Foo Fighters, sopravvissuti al rock

Dave Grohl e la sua band a ruota libera. Sull'ultimo album, ma anche Cornell e Cobain, una session con Prince, e quella volta con Paul McCartney e Barack Obama

C’è stato un tempo in cui le rockstar morivano giovani, con un ago infilato in vena, o perché si erano bevute una piscina di vodka. Era parte dell’immaginario (malato) di quegli anni: muore giovane chi è caro agli dèi, o qualcosa del genere. Anche oggi le rockstar muoiono: nell’estate appena finita se ne sono andati Chris Cornell e Chester Bennington, per dirne due. Ma, a differenza di Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, John Bonham, Sid Vicious (e potete andare avanti fino a che volete), le rockstar oggi si suicidano. Non che cambi molto, alla fine, ma c’è una domanda che è venuta a tutti, leggendo di Chris Cornell e Chester Bennington: perché?

Avevano avuto (e continuavano ad avere) più di quanto chiunque di noi riesca a sognare e immaginare: soldi, eccessi, donne. E anche belle famiglie, figli, fama. Neanche due mesi prima che si impiccasse, avevo visto Chester Bennington agli I-Days di Monza. Quella sera i Linkin Park avevano più spettatori di quanti ne avrebbe avuti, la sera dopo, Justin Bieber (per dire). E tutti che cantavano le loro canzoni dal prato come se non ci fosse un domani, che infatti non c’è stato. E allora, perché? Visto che avevate tutto questo, che cosa vi mancava così tanto da farvi aprire una porta che dovrebbe sempre rimanere chiusa? Che cosa vi mancava così tanto da portarvi fino al suicidio?

Se c’è una persona al mondo che può avere una risposta sensata a questa domanda, questa persona è Dave Grohl. Perché Grohl conosceva Chester Bennington ed era amico di Chris Cornell, fin dai giorni eroici del grunge di Seattle. E, soprattutto, è stato il batterista dei Nirvana, quando la band faceva sì e no 50 spettatori, e poi quando è diventata un fenomeno mondiale. E Kurt Cobain è stato la prima rockstar a morire sparandosi non un ago in vena, ma un colpo di fucile in testa. E allora Dave Grohl, a oltre vent’anni da quella morte, deve essersi dato una risposta a quel perché. Al perché il suo amico Kurt (con cui aveva diviso le notti in pullmino tra un concerto e l’altro, con cui aveva conosciuto i giorni duri delle serate nei club e poi quelle gloriose dei festival) avesse deciso di premere il grilletto, e non avesse invece chiamato un amico, magari lo stesso Grohl, per provare a uccidere il proprio disagio, invece che se stesso.

Ho tenuto queste domande per la fine del mio incontro con Dave Grohl e i Foo Fighters, non volevo tornare a casa con la famosa intervista di due parole: «Fuck you!». Dave Grohl invece non si è tirato indietro. Mi ha solo detto: «Tutti uguali voi giornalisti, tirate sempre fuori queste cose quando uno è convinto che l’intervista sia finita». Poi ha cambiato tono, ha smesso di essere allegro, si è interrotto spesso, la voce ogni tanto si spezzava. «Neanche io, dopo tutti questi anni, ho una risposta. Il perché è una malattia: la depressione. E non c’entra se sei ricco o povero, se sei nessuno o sei famoso: se ti ammali, ti ammali. E se non sei malato non puoi davvero capire, puoi solo accettarlo, cercare di stare vicino alla sua famiglia, ai suoi cari…». Si interrompe. «E alla sua musica. È come se ti ritrovassi con un’eredità da portare avanti. È scioccante e ti manda in confusione, non riesci a fartene una ragione: quando un tuo amico, uno della tua band, si suicida, puoi solo rispondere con il tuo amore per la musica. Puoi rispondere condividendola con gli altri, nella speranza che gli altri sentano quello che tu stai sentendo».

È ciò che lui ha fatto dopo i Nirvana, con il progetto Foo Fighters: una cosa nuova, perché ormai i Nirvana erano morti. Però si vede che la fine di Chris Cornell ha riaperto vecchie ferite: «Gli volevo molto bene», dice Grohl. «Chris era una persona davvero dolce. Piena di vita. E aveva così tanto da dare. La sua morte mi ha colpito lì dove fa più male: dopo tanti anni ti ritrovi a contare le ferite alle quali sei sopravvissuto. E quando un altro se ne va…». Si interrompe di nuovo. Gli chiedo: «E tu, come sei sopravvissuto?». «Dico grazie a mia madre», è la sua risposta.

Dave Grohl è molto legato a sua madre Virginia Hanlon, 80 anni: non è un segreto. Al festival di Reading, durante l’ultimo concerto europeo dei Nirvana, le fece cantare Happy Birthday dal pubblico. Lo stesso ha fatto nel 2012 con i Foo Fighters: Grohl è salito sul palco e ha cominciato suonando gli accordi slabbrati di Times Like These. Ma, prima di iniziare sul serio il concerto, ha chiesto al pubblico di cantare ancora una volta per sua mamma che stava per compiere gli anni: ha porto il microfono alla folla, e i 200 mila presenti hanno cantato (se non ci credete, andate su YouTube).

E qui spiega perché lei è così importante, e perché lo ha salvato. Nessuna storia e nessun rimprovero particolare, solo l’esempio: «Mio padre se ne è andato di casa. Ha lasciato lei, me e mia sorella in Virginia ed è partito per l’Ohio, quando avevo 7 anni e non capivo bene cosa diavolo stesse succedendo. È stata grandiosa, non ci ha mai fatto sentire non dico poveri, ma nemmeno in difficoltà rispetto agli altri bambini che avevano più di noi. Si è ammazzata di lavoro: la mattina come insegnante di Inglese, il pomeriggio come commessa da Bloomingdale’s, la notte a pulire tappeti. Allora non lo capivo, ma quella era una vera lotta per la sopravvivenza, per farci trovare tutti i giorni del cibo in tavola. Poi una sera, io avevo 12 anni, ha avuto un infarto mentre preparava la fottuta dichiarazione dei redditi. Sai, eravamo piuttosto a corto di soldi: il suo unico vero stipendio era quello da insegnante, stava tirando su due figli da sola. Quella sera era lì a compilare la dichiarazione dei redditi e l’unica cosa che ricordo, dopo, è lei sdraiata in camera da letto e mia sorella e io che chiamiamo l’ambulanza. È rimasta in ospedale per settimane. E mi ricordo di essere tornato a casa che era ormai notte fonda, solo con mia sorella, e di aver guardato quel pezzo di carta, quella fottuta dichiarazione dei redditi che aveva cominciato a compilare, quando le è venuto l’infarto. Quella notte mi ha lasciato un segno indelebile, mi ha marchiato con l’etica del lavoro, con l’attaccamento alla vita. E mi ha insegnato che il denaro uccide, che troppa gente passa la vita a morire dentro, per colpa dei soldi».

Non lo racconta per darsi un tono: Dave Grohl è davvero così, e si comporta di conseguenza. Anche oggi, con sua moglie Jordyn Blum e le loro figlie Violet, Harper e Ophelia. Era nel mezzo del tour australiano di Sonic Highways (il disco precedente al nuovo Concrete and Gold) quando è arrivata la sera del ballo alla scuola elementare di Violet e Harper, le sue figlie maggiori. Finito il concerto ad Adelaide, Dave è saltato su un aereo per Los Angeles, è andato al ballo, poi ha preso un altro aereo ed è atterrato a Perth. Giusto in tempo per salire di nuovo sul palco.

Ha fatto pure di peggio: si è giocato la possibilità di suonare in pubblico con Prince per andare a una festa dell’asilo. Questo il suo racconto, lungo e un po’ confuso: «Con i Foo Fighters avevamo provato una versione di Darling Nikki di Prince e l’avevamo pure registrata a casa di Taylor Hawkins. Era venuta bene. Tanto che pensavamo di inserirla come contenuto speciale in un dvd: abbiamo chiesto il permesso a Prince, e Prince ha detto no. Poi però Prince è andato a suonare al Super Bowl (era il 2007, ndr) e ricevo una telefonata: “Farà uno dei vostri pezzi”. A metà del suo medley infila Best of You, e la trasforma in un’esperienza gospel-rock che manda in frantumi la nostra versione. Qualche anno dopo (nell’aprile 2011, ndr) Prince arriva per 21 serate al Forum di Los Angeles. Naturalmente vado al primo show, in un party bus con gli amici, bevendoci sopra quello che è giusto bere in un’occasione del genere. Entriamo nel club del Forum e un membro della road crew che conosco viene da me e mi dice: “Prince sapeva che saresti stato qui, vuole fare un pezzo con te”. Alla fine del concerto, entro in camerino e ci sono Prince e Sheila E. Lui mi fa: “Quand’è che suoniamo insieme? Venerdì prossimo va bene?”. Benissimo! Il venerdì dopo vado al Forum in tempo per il sound check. L’assistente di Prince mi vede: “Oggi è di cattivo umore, non credo che verrà alle prove”. Vado nella zona del catering, e mi metto a parlare con il mio tecnico: non ho idea di cosa possa succedere. Poi arriva Prince: “Ciao Dave, vuoi suonare un po’ la batteria?”. Fa salire tutta la band sul palco e cominciamo a suonare, lui che butta lì cambi di accordi con le sue lunghe dita e dirige la band, mentre improvvisiamo. Non riesco a credere che stia succedendo davvero, e che stia succedendo in un Forum completamente vuoto. Poi cambia chitarra e attacca Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Tostissima. La facciamo per un bel dieci minuti. Spacca. E lui dice: “Dovremmo proprio fare questa. Che cosa fai venerdì prossimo?”. Ora, non saprò mai se era serio, se il venerdì successivo avremmo davvero suonato insieme Whole Lotta Love al Forum. Ma quel venerdì lì dovevo essere a una serata di beneficenza dell’asilo. Proprio non potevo. Dopo quella prova non ho più sentito Prince. Ma giuro che è successo, che ho suonato con lui. E nessuno l’ha visto».

Ho passato un intero pomeriggio con Dave Grohl e i Foo Fighters nel loro studio di registrazione nella San Fernando Valley, appena fuori Los Angeles, zona tremendamente calda e di ville bellissime, spesso usate come set per i film hardcore. Da fuori lo studio sembra una specie di capannone industriale. Entri, e la prima cosa che vedi è la copertina di Rolling Stone del 17 aprile 1980, con i Clash fotografati da Annie Leibovitz. Giusto per ricordare sempre chi siamo e da dove veniamo. I dischi d’oro e di platino, i riconoscimenti, li vedi dopo. Si parla tranquilli, tutti ti dicono quanto amano l’Italia (ed è vero, non è lecchinaggio): Rami Jaffee, il tastierista (e ultimo arrivato tra i Foo), parla di giorni meravigliosi passati da amici italiani sul lago di Garda, mentre ci fumiamo una sigaretta nel parcheggio. Per festeggiare gli 80 anni di sua madre, Grohl l’ha portata in vacanza con sé in Toscana.

Taylor Hawkins, con improbabili calze leopardate, è quello che si atteggia un po’ più a rockstar: si sdraia su un divano, e comincia a raccontare delle sue fantastiche vacanze in Sicilia e di donne splendide sulla spiaggia: «Tutti quei culi bellissimi che si muovevano, e io che dicevo a mia moglie: “No cara, mica sto guardando lì, ti sbagli, cosa credi?”», e ride. Però ti accorgi che è un po’ una posa. Molto più sincero Pat Smear, padre ebreo tedesco e madre afroamericana, il gigante buono (e dopo Grohl, lo ammetto, il mio Foo preferito), che è sempre con i piedi ben piantati per terra. Dice in maniera più semplice e diretta le stesse cose di Grohl: «Le lunghe tournée non ci piacciono tanto come una volta. Sai, oggi abbiamo tutti dei figli…». E anche: «È meraviglioso far parte di un gruppo di workaholic, continuo a divertirmi un sacco». E un po’ deve essere vero, se per 12 anni ha mollato i Foo Fighters per stanchezza, ma alla fine, nel 2010, non ha potuto fare a meno di tornarci.

Parliamo soprattutto del nuovo album, Concrete and Gold, che è arrivato al primo posto nelle classifiche di tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dall’Australia al Belgio. È un album che non ti aspetti. Un po’ perché pensi che, come pare d’obbligo per le rockstar oggi, ci siano riferimenti espliciti a Donald Trump. E invece no. Quando, a un certo punto, per dire, nel testo compare l’espressione “White House”, il riferimento è a una boy band che ascoltano le figlie di Grohl. «Ma che sia chiaro: nessuno di noi sta con Donald Trump!», dice il chitarrista Chris Shiflett.

E poi ci sono quelle ballate, che suonano un po’ come i vecchi Queen o addirittura i Pink Floyd, e soprattutto come i Beatles e la loro Blackbird: ascoltate Happy Ever After (Zero Hour) e poi ditemi se non è vero. «Dave suona Blackbird in continuazione», confessa Taylor Hawkins: «È un fottuto genio. Prendi Run. Se la ascolti bene, scopri che ha lo stesso beat di un pezzo di Justin Bieber. Sono certo che Dave non lo ha studiato. Mi immagino lui che porta le figlie a scuola in macchina, alla radio passa quel pezzo, e in qualche modo quel beat gli rimane in testa. Poi si mette a scrivere Run. E ta-tata-taa». Mentre racconta si mette a battere le mani sul tavolino, come se fosse una batteria.

Concrete and Gold non è stato registrato qui: i Foo Fighters hanno preferito i mitici EastWest Studios di Los Angeles. Mentre lavoravano, di lì passavano Lady Gaga e Shania Twain. Nel parcheggio Dave Grohl si è fatto un whiskey con Justin Timberlake, e la pop star gli ha chiesto: «Non è che posso fare qualcosa nel vostro album? Non voglio essere invadente, solo per poterlo dire ai miei amici». E così è entrato in studio di registrazione e ha fatto un coretto, un la-la-la per il nuovo disco dei Foo Fighters.

Ed è passato pure Paul McCartney, che alla fine suona la batteria in Sunday Rain. Si parte da Taylor Hawkins, che già deve essere complicato fare quel mestiere in una band che ha come frontman il batterista dei Nirvana, se poi arriva Paul McCartney e si siede al tuo posto… «A proposito di suonare con Dave», dice Hawkins. «Posso solo dire che è fantastico lavorare con uno che sa esattamente di che cosa si tratta. Certo, non ti dico bugie, non è che sia sempre stato tutto perfetto: abbiamo avuto i nostri scazzi. Ma ricordo bene quello che mi ha detto una volta Stewart Copeland (il batterista dei Police, ndr), uno dei miei idoli. Avevo avuto un problema – non ho intenzione di dirti di più in proposito – e l’ho chiamato. Stewart mi ha detto: “Taylor, Taylor, Taylor: vivi in una bella casa, giusto? Fai quello che ti piace, giusto? Hai già sentito qualcuno, hai chiamato qualcuno? Bene, non farlo. Perché Dave è un bravo ragazzo, ed è bello ciò che state facendo insieme. Per cui, prendi la mountain bike e fatti un bel giro. Dopo, vedrai, ti sembrerà una cosa da nulla”. È stato un consiglio davvero saggio».

E con Paul McCartney com’è andata? «Cazzo, quando è entrato in studio è stato come se fosse arrivato Ludwig Fucking van Beethoven», interviene Nate Mendel, il bassista: «Una roba incredibile». Ha fatto appena due take alla batteria, è stato scelto il primo. Poi sono andati avanti con una jam session per un’oretta buona, solo per il gusto di suonare insieme. «Ha suonato in un modo fluido, immediato: non avrei saputo fare meglio», dice Hawkins. «E comunque non mi sono sentito defraudato: in Sunday Rain la voce è la mia», dice, e ride.

A sentire le loro storie (lasciamo perdere che parliamo di Paul McCartney e di Justin Timberlake) tutto sembra assolutamente normale, normali storie tra vecchi amici. «Paul è un tipo straordinario», dice Dave Grohl. «Se c’è da fare una sorpresa, una cosa bella, puoi sempre contare su di lui». E mi racconta di quella sera, alla Casa Bianca, in cui lui, Dave Grohl, è stato chiamato a suonare per il presidente Obama, sua moglie e i loro amici. Ha fatto Band on the Run degli Wings, in omaggio a Paul McCartney, che era presente tra il pubblico, e perché conosceva i gusti del presidente. Una volta finito il pezzo, ha passato la chitarra a McCartney e il microfono a Barack Obama. Che è andato dritto davanti alla moglie, e le ha cantato Michelle, accompagnato da Paul alla chitarra. Brividi.

È a questo punto che ho chiesto a Grohl di Kurt Cobain e Chris Cornell, e lui ha abbassato il tono della voce, e si è fatto meno allegro. Alla fine dell’intervista, avanzo un’ultima richiesta: chiedo se è possibile avere una foto di noi due insieme. Per farla, mi mette un braccio intorno alle spalle. E, in quella specie di abbraccio, ho sentito speranze e ambizioni, sogni e paure, purezza e corruzione, e fede. Perdute e ritrovate.

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