I dischi del 2017: la scelta dei lettori di Rolling Stone

Fra le uscite più importante dell'anno appena trascorso hanno dominato i grandi ritorni, da quello dei Gallagher fino agli U2 o Fabri Fibra, ma senza dimenticare il futuro con Lorde e Giorgio Poi

Nelle scorse settimane vi avevamo proposto il nostro sondaggio: scegliere voi quale fosse l’album più importante uscito nell’anno appena trascorso. Attenzione! Non si chiedeva di scegliere il migliore, ma quello il cui peso specifico era risultato essere il più imponente fra tutte le uscite discografiche che hanno segnato il 2017.

Un anno di grandi ritorni, e forse non è un caso che le prime venti posizioni, fra i cinquanta dischi che vi avevamo proposto, siano occupate proprio dai grandi mostri sacri. Si va infatti dal ritorno dei fratelli Gallagher fino a quello dei Gorillaz o di Bono con i suoi U2, da Dylan e l’omaggio all’America fino a Roger Waters, che dell’America rappresenta il volto più distopico. Lo stesso vale per i dischi italiani: Caparezza e il suo ritorno fra le ombre, Cesare Cremonini con l’album del riscatto dagli stereotipi o Fabri Fibra, con quello della consacrazione.

Nel mezzo esordi dirompenti, come per Giorgio Poi, o grandi riconferme tutte al femminile, si vedano Lorde, Lana Del Rey o Taylor Swift. Non poteva poi mancare il rap, seppur in dose minore da quanto ci saremmo aspettati: con Ghali, Kendrick Lamar o Dj Khaled più indietro rispetto ai pronostici. Spicca la sorpresa James Holden, unico rappresentante della musica elettronica fra quelli votati ad entrare nella top 20.

Insomma, ecco a voi gli album più importanti del 2017 scelti dai lettori di Rolling Stone:

1. “Who Built the Moon?” di Noel Gallagher’s High Flying Birds

Con il suo Who Built The Moon?, Noel Gallagher ha concepito un’operazione di allontanamento dal suono degli Oasis, studiata a tavolino insieme al produttore David Holmes. Nell’album ci sono tutte le influenze su cui The Chief ha costruito la propria carriera, dalle fughe di chitarra stile Stone Roses (Black & White Sunshine), i riff che ricordano Marc Bolan e i suoi T-Rex (Holy Mountain), fino alla psichedelia in salsa Beatles – evidente la citazione in Be Careful What You Wish For – ma il tutto è saldato insieme in un sound stratificato e complesso, che rende Who Built The Moon? uno dei lavori più convincenti dell’intera produzione di Gallagher. Se si dovesse eleggere un simbolo della nuova via cercata da Noel, tra gli undici brani che compongono l’album, sarebbe It’s A Beautiful World: un brano atipico, anche all’interno di un lavoro atipico com’è Who Built The Moon?. La canzone è quella in cui il disco si spinge più in là, quella in cui la distanza con il Noel cui eravamo abituati diventa siderale, tra campionamenti e sequencer. Nel complesso il “cosmic pop” del disco, come ha definito lo stesso Gallagher il genere del suo ultimo lavoro, tocca una gamma vastissima di sonorità, quasi fosse una vertigine sonora razionalizzata per essere messa all’interno di un singolo album, il più maturo di Noel.

2. “Melodrama” di Lorde

Un po’ in sordina, senza super tour o singoli virali, Lorde ha costruito uno dei dischi dell’anno. Melodrama è una formula vincente per ragazzini sognanti e per un pubblico che ha bisogno di un pop moderno ma con un’intimità dilagante. E Lorde è lì per sussurrarvelo.

3. “Reputation” di Taylor Swift

La principessina del pop globale decide che gli anni Ottanta dell’ultimo 1989 sono finiti, e adesso sì che possiamo dimenticare Stranger Things, Bruno Mars e tutto questo revival ormai stantio. OK, non sarà il figo come il nuovo di Fever Ray o di Zola Jesus, ma Reputation offre una buona alternativa alle frivolissime divagazioni stracciamutande di Ed Sheeran, Selena Gomez, Maroon 5 e si potrebbe continuare all’infinito. L’opera più dark di un’artista che finora si è sempre spaparanzata al sole con un ombrellino nel Mai Tai.

4. “Lust For Life” di Lana Del Rey

È un album sorridente, il primo nella discografia Lana Del Rey, ed è anche il suo più ambizioso. Sedici tracce, collaborazioni importanti, un occhio strizzato al pop e l’altro alla malinconia. Che questa volta ha tutto un altro sapore.

5. “Fa Niente” di Giorgio Poi

Quello di Giorgio Poi è un disco sovrappensiero, una collezione di ballate sonnambule che escono da una radio nell’altra stanza. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze: la scrittura di Giorgio Poi è piena di trovate sorprendenti e trabocchetti armonici. Un Lucio Battisti che inciampa nel jazz.

6. “As You Were” di Liam Gallagher

Per molto tempo abbiamo pensato che il talento degli Oasis fosse tutto nelle mani di Noel, ma forse possiamo ricrederci. Dopo i dischi con i Beady Eye (in cui c’era la mano di Dave Sitek), Liam ci mette il nome (e la faccia), e dalla sua vita incasinata e strafottente tira fuori un ottimo disco. Da Liam non possiamo aspettarci innovazioni, e lui non ci pensa proprio a darci qualcosa di diverso: in As You Were ci sono i pezzi rabbiosi e le ballad, i ritornelli singalong e le melodie gigantesche, le influenze di Oasis, Happy Mondays, Sex Pistols, Beatles, Kasabian e Paul Weller. Soprattutto c’è una visione impeccabile del pop rock britannico, che viene indossato come una divisa, rivendicato come un segno di appartenenza, scritto e cantato per essere già classico.

7. “Prisoner 709” di Caparezza

Caparezza torna con un album disilluso e oscuro, una lunga seduta di autoanalisi scritta combattendo contro l’acufene – un fastidioso e perenne fischio all’orecchio – e le ansie del grande successo. Un disco difficile, sì, ma necessario.

8. “Big Fish Theory” di Vince Staples

È più un quadro astratto a tema black che un disco. Le pennellate di Staples in questo Big Fish Theory sanno di techno, house e altri stili non strettamente legati all’hip hop. Ma che alla fine compongono un puzzle che gli permette di giocare lo stesso gioco dei grandi producer black americani.

9. “Fenomeno” di Fabri Fibra

Fenomeno è il disco dell’anti-Fenomeno. Fabri Fibra decide di aprirsi, di scavare dentro se stesso, alternando i problemi famigliari a quelli personali. Poi, Fibra è anche un creatore di hit, e sa di non sbagliare con il flow di Fenomeno e il ritornello catchy di Tommaso Paradiso, diventato suo amico indie inaspettato e coautore del tormentone più trombettone dell’estate. L’ultimo singolo Stavo pensando a te è un gioiello di post-rap sghembo, che unisce lacrime e sorrisi amari.

10. “Humanz” di Gorillaz

Il nuovo album dei Gorillaz è un potpourri di featuring, di innesti, di deviazioni e di sperimentazioni. Humanz non è un disco perfetto, ma è una festa per le orecchie, stracolmo di ispirazioni diverse partorite dalla mente ipercreativa di Albarn.

11. “DAMN.” di Kendrick Lamar

Cosa c’è da dire ancora su Kendrick Lamar (a parte che non verrà a suonare in Italia)? Il rapper di Compton ha sfondato tutte le barriere, è diventato un mito da classifica. DAMN. non ambisce ad essere eclettico a tutti i costi. Ambisce, soltanto, ad essere il migliore.

12. “Possibili Scenari” di Cesare Cremonini

L’ambizione di fare un disco “libero e influente” Cesare Cremonini l’aveva già palesata nella scelta del singolo, Poetica, che ha fatto spellare le mani ai radiofonici, nonostante la durata (quasi 5 minuti) e un intro archi e piano tutt’altro che immediato. Dopo un paio di ascolti la missione appare compiuta. Forse Possibili Scenari non imporrà l’inversione di rotta a un mercato discografico modello fast food, ma rappresenta un nuovo upgrade nella ormai ventennale carriera dell’artista bolognese. Il suono del disco è vario e i riferimenti molteplici: non c’è un solo padre, come il titolo dell’album dice tra le righe. Ma c’è una estrema coerenza di fondo, e soprattutto ci sono i testi dell’ex Lùnapop, che nobilitano un pop che torna a essere anzitutto canzone.

13. “Is This The Life We Really Want?” di Roger Waters

Roger Waters sente il peso dell’eredità dei Pink Floyd in questo disco, ma è un lavoro che fa parlare di sé. Sia per le questioni politiche che affronta dentro, sia per quelle artistiche in copertina. L’avete acquistato prima della faccenda Isgrò?

14. “Concrete and Gold” di Foo Fighters

I Foo Fighters sono diventati una band contemporanea e universale, hanno il coraggio di mettere almeno due idee musicali diverse in una sola canzone (come in Run ma anche nella strepitosa Dirty Water) e di costruire album in cui passano dal classic rock di Make It Right al funk-rock di Sunday Rain, dallo stoner di La Dee Da al folk-rock di Happy Ever After, rimanendo sempre immersi in un mare di cori e aperture armoniche, con una batteria implacabile e chitarre pronte a tirare giù tutto in qualsiasi momento. Concrete and Gold non è estremo, non è provocatorio e non è futurista, non esalterà i giovani (perché ascoltano altro), non è neanche un vero disco hard rock dei Foo Fighters: è l’album di un gruppo che vuole essere la band del nostro tempo, semplicemente perché conosce e ama in modo sconsiderato il rock e si diverte a suonare.

15. “Apriti Cielo” di Mannarino

Le periferie, il vino rosso, il vellutino e quel mix italiano-dialetto: Mannarino non nasconde le sue radici e ci ricorda ancora una volta che per lui pop vuol dire popolo. Ma niente intellettualismi, il suo Apriti Cielo è caldo e godereccio. Orgogliosamente in ritardo.

16. “Triplicate” di Bob Dylan

Bob Dylan ha pubblicato il mastodontico Triplicate poco dopo il suo premio Nobel – quello che notoriamente non ha voluto ritirare – per rendere una sorta di omaggio alla storia d’America. Ed è un lavoro struggente, appassionato e delicato. Come solo Dylan sa fare.

17. “Album” di Ghali

Prima o poi tutti devono diventare grandi, Ghali compreso. E se finora lo spilungone metà tunisino metà milanese aveva giocato a fare il rapper, ora ha messo le cose in chiaro dando vita a un disco divertentissimo, eterogeneo, avant pop. Lunga vita all’erede di Lorenzo Jovanotti.

18. “Songs Of Experience” di U2

Songs of Experience arriva con circa tre anni di ritardo, una riscrittura quasi integrale dei testi causa elezione di Trump (e incidente quasi mortale accaduto a Bono), e tutta l’operazione nostalgia dedicata alla riproposizione negli stadi di The Joshua Tree. Non è sbagliato dire che Songs of Experience suona come un greatest hits della seconda parte della carriera degli U2 (diciamo del periodo che va da Joshua Tree a Pop), ma composto di soli inediti. Non aspettatevi, però, un disco politico: il bagaglio da cui pesca Songs of Experience è prima di tutto privato, personale.

19. “The Animal Spirit” di James Holden

Sono ormai lontani i tempi delle bombe da club di The Idiots Are Winning, e nel frattempo James Holden del club ha preso i colori più nascosti e audaci, esplorando le sequenze più luminose del sintetizzatore modulare come già aveva fatto per The Inheritors, l’acclamatissimo album del 2013. Per The Animal Spirit il producer britannico compie quello che forse è l’addio definitivo alla consolle, registrando interamente insieme a una band un disco che gioca tra l’elettronica e il jazz, in un vortice sonoro che tocca il kraut e il post rock, ma in cui a farla da padrone è l’inseguimento fra l’oscillatore e i fiati.

20. “Grateful” di JDj Khaled

Dj Khaled ha messo assieme un sussidiario della musica contemporanea. La crema di tutti i pesi massimi della musica black, un disco di pop contemporaneo facile e catchy, per questo super efficace. Siamo di fronte a un nuovo guru.