I 10 album italiani dell’anno (in continuo aggiornamento)

Tranquilli, Fibra, Ghali, Mannarino e Brunori sono nella lista

Quali sono i migliori albumi italiani usciti finora? Beh, ne abbiamo raccolti dieci, giusto per ricordare che non c’è sempre bisogno di andare sugli artisti esseri per trovare materiale innovativo oltre che originale.

Come avrete notato, la lista non è una classifica. I dischi sono semplicemente ordinati per data di uscita.

“Apriti Cielo” di Mannarino (13 gennaio)

Le periferie, il vino rosso, il vellutino e quel mix italiano-dialetto: Mannarino non nasconde le sue radici e ci ricorda ancora una volta che per lui pop vuol dire popolo. Ma niente intellettualismi, il suo Apriti Cielo è caldo e godereccio. Orgogliosamente in ritardo.

“A Casa Tutto Bene” di Brunori Sas (20 gennaio)

Brunori ha scritto il suo disco più coraggioso nel pieno del successo. È sceso dal piedistallo dell’indie cantabile (e un po’ facilone) e ha scelto di rischiarsela un po’. Il risultato è il suo album più completo, pieno di gioiellini da scoprire e riscoprire. Finalmente.

“Fa Niente” di Giorgio Poi (10 febbraio)

Quello di Giorgio Poi è un disco sovrappensiero, una collezione di ballate sonnambule che escono da una radio nell’altra stanza. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze: la scrittura di Giorgio Poi è piena di trovate sorprendenti e trabocchetti armonici. Un Lucio Battisti che inciampa nel jazz.

“Fenomeno” di Fabri Fibra (1 marzo)

Fenomeno è il disco dell’anti-Fenomeno. Fabri Fibra decide di aprirsi, di scavare dentro se stesso, alternando i problemi famigliari a quelli personali. Poi, Fibra è anche un creatore di hit, e sa di non sbagliare con il flow di Fenomeno e il ritornello catchy di Tommaso Paradiso, diventato suo amico indie inaspettato e coautore del tormentone più trombettone dell’estate. L’ultimo singolo Stavo pensando a te è un gioiello di post-rap sghembo, che unisce lacrime e sorrisi amari.

“Album” di Ghali (26 maggio)

Prima o poi tutti devono diventare grandi, Ghali compreso. E se finora lo spilungone metà tunisino metà milanese aveva giocato a fare il rapper, ora ha messo le cose in chiaro dando vita a un disco divertentissimo, eterogeneo, avant pop. Lunga vita all’erede di Lorenzo Jovanotti.

“Gentleman” di Guè Pequeno (30 giugno)

Non soltanto Guè Pequeno è probabilmente l’unico rapper in Italia a non aver mai vissuto momenti di crisi (in termini di popolarità e creatività), ma la sua è proprio una carriera in eterna ascesa. Questo perché come gli esseri viventi che ancora camminano su questo pianeta il guercio dei Dogo ha saputo adattarsi ai cambiamenti, riuscendo a eccellere anche nella trap.

“Manifesto Tropicale” di Selton (1 settembre)

Hanno fatto un Manifesto Tropicale per chiarire le loro intenzioni, ma non era necessario. Basta cliccare play e l’album dei Selton vi trasporterà in un mondo a cavallo tra Milano e il Brasile: la musica italiana viene presa e stravolta, infarcita di ritmi caraibici e bossa nova. Con i riferimenti che vagano tra Devendra Banhart e Mina.

“Io In Terra” di Rkomi (8 settembre)

Nonostante il titolo, Io In Terra è un album umile. Il primo, dove un ragazzo un po’ introverso delle periferie milanesi si mette a nudo applicando su sé stesso un lavoro di psicanalisi. Il tutto, insieme agli strumentali più jazzistici che potreste trovare nel rap italiano.

“Prisoner 709” di Caparezza (15 settembre)

Caparezza torna con un album disilluso e oscuro, una lunga seduta di autoanalisi scritta combattendo contro l’acufene – un fastidioso e perenne fischio all’orecchio – e le ansie del grande successo. Un disco difficile, sì, ma necessario.

“Vida Eterna” di Ninos du Brasil (15 settembre)

È come entrare in un club immerso nella giungla: Vida Eterna dei Ninos du Brasil è una gemma nascosta tra le liane. Nell’album appaiono figure misteriose, belve tropicali e sciamani fumosi. Nico Vascellari e Nicolò Fortuni hanno virato verso i 4/4, con sonorità più cupe e angoscianti. Un disco più quadrato e meno improvvisato con un ordine rigido che può fare solo bene al duo.