I 10 migliori album italiani degli anni ’90

I dieci dischi scelti dalla redazione di Rolling Stone che rappresentano il meglio dell'ultimo decennio del secolo scorso, tra indie rock, pop da classifica e street credibility
Luca Carboni e Jovanotti nel 1992, foto Mori Ubaldini/Olycom

Luca Carboni e Jovanotti nel 1992, foto Mori Ubaldini/Olycom


10. 883
Nord Sud Ovest Est
Fri Records, 1993

Con il loro primo album, gli 883 hanno innalzato la sfiga di provincia a topos, ma è in Nord Sud Ovest Est che riescono a tenere in equilibrio i rancori di Hanno ucciso l’Uomo Ragno con la leziosità pop necessaria a vendere dischi (più di un milione e mezzo, anche in Vhs). Ad alcuni risulterà piacione, ma è comunque l’album con le migliori immagini testuali, dai “Tappetini nuovi, Arbre Magique” ai “Cumuli di roba e di spade”, e che non ha la supponenza di dare risposte, ma il coraggio di porre le domande giuste, una su tutte: ma perché non ti fai mai i cazzi tuoi?

9. BLONDE REDHEAD
La mia vita violenta
Smells Like Records, 1995

Non possiamo chiamarli “i nostri Sonic Youth” solo perché, nonostante questo disco di meraviglioso ultra-romantic noise, i fratelli Amedeo e Simone Pace – qui per la prima volta in trio con Kazu Makino – non sono nostri, così come non lo era nei ’90s la american Elisa di Pipes And Flowers, così come non lo sono oggi M+A o Lorenzo Senni. Sono italiani certo i gemelli Pace, bobo’s milanesi svezzati musicalmente a NY che citano Pasolini già nel titolo dell’album, ma sono anche alternativi europei – ascoltatevi la bellissima (I Am Taking Out My Eurotrash) I Still Get Rocks Off – rockstar indie e internazionali, non nostri, global since 1993.

8. BLUVERTIGO
Metallo non metallo
Mescal, 1997

Dopo essersi fatti un nome con Acidi e Basi e con gli eccessi di Morgan, Metallo Non Metallo definisce meglio ciò che sono i Bluvertigo. Un gruppo di Monza innamorato degli anni ’80, da cui riesce a prendere solo i prodotti migliori: mescola dark wave ed electro pop, tanto noise e il rock più glam. L’album sfonda le barriere musicali, ponendosi al di sopra di tutti i pubblici, facendo avvicinare anche chi ascolta rock ai dancefloor (come fanno anche i Subsonica, con cui collaboreranno spesso, ufficialmente e non). Morgan e Andy sono i paladini di una nuova generazione che aveva salutato il grunge per trasformarsi in qualcosa di diverso, tra prose complesse, citazionismo e gusto dark. Metallo Non Metallo ha stravolto gli anni ’90 italiani, ma con grande rispetto per l’Italia stessa. In quale altro album di 25enni trovate la partecipazione di Mauro Pagani e Alice?

7. SANGUE MISTO
SxM
Century Vox, 1994

“E la mia condizione / è di straniero nella mia nazione”: se tralasciamo la breve parentesi hardcore dietro le pelli dei Negazione, niente di ciò che ha fatto Neffa potrà raggiungere livelli di street credibility più alti dei Sangue Misto. Molte delle idee in SxM, unico album del trio Deda-Gruff-Neffa, in realtà verranno riprese più tardi nel suo primo disco solista, ma si tratterà soltanto di una collaborazione amichevole, non della partecipazione attiva di tre menti geniali. Nel momento di massimo splendore dell’hip hop mondiale, con un solo album tre scalmanati portano in Italia la rabbia sonora dei Mobb Deep, le battaglie sociali degli A Tribe Called Quest, gli angoli cupi del Miles Davis di Kind oF Blue. Prima del 1994 è come se nessuno abbia mai preso un microfono in mano e cacciato rime in italiano sopra un loop.

6. JOVANOTTI
Lorenzo 1994
Soleluna/Mercury, 1994

“Il mio nome è Lorenzo potrebbe non aver senso ma da quando sono nato dico quello che penso”. Con questo fondamentale album, Jovanotti si lascia alle spalle gli inni da teenager e inizia, ovvero, la sua seconda incarnazione. Se il primo avvento era il Peter Pan sfrontato che con la sua zeppola aveva sdoganato il rap in tv, questa seconda tornata, che parte qui e prosegue con Lorenzo 1997-L’albero, è il momento in cui il giovane di Cortona abbandonerà pian piano la sua anima rap per trasformarla in quella di un cantautore dal ritmo tribale (qui, “Soleluna”, embrione di cosa arriverà nei dischi successivi). Impacchetta una partenza killer, con Attaccami la spina, Serenata rap, Penso positivo, trovando tempo di definire anche una particolare filosofia politica, passando da Che Guevara e arrivando fino a Madre Teresa. È il primo Jovanotti davvero pop, che abbandona il ragazzino di Gimme Five e si prepara a diventare il ragazzino di oggi.

5. LUCA CARBONI
Carboni
BMG Ariola, 1992

Dopo gli struggimenti dei primi dischi, il Nick Drake dell’Adriatico – per una convergenza d’astri nel nuovo decennio, complice l’estate – tocca con mano il successo commerciale con un album di singoloni che nessuno si aspettava: il pubblico italiano, ancora spaventato dalle bombe di mafia, adotta d’istinto la poetica del cantautore. Ci vuole un fisico bestiale mette subito in chiaro che Luca (quello che Silvia doveva sapere) adesso guarda oltre le grane esistenziali di provincia, e se gli anni ’80 erano stati un po’ bui, tra droga e riflessi al neon, i ’90 sono vitalistici, un tantino tamarri, pratici: “Ci vuole un fisico bestiale / anche per bere e per fumare”, la scoperta del giovanotto dagli occhi tristi, che a trent’anni, malvolentieri, deve darsi una regolata, diventare uomo e tirare avanti. E poi Mare mare, in cui la voce aspra di Carboni – con panama e camicia di lino, l’immagine di lui alla finale di Festivalbar, che vincerà – ci intorta con i vantaggi dell’abitare a Bologna, a un tiro di moto (“usata, ma tenuta bene”) dai confortanti lidi romagnoli.

4. AFTERHOURS
Hai paura del buio?
Mescal, 1997

Titoli di canzoni diventati manifesti generazionali: Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Espressioni entrate nel linguaggio comune: “Come pararsi il culo e la coscienza è un vero sballo / sabato in barca a vela lunedì al Leoncavallo”. Hai paura del buio? è un album imprescindibile per l’indie rock italiano di quella decade. Se la prende sarcastico con i finti alternativi, con gli architetti fichetti milanesi: “Non è chiaro se ci sei / sei borghese arrenditi / gli architetti sono qua / hanno in mano la città” e con i musicisti che si svendono (Musicista contabile). Ma soprattutto dimostra l’abilità di Manuel Agnelli & co. di superare i generi: dal punkettone di Dea e Lasciami leccare l’adrenalina al post-grunge di Male di miele, alle ballad come l’eterea Voglio una pelle splendida o la cupa Pelle. Questo album ricchissimo (19 pezzi) nacque in un momento particolare. Dopo il fallimento della Vox Pop, gli Afterhours non riuscivano a trovare una casa discografica disposta a pubblicare un lavoro così audace e visionario: fu la Mescal ad accettare la sfida.

3. ELIO E LE STORIE TESE
Italyan, Rum Casusu Çikti
Hukapan/Sony Music, 1992

“Ehi fusto, la vuoi sentire una nuova?” è nientemeno che Rocky a introdurre il capolavoro degli Elii, il disco più matto e zappiano della musica italiana – quello del Pipppero® e il coro delle voci bulgare, per capirci. Oggi, tra bitches e spacconate sessuali dei rapper, i ragazzini sono abituati a molto peggio; ma all’epoca le parolacce di questo disco erano fatte apposta per scandalizzare i matusa (pericolosissimo il climax “Figa! Figa pelosa! Figlio di puttana! Porco dighel!” declamato da Mangoni/Supergiovane). Se gli Elii erano soltanto “demenziali” era colpa anche della critica, che faticava a trovare il genio oltre la goliardia di tamponi morbidoni e puzzette. Flashforward, 25 anni dopo: Elio e compagni – Rocco Tanica di recente si è messo un po’ in disparte – sono diventati istituzioni, tra tv, Sanremo, collaborazioni nobili. Ma restano sempre degli outsider: gli stessi scemi del coro di Servi della gleba, pronti a ridacchiare delle loro stesse battutacce. E se ci è andata bene, nemmeno noi siamo cresciuti troppo, nel frattempo.

2. CSI
Linea gotica
Polygram, 1996

Oscuro e vero atto politico, Linea Gotica è il secondo album dei CSI, i vecchi CCCP riveduti e corretti, e soprattutto cresciuti e maturati. La formazione è al suo massimo: la voce di Giovanni Lindo Ferretti, che a volte trova il suo contraltare in Ginevra Di Marco, le chitarra di Massimo Zamboni e di Giorgio Canali, le tastiere di Francesco Magnelli e il basso di Gianni Maroccolo. Parte con l’implacabile violino di Cupe Vampe e con la denuncia dell’incendio della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, unendo così i temi della guerra dei Balcani (conclusasi solo un anno prima) a quelli della Seconda Guerra Mondiale (da cui il titolo dell’album), spiazzando con un orizzonte bellico-temporale non definito. Cita Pasolini e Fenoglio e anche Franco Battiato (nella cover di E ti vengo a cercare, con l’autore stesso che compare sul finale). Affronta la questione spirituale, anche tormentata, in Millenni e ne L’ora delle tentazioni. E dimostra come sia possibile anche nella canzone italiana parlare di temi alti e avere un seguito di pubblico enorme.

1. SUBSONICA
Microchip emozionale
Mescal, 1999

È il calcio in culo che spedisce la musica italiana nel futuro e che né Sanremo né il millenium bug riusciranno a fermare. Nel 1999, nella Torino provincia di Detroit, Max Casacci & Co. cucinano per la prima volta insieme i rave, il reggae, la club culture ancora in fasce, il trip hop, la canzonetta, i centri sociali, la classifica, la droga e la love song: la ricetta è esplosiva, il segno è che non si torna indietro, da lì ci si può solo perdere. Magari dentro al loro Discolabirinto, uno dei pezzi dance più fichi in assoluto, ancora oggi.