“Free”, la storia della generazione che ha distrutto la discografia

Il libro di Stephen Witt, pubblicato in Italia da Einaudi, spiega come i trenta-quarantenni di oggi a un certo punto sono diventati tutti pirati

Oggi siamo immersi in un ecosistema in cui la musica è raggiungibile ovunque con uno smartphone attraverso servizi di streaming come Spotify, Apple Music, Deezer, Tidal e siti come YouTube o Vevo. Legali, gratuiti, che garantiscono anche un – irrisorio – compenso all’artista. Siamo arrivati a questo punto dopo la più grande scossa tellurica mai registrata all’interno dell’industria dell’entertainment: la creazione dell’mp3 e diffusione dell’Internet a banda larga che hanno portato alla stagione della pirateria, delle piattaforme di file-sharing e del download illegale. Un paio di generazioni (che adesso stanno compiendo trenta e quarant’anni) hanno avuto accesso a un catalogo musicale sterminato che, alla lunga, ha distrutto l’industria come la conosciamo. Free. Cosa succede quando un’intera generazione commette lo stesso crimine?, scritto da Stephen Witt e pubblicato in Italia da Einaudi Stile Libero, racconta questo momento a metà tra innovazione tecnologica e autodeterminazione di una fascia d’età.

La genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg, ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’mp3. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto».

I “pirati” che hanno commesso lo stesso crimine, violando il diritto d’autore, la proprietà intellettuale e distruggendo indirettamente diversi posti di lavoro, non cercavano un ritorno economico (per lo meno, non tutti) ma un certo, per quanto controverso, senso di comunità. Le azioni di Dell Glover fossero sì ispirate dalla volontà di arrotondare (vendendo cd e dvd paratati sostanzialmente si raddoppiava lo stipendio), ma anche dall’idea di sentirsi “parte di qualcosa”. Le comunità in cui venivano messi in circolo gli album prima della loro uscita davano a molte persone il senso di una missione, di sentirsi parte di un gruppo e di condividere una stessa passione. Come è successo a Alan Ellis, un nerd inglese che tra il 2004 e il 2007 ha spaventato l’industria con Oink, una comunità di scambio di BitTorrent in cui si trovava praticamente di tutto. Ellis si è sempre comportato più come un “community manager” che come uno spregiudicato ladro di opere altrui, ed è il motivo per cui alla fine è uscito dalla vicenda giudiziaria scagionato dalle accuse, non avendo mai intascato denaro dalla sua opera.

«I frequentatissimi forum interni di Oink rivelavano una comunità simile a Ellis […] Si parlava molto di concerti e di droghe. Uno dei thread più attivi chiedeva semplicemente “Perché piratate la musica?” C’erano migliaia di risposte. C’entravano i costi e il disprezzo nei confronti delle major, la nascita di un nuovo tipo di comunità, l’attivismo politico, a volte solo la cupidigia […] Quei forum erano un posto dove scoprire nuove tecnologie, nuovi gruppi, concerti underground, e persino meccanismi di funzionamento dell’industria musicale. iTunes era solo un negozio […] Oink era una comunità.»

Comunità. Senso di appartenenza. Voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Non c’era cattiveria, ma le conseguenze sono state inevitabili per chi, come Doug Morris, aveva il compito di sfornare hit e garantire dividendi agli azionisti. Il vecchio dinosauro, descritto per tutto il libro come una sorta di mega-impiegato poco affine allo stile di vita rock’n’roll, si è ritirato con la zampata decisiva di Vevo, il servizio di streaming che, attraverso la pubblicità, garantisce introiti (più o meno significativi) agli artisti. Capacità di adattamento a una situazione disperata che l’industria ha capito solo in parte e probabilmente troppo tardi. Free è lo spaccato di un periodo storico che non ha distrutto la musica, ma un suo assetto istituzionale. Ha fatto vittime, ha creato scompensi e rivelato contraddizioni, ma ha anche liberato energie creative (ad esempio permettendo agli artisti di sperimentare con più coraggio) e dato nuova linfa alle comunità che, allo stato attuale, spendono più per concerti e festival in giro per il mondo che non per “comprare” o – ancora meglio – “possedere” la musica.