Federica Abbate, più pop per tutti

È una delle hitmaker più prolifiche d'Italia (da Baby K. a Francesca Michelin). Ma adesso ci mette la faccia

Federica Abbate, foto Roberto Covi


Dice di aver avuto una “emotività burrascosa” che le ha fatto capire, fin da ragazzina, che il suo rapporto con i sentimenti non era poi così normale. «Tutti gli adolescenti provano delle emozioni che non riescono a spiegare a parole, ma per alcuni sono più forti degli altri», dice. «Non avevo filtri verso le cose che sentivo, i miei compagni invece erano un pochino più misurati, avevano già quell’atteggiamento risoluto che permetteva loro di essere ben inseriti nel gruppo.

Quando è venuto il momento di decidere se mettermi una maschera o meno, ho scelto un percorso diverso». Come ogni supereroe che si rispetti – da Spider-Man fino a Hulk – Federica Abbate è riuscita a trasformare quello che molti potrebbero considerare un limite nel suo punto di forza.

Ha iniziato a scrivere canzoni – prima per altri e ora per se stessa – e nel pop italiano è arrivata una ventata d’aria fresca. «L’Italia è sempre stato un Paese un po’ lento per quanto riguarda la musica. È un’economia molto delicata, dove c’è tanta paura di rischiare e ci si deve confrontare con abitudini difficili da sradicare. Ora iniziano a esserci strumenti, Spotify in primis, che permettono al pubblico di scoprire cose nuove e di scegliere la musica che gli piace e non solo quella che viene propinata dalle radio. Pian piano un cambiamento ci sarà».

Fiori sui balconi è il singolo che inaugura la sua carriera da cantautrice dopo anni passati a fare l’autrice per altri, da Arisa fino a Baby K e Francesca Michielin. Con una melodia dal sapore internazionale e la produzione di Takagi & Ketra – hitmaker pure loro – ha confezionato una bombetta pop che piace molto alle radio e sta ottenendo ottimi risultati in streaming.

Le domando perché non si sia decisa prima: «Il punto di svolta è arrivato con la melodia di In radio scritta nel 2015 per Marracash», risponde. «Quando io e Marra ci siamo messi a scegliere la voce femminile, il passaggio dal “a chi la diamo” al “cantala tu” è stato breve. Ho iniziato a provare un senso di unione tra la mia voce e la mia scrittura. Ho capito che quelle erano le mie canzoni, era la mia verità ed era giusto che fossi io a dirla».

Ma un’autrice non si stanca mai dei suoi stessi successi, a maggior ragione di un tormentone come Roma – Bangkok, certificato nove volte disco di platino? «È strano, dopo un po’ ti distacchi. Non le senti nemmeno più tue, sono di chi le canta, o meglio, sono del pubblico. È la cosa più bella del pop: è di tutti».