)

Nel 1981, il mondo del rock era dominato da Foreigner, Styx e REO Speedwagon, affidabili hitmaker radiofonici senza nemmeno un briciolo di pericolo o sex appeal. I quattro delinquenti dei bassifondi losangelini che presero d’assalto il Sunset Strip sotto il nome di Mötley Crüe quell’anno volevano cambiare quello stato di cose. Il bassista e compositore principale Nikki Sixx era infatuato di artisti glam rock degli anni Settanta come Sweet e David Bowie. Prese la loro formula e la arricchì di energia punk e litri di testosterone, sfornando canzoni come “Live Wire”, “Too Fast for Love” e “Piece of Your Action”. “Too Fast for Love è il mio album preferito dei Crüe perchè è davvero selvaggio”, disse una volta il chitarrista Mick Mars. “Era davvero soltanto un demo per provare a ottenere un contratto discografico”. L’LP uscì originariamente su Lethür, l’etichetta del gruppo, ma attirò così tanta attenzione che Elektra lo scelse e lo diffuse in tutto il paese, ispirando una generazione completamente nuova di rocker sconci a dirigersi verso Sunset Strip. Gli imitatori avrebbero venduto milioni di dischi e avrebbero invaso MTV, ma nessuno di loro si avvicinò a catturare l’originalità e l’energia stupefacenti di Too Fast for Love. A.G.

21. “…And Justice for All”Metallica (1988)

Pubblicato ad Agosto 1988, l’attesissimo …And Justice for All fu un album di prime volte per i Metallica. Il primo doppio LP della band, Justice fu anche il loro primo disco con il nuovo bassista Jason Newsted – anche se il missaggio del disco rese molto del suo apporto a mala pena udibile – e fu il loro primo ad accedere alla Top 10 di Billboard. Diede loro anche il primo singolo destinato a entrare nella Top 40, l’epica anti-guerra di “One”, per la quale la band filmò il suo video di debutto. Gli arrangiamenti ambiziosamente estesi di canzoni come “The Frayed Ends of Sanity”, “To Live is to Die” e la title track, lunga quasi dieci minuti, segnarono insieme l’apice della fase progressive-thrash dei Metallica e il suo ultimo sussulto. Stanca di dover riprodurre il materiale complesso dell’album sul palco, la band sarebbe passata ad un approccio più diretto e scarno per Metallica del 1991. “Portammo il concetto di Ride of the Lightning e Master of Puppets quanto più in là possibile [con Justice]”, rifletté il batterista Lars Ulrich in un’intervista del 2008 con MTV News. “Non c’era altro posto dove andare col lato progressive, eccentrico, sghembo dei Metallica, e sono così fiero del fatto che, in qualche modo, quell’album rappresenti un po’ l’epitome di tale aspetto degli anni Ottanta”. D.E.

20. “Among the Living”Anthrax (1987)

Il thrash metal non era solo velocità, volume e il flusso di adrenalina dato dal rimbalzare contro i muri e gli altri fan sotto il palco. Era anche uguaglianza. “Il metal ha avuto sempre questa immagine esagerata. A noi piace più essere veri”, disse a Melody Maker il batterista degli Anthrax Charlie Benante. “Cerchiamo solo di essere allo stesso livello del nostro pubblico – anche se siamo sul palco”. Ma ciò che elevava il terzo LP della band di New York, Among the Living, a classico del thrash non era solo il modo in cui pezzi come “Caught in a Mosh” esprimevano la rabbia generazionale (“Get the hell out of my house!”, “Fuori da casa mia!”) che rendevano il pogo una forma necessaria di liberazione. Era anche il modo in cui la musica si infiammava e scorreva, grazie alle improvvise accelerazioni e i cambi di ritmo presenti in pezzi come “One World”. Benante e i suoi potevano essere persone normali sotto altri punti di vista, ma come musicisti non si poteva dubitare dell’agilità tecnica messa in ogni carica sonora. Eppure l’album non lo fa mai pesare all’ascoltatore; al contrario, i suoi momenti migliori — “Efilnikufesin (N.F.L.)”, “I Am the Law”, “Indians” – rendono democratica quell’abilità collegandola a parte del materiale più orecchiabile e accessibile. J.D.C.

19. “Rust in Peace”Megadeth (1990)

Nessun altra band della prima ondata del thrash mescolò scrittura solida e puro caos strumentale in maniera altrettanto creativa e capace di come fecero i Megadeth con Rust in Peace. Dal riff che dà il via all’apertura bipartita “Holy War … the Punishment Due” alla discontinua furia ritmica finale di “Rust in Peace … Polaris”, l’album è un susseguirsi mozzafiato di riff labirintici e attorciglia-dita in pieno stile Dave Mustaine lungo 40 minuti (ascoltare “Poison Was the Cure” giusto per averne un esempio), testi sbraitanti e ossessionati da guerra e religione. “In quel periodo la Guerra Fredda era ancora un problema reale per il mondo; ci stavamo dirigendo verso Est con le nostre armi nucleari in bella vista”, ha detto il cantante. Nel disco ci sono arrangiamenti scattanti e mutevoli, il tutto gestito con intensità feroce e punk e un dondolio ritmico insolitamente agile. Rust segnò anche il debutto di quello che sarebbe presto celebrato come guitar hero, Marty Friedman, la cui destrezza tecnica si rivela nei pirotecnici scambi a sei corde che illuminano il classico “Hangar 18”, ispirato alle cospirazioni aliene. I Megadeth raggiunsero un maggiore successo commerciale negli anni successivi, ma Rust rimane ancora la summa thrash che tutti i seguaci aspirano a raggiungere.

18. “Ænima”Tool (1996)

Per definizione, le band metal sono heavy sul piano musicale, ma i Tool lo sono anche dal punto di vista emotivo. Il titolo del loro secondo album, Ænima, anche se inventato dalla band, intende evocare almeno in parte il concetto di “anima”, o di forza vitale, di Jung, e l’LP è farcito di ruminazioni esistenziali riguardo il perché siamo qui e se ne valga la pena o meno. “Come potrebbe questo significare qualcosa per me?” mugugna il protagonista di Maynard James Keenan in “Sinkfist”, e la sua prestazione è così credibilmente stanca del mondo che quasi non ci si accorge che sta parlando del fatto di avere il braccio su per il retto di qualcuno. Personaggi grotteschi e ostinati sono una specialità dei Tool, e Ænima ne è pieno. C’è il bullo carismatico di “Eulogy”, il fan ossessionato al centro di “Hooker with a Penis”, il misantropo in “Ænima” che, immaginando la California che sprofonda nel mare, sogghigna “Imparate a nuotare”. Keenan evidenzia la gioia nella malevolenza, mentre il tuono dettagliato invocato dalle parti di batteria e chitarra infuse di prog amplificano soltanto l’anima contorta in questione. “Ci sono una sacco di mutamenti metafisici, spirituali ed emotivi al giorno d’oggi, e noi cerchiamo solo di rifletterli”, disse Keenan a Rolling Stone nel ’96. “Non siamo così diversi da Tori Amos in quel senso”. J.D.C.

17. “Melissa”Mercyful Fate (1996)

I primi venti secondi di Melissa – con quei riff di chitarra scricchiolanti e pulsanti squarciati dalle urla della voce acutissima del frontman King Diamond – costituiscono una delle sequenze più accattivanti della storia del metal. Il disco catturò i Metallica, che trascorsero un po’ di tempo nello studio di prova dei metallari danesi mentre registravano Ride the Lightning, e stregò gli Slayer, tanto che uno dei suoi membri, Kerry King, ha definito Hell Awaits della band “un disco dei Mercyful Fate”. All’epoca il sound della band somigliava a quello dei Judas Priest sotto steroidi che officiavano una messa nera. Già solo in “Evil”, il cantante teatrale dalla pittura facciale che lo rendeva simile a Gene Simmons sotto l’effetto dei sali da bagno, e la cui asta del microfono era fatta di teschi umani, canta di necrofilia tra gli energici riff alla “Eye of the Tiger”, portando a un eccitante confronto finale tra Sherman e Michael Denner. Per tutto il disco, King tira fuori incredibili, acrobatiche prestazioni vocali, grazie alla sua estensione di quattro ottave, sia che si stia lamentando di Halloween (“At the Sound of the Demon Bell”), sia che stia invitando a prendere parte al suo covo di streghe con un ringhio (“Into the Coven”) o invocando antichi voodoo egizi (“Curse of the Pharaohs”). “So che alla gente piace spaventarsi un po’; lo so perché va a vedere tutti i film horror”, disse King Diamond intorno al 1987 a proposito del fascino esercitato dai suoi testi scioccanti. “Prendete le canzoni come storie horror, questo è tutto”. Altrove, rivolge un saluto direttamente a Satana (“Black Funeral”), preannunciando l’ondata di artisti black metal norvegesi che si coloravano le facce e bruciavano chiese. Satana può non essere reale, ma King Diamond lo è. K.G.

16. “Holy Diver”Dio (1983)

Dopo essersi affermato come un cantante hard-rock di prima fascia grazie alla sua presenza nei Rainbow e nei Black Sabbath, Ronnie James Dio ascese definitivamente nel pantheon del metal con il suo debutto solista del 1983. Più strutturalmente metal di tutto quello che aveva fatto prima – grazie in parte al ventenne chitarrista irlandese Vivian Campbell, i cui accordi incisivi e le linee stridenti si mescolavano alla perfezione con l’intensità dell’urlo acuto di Dio – gli inni infiammati di Holy Diver come “Stand Up And Shout”, “Rainbow in the Dark” e l’immortale title track videro Dio insediarsi da una parte nel mondo di Dungeons & Dragons e dall’altro nel commentario sociale contemporaneo. “La mia scrittura ha sempre avuto un sapore medievale”, disse al magazine Artist poco dopo la pubblicazione dell’album, “ma sono preoccupato da quello che stiamo facendo di noi stessi e dell’ambiente.” Sebbene raggiunse solo il numero 56 nella Billboard 200 alla sua uscita, Holy Diver sarebbe diventato disco di platino entro la fine degli anni Ottanta, e un punto di riferimento per chiunque, dai Killswitch Engage ai Tenacious D. D.E

15. “Diary of a Madman”Ozzy Osbourne (1981)

Un anno dopo aver dimostrato di essere ancora una forza vitale nel suo primo LP da solista post-Black Sabbath, Blizzard of Ozz del 1980, Ozzy Osbourne provò che quella non era semplicemente una coincidenza con un album di inni poppeggianti e gotici come “Flying High Again” e la quasi classica title track in chiusura. Il chitarrista Randy Rhoads, che morì in uno schianto aereo durante il tour di Diary nel 1982, si era già dimostrato un virtuoso in Blizzard. In questo disco lavorò ancor più duramente per trovare lo speciale nesso tra colpi a effetto e songwriting intelligente. L’apertura allucinata “Over the Mountain”, che comincia con un tuonante rullo di tamburi, procede ad un’andatura furiosa, anticipando il thrash metal. “Believer”, con la sua laboriosa linea di basso, permette e Rhoads di suonare riff inquietanti e sottilissimi che, quando combinati con le melodie stentoree di Osbourne, vanno a formare una delle canzoni più strane ma orecchiabili del repertorio del cantante. “Tonight” è una splendida ballata con un assolo che si libra in volo; la rapida, quasi psichedelica “S.A.T.O.” trasuda mistero; e l’ombrosa “Diary of a Madman”, con la sua intro acustica e i suoi devastanti fraseggi di chitarra elettrica, è il pezzo di Ozzy definitivo. “Quando stavamo lavorando a quel pezzo, Randy venne a dirmi ‘Non sono contento delle chitarre’, così io dissi di lavorarci finché non fosse stato contento”, ricordò una volta Osbourne. “Sta lì per un paio di giorni e un giorno se ne esce con questo gran ghigno da stronzo e mi fa: ‘Penso di aver risolto’. E quando la suonò, mi si rizzarono i peli sulla nuca”. K.G.

14. “Vol. 4”Black Sabbath (1972)

Nel loro quarto album, i Black Sabbath si allontanarono dal martellare senza fronzoli che definì l’inizio della loro carriera e approdarono a un suono che era in qualche modo ancora più pesante. Completamente fuori di testa per la cocaina (nelle note del disco ringraziarono addirittura i loro spacciatori), il gruppo registrò a Los Angeles per la prima volta e si permise di sperimentare musicalmente. Tony Iommi aveva accordato la sua chitarra più in basso per renderla più facile da suonare in Master of Reality del 1971, e in Vol. 4 il cambio ispirò riff prolissi ed emozionanti (la brillante apertura “Wheels of Confusion”) e groove spensierati da hippie fuori di testa (“Supernaut”, “Cornucopia”), facendo nel frattempo spazio per assoli di chitarra ormai iconici (“Snowblind”, un inno alla coca nello stesso modo in cui “Sweet Leaf” lodava l’erba). Registrarono la loro prima ballata al piano (“Changes”, che Ozzy Osbourne reintrodusse per un successo solistico dal vivo nel 1993) e un assolo di chitarra acustica (“Laguna Sunrise”), e divenne completamente tossico con “FX” – 99 secondi di bip che anni più tardi potrebbe aver ispirato band più arty come i Neurosis a suonare fuori dagli schemi. Era il suono di una band rinata, appena due anni dopo il debutto, che apriva un nuovo capitolo destinato a ispirare chiunque: da Trent Reznor, che incise una cover di “Supernaut” con Al Jourgensen dei Ministry, allo straordinario cantante soul Charles Bradley, che si cimentò con “Changes”. Ma Osbourne più tardi disse che quello fu l’”inizio della fine” dei Black Sabbath. “La cocaina fu il cancro della band”. K.G.

13. “Iron Maiden”Iron Maiden (1980)

Alla fine della “Me Decade”, la cosiddetta New Wave dell’heavy metal britannico rivitalizzò il genere con un uso spregiudicato di velocità, melodia e aggressività. Uno dei momenti cruciali della scena gli inizi fu il debutto eponimo degli Iron Maiden. Maturati grazie ad anni di attività dal vivo nei locali, il quintetto combinò il rock pesante e crudo degli UFO con la destrezza tecnica di gruppi prog come Genesis e Wishbone Ash. Le snelle linee di basso di Steve Harris conducevano la melodia invece di stabilizzare il ritmo, mentre i chitarristi Dave Murray e Dennis Stratton si alternavano tra riff abrasivi e doppie armonie arrangiate al dettaglio. Con il cantante Paul Di’Anno che forniva un growl spavaldo, gli Iron Maiden erano allo stesso tempo conflittuali (“Prowler”, “Running Free”), malinconici (“Remember Tomorrow”, “Strange World”), e nel caso della Jethro Tull-iana “Phantom of the Opera”, pure teatrali. Iron Maiden gettò le basi per un glorioso ciclo di sette album negli anni Ottanta che avrebbe visto la band diventare uno dei gruppi più grandi del metal. “Probabilmente è dei nostri album quello dal suono peggiore e non eravamo contenti della produzione”, disse una volta Murray all’autore Martin Popoff, “ma in quel periodo catturò davvero l’energia selvaggia della band”. A.B.

12. “Judas Priest”Screaming for Vengeance (1982)

Proprio come suggerisce il titolo, Screaming for Vengeance trattava di vendetta, dal momento che è lì che i Judas Priest si rivelarono una volta per tutte come una forza con cui fare i conti. Mentre un tempo si erano nascosti ai margini della scena, ora i Priest assalivano il mainstream con vendite da platino, un vero e proprio singolo nelle classifiche Billboard (il giustamente intitolato “You’ve Got Another Thing Comin’”), e una fascia da headliner allo US Festival. “Era una nuova generazione, un nuovo decennio”, disse più tardi a Rolling Stone Rob Halford. “A un tratto tutti guardavano in direzione di questo genere e dicevano ‘sì, questo è esattamente ciò che voglio perché mi ci posso relazionare. Parla di cosa voglio dalla vita e di cosa faccio’”. Parla anche un sacco di amore. Quell’amore può essere tinto di sadomasochismo (“Pain and Pleasure”) o descritto in termini di sacrificio umano (“Devil’s Child”), ma la musica in Screaming for Vengeance, che inizia con l’uno-due di “The Hellion” ed “Electric Eye”, viene dal cuore. Ecco perché è quasi un peccato che “(Take These) Chains” non abbia seguito “You’ve Got Another Thing Comin’” in classifica, perché la formula power-ballad non ha mai suonato così deliziosamente malevola come in questo album J.D.C.

11. “Ride the Lightning”Metallica (1984)

Registrato prima che la band si fosse assicurata un contratto discografico con una major, il secondo album dei Metallica rimane l’espressione più pura della visione della band, il documento di un gruppo che ha trovato il suo sound ma non ne è del tutto consapevole e non è in grado di trascorrere troppo tempo ad autocompiacersi in studio. “Amo il suono di quell’album e tiene davvero bene”, ha detto a Rolling Stone il chitarrista Kirk Hammett nel 2014. “Lo facemmo velocemente, il che condusse a una prestazione più naturale. Quando registrammo il nostro disco successivo, Master of Puppets, le possibilità di fare tutto in fretta si erano già ridotte”. Potete sentire l’adrenalina pura pompare in tracce come “Fight Fire with Fire”, un’ode cupa all’inevitabile apocalisse nucleare, e la raccapricciante “Creeping Death”, che narra lo sterminio divino dei primogeniti maschi egiziani secondo il Libro dell’Esodo. Nel frattempo, la tetra power ballad “Fade to Black” metteva in mostra la maestria dinamica che la band avrebbe approfondito in epiche successive come “Master of Puppets” e “One”, mentre la strumentale “The Call of Ktulu” chiudeva il disco con una nota memorabilmente spettrale. L’immediatezza di Lightning è amplificata dal lamento giovanile del frontman James Hetfield, che doveva ancora scendere di registro fino al growl più grave che avrebbe usato con risultati uguali se non più maturi nelle uscite successive dei Metallica. T.B.