È il momento di parlare degli Zero Assoluto

Perché senza di loro oggi Carl Brave e Franco126 non esisterebbero

Ricordate Roma dieci o quindici anni fa? Era una città diversa: angelicata, perfetta. L’amore si poteva incrociare ad ogni angolo di strada, il cielo si toccava con un dito e le promesse si facevano legando un lucchetto al lampione di un ponte. È difficile crederlo oggi, dove Facebook ci ripete continuamente di quanto Roma “fa schifo”, degli scandali in giunta, dei tassisti che fanno esplodere le bombe carta, delle buche, degli sgomberi dei poveri cristi. Eppure per chi volesse tornare indietro con la memoria a questa età dell’innocenza, la colonna sonora da rispolverare è soltanto una: la discografia degli Zero Assoluto.

La parabola di Thomas De Gasperi e Matteo Maffucci è una di quelle tortuose. Dal rap degli inizi sul finire degli anni ’90 fino al successo pop più edulcorato e il sodalizio artistico con Federico Moccia di cui sono stati i principali cantori in musica. Thomas e Matteo ci provano da subito in ogni maniera possibile: è il 1999 e nel video di uno dei loro primi singoli, Ultimo Capodanno, c’è anche Francesco Totti che calcia un pallone distruggendo un meteorite (perdoniamoli, in fondo è l’anno dopo l’Armageddon cinematografico).

Matteo in particolare ha anche una parentela pesante di cui nell’ambiente tutti parlano ma che lui tende a nascondere. Suo padre è Mario Maffucci, dirigente Rai che tra le altre cose ha rilanciato il Festival di Sanremo negli anni 80 e canonizzato televisivamente il concertone del Primo maggio romano. Eppure non c’è niente da fare: il loro rap proprio non ingrana, l’interesse del pubblico per questo genere è scemato e gli Zero Assoluto sono arrivati troppo tardi per far parte delle Posse e con 5 o 6 anni d’anticipo sull’esplosione di Fabri Fibra che rivoluzionerà di nuovo tutto quanto.



Non resta allora che cambiare marcia, far salire a bordo i collaboratori Danilo Pao ed Enrico Sognato e provare a mescolare il rap col pop e la canzone d’amore pura e semplice. L’aspetto degli inizi da birbanti di città diventa sempre più sfumato in favore di un’immagine da bravi ragazzi della porta accanto. Tipi sensibili a cui poter confessare i propri sentimenti, proprio come in un libro di Moccia. Infatti ben tre canzoni dal loro secondo disco Appena prima di partire fanno parte della colonna sonora di Scusa ma ti chiamo amore. Segue a stretto giro il Festival Di Sanremo e persino un’esperienza come conduttori di un quiz televisivo su MTV. Il resto è storia.

Una di quelle che sembrano destinate a ripetersi anche in questi ultimi mesi col successo di Carl Brave e Franco126. In tanti sentendo il loro mischione di rap e canzone indie hanno tirato in ballo proprio gli Zero Assoluto come padri nobili di questo incrocio pericoloso tra generi. Un’eredità scomoda perché Thomas e Matteo a differenza di Carl e Franco non sono mai stati fichi o accettati dalla scena da cui provenivano. Quello era un tempo in cui il successo poteva essere una colpa e non soltanto un merito da sbandierare su Instagram. Se al tempo Matteo Maffucci nascondeva le sue ingombranti parentele oggi Darkside della Dark Polo Gang non vede l’ora di farsi fotografare assieme al papà regista Francesco Bruni.



Cosa è cambiato da allora? Perché un suono così simile a quello dei bistrattati Zero Assoluto gode oggi di nuova improvvisa popolarità oltre che di unanime consenso? Tutto verrebbe da rispondere, non c’è niente che sia rimasto immobile. Sono cambiati i generi musicali, tutti mescolati assieme nella stessa playlist di Spotify. Sono cambiate le classifiche basate sulla musica scaricata e streammata e non più soltanto su quella venduta in negozio o pompata nei programmi del sabato pomeriggio in televisione.

Soprattutto è cambiata Roma che con le sue tinte fosche e l’aria pesante mette oggi tutto sotto una luce diversa. Anche se la musica fosse la stessa -e non lo è- quella di Carl Brave e Franco 126 viene illuminata in maniera del tutto differente. Non c’è più spazio per le smancerie di Moccia, lo scrittore cult della Roma di oggi è Tony il fantino che, mentre gonfia i pettorali da una finestra di YouTube, minaccia di venire a scoparsi la tua ragazza. L’impressionismo, soltanto quello è sempre lo stesso. I quadretti minimali nei titoli degli Zero Assoluto (Semplicemente, Svegliarsi la mattina, Appena prima di partire) trovano perfetta continuità nelle Polaroid istantanee di Carl e Franco. Sono gli oggetti inquadrati nelle canzoni ad essere diversi. Via le tazze di caffè fumante, i calzini bucati e le attese col cuore in gola. Dentro le corse in Enjoy, le emoticon, i pipponi via WhatsApp. Fanculo il cantato confidenziale e avanti tutta con l’autotune.

Zero Assoluto come Carl Brave e Franco126 sono uniti nel poetico malinteso di chi rimane in bilico tra due generi musicali diversi. Una confusione che in Italia ha avuto altri illustri profeti. Qualcuno si ricorderà che persino gli 883 di “Hanno ucciso l’uomo ragno” erano annoverati come rap dai primi scellerati commentatori televisivi. Il peccato originale in fondo è stato commesso da Jovanotti, vero Adamo della confusione tra generi. Qui da noi fu lui il primo a chiamare rap ciò che non lo era, spostando i confini del genere e confondendone il perimetro agli occhi del grande pubblico nazionale. Visto che il danno è stato fatto tanto tempo fa ora non ci resta che ballare.

Altre notizie su: ,