Dieci dischi per capire la musica classica, oggi. La guida di Luca d’Alberto

Il compositore ha collaborato con geni come Wim Wenders, Peter Greenaway e il Tanztheater di Pina Bausch, ci racconta lo stato di salute della post-classica
Luca D'Alberto ha esordito con "Endless", il suo primo album prodotto da !7K

Luca D'Alberto ha esordito con "Endless", il suo primo album prodotto da !7K


Oggi nella musica le nicchie sono importantissime. Me lo diceva Linus nel suo ufficio mentre cercava di spiegarmi come fosse difficile per Deejay trovare una nuova identità in un momento in cui la radio – la sua in primis, ma pian piano saranno costrette a farlo anche le altre – ha il bisogno fisiologico di guardarsi intorno e scoprire cose nuove. Non ci si può più permettere di non ascoltare qualcosa a priori e anche un genere antico come la musica classica può dimostrarsi, in realtà, più che moderno. Deejay non comincerà a passare Vivaldi, è chiaro, ma è anche vero che negli ultimi anni certi compositori sembrano aver acquisto una coolness piuttosto inedita. Per dire, Max Richter su Spotify oggi ha sicuramente più ascoltatori di Kelela o di Fka twigs, e per poco non supera Chris Stapleton, il cowboy che ha sbaragliato tutte le chart diventando il nuovo paladino della country.

Allo stesso tempo, però, le sale da concerto fanno fatica, le scuole di musica vengono chiuse un giorno sì e l’altro pure e i conservatori annaspano. Definire lo stato di salute di questo genere nel 2017 non è facile: ne ho discusso con Luca d’Alberto, attualmente uno dei compositori italiani più autorevoli in ambito neoclassico. Di lui vi avevamo già parlato prima dell’estate in occasione dell’anteprima esclusiva di Endless, il suo album uscito per la 7K!, la nuova sub-label che la tedesca K7! ha voluto creare apposta per lui. Dopo un percorso di studi sorprendentemente precoce e di successo, Luca ha rinunciato agli ambienti accademici per aprirsi ad altri tipi di collaborazioni. Ha lavorato con artisti del calibro di Saskia Boddeke, Peter Greenaway, Wim Wenders, con i ballerini del Tanztheater di Pina Bausch e, tra gli ultimi suoi progetti, c’è anche la colonna sonora dell’ultimo film di Costanza Quatriglio, Sembra mio figlio.

«Dobbiamo distinguere la classica dalla neoclassica o, come preferisco chiamarla io, dalla post-classica. All’epoca d’oro della Deutsche Grammophon si organizzavano delle mega registrazioni di brani molto famosi, come la Nona di Beethoven o altri, con cori da trecento persone e tutta l’orchestra al seguito. Dal momento che non potevano guadagnare dalle edizioni – perché nessuno detiene i diritti di uno come Beethoven, di norma decadono 70 anni dopo la morte dell’artista – loro puntavano a vendere dischi e, quando il mercato discografico è crollato, queste realtà si sono trovate in grave difficoltà. Oggi i modelli economici sono cambiati: se la Apple o il torneo di Wimbledon vuole utilizzare le mie musiche mi paga i diritti. Ed è cambiato anche il pubblico: ho fatto concerti sold-out sia a Londra che a Berlino ed era un pubblico giovane, non dico lo stesso di un concerto rock, ma quasi».



Luca sta vivendo uno dei momenti più belli della sua carriera da compositore ma preferisce andarci piano con i facili entusiasmi, perché le volte in cui la classica si è caricata di un hype inaspettato i risultati, poi, sono stati piuttosto goffi. «Non mi piace molto la parola cool» – spiega. «C’è stato un periodo in cui la scena classica ha iniziato a mettersi le giacche rock, vedi Lang Lang, o Cameron Carpenter, l’organista con la cresta che suonava Bach. All’inizio può anche essere visto come un accostamento affascinante ma, alla fine, stai sempre suonando Bach, che è un genio stupendo, ma non cambia nulla se gli metti una giacca diversa, è solo marketing. A mio avviso non è quello il modo per rinnovare la classica. C’è bisogno di nuovi punti di vista da cui guardare il fenomeno: non è un caso che Max Richter sia stato lanciato dalla Fat Cat, che è un’etichetta che si occupa principalmente di indie-rock».

A questo punto, però, forse è meglio fare un passo indietro e chiarire cosa si intende oggi per post-classica e in che modo si differenzia dalla classica tradizionale. «La post-classica è tutta quella musica che utilizza strumenti nobili con l’intento di scrivere qualcosa che non subisca il passare del tempo, che aspiri ad essere eterno». Non si tratta semplicemente di dare slancio alle proprie manie di grandezza, è proprio una questione di strumenti: ce ne sono alcuni che, nonostante abbiano più di trecento anni – ad esempio: il pianoforte – se messi su un disco continueranno a suonare sempre moderni, altri invece – l’elettronica – nell’immediato possono sembrare futuristici ma diventano vecchi in un attimo. «Se prendi un pezzo di Michael Nyman scritto per L’ultima tempesta di Peter Greenaway funziona ancora oggi nonostante sia uscito quasi trent’anni fa, se ascolti i primi Depeche Mode, per quanto fossero all’avanguardia, capisci subito che è musica degli anni ’80. In più nella post-classica c’è un ritorno ad un’emotività, tipica di Chopin, Beethoven, ecc, da cui la cosiddetta classica contemporanea, quella maturata nel secondo dopoguerra, si era allontanata per andare verso una ricerca sulla timbrica e sull’atonalità più figlia di quel periodo».

La musica, così come l’arte, ha sempre avuto bisogno di momenti rottura, ma poi ritrova il suo equilibrio. Per Luca è tutta una questione di oggettività e soggettività, di cui teme gli estremi: «Ai tempi di Picasso la critica aveva distrutto Bouguereau perché continuava rifarsi ai canoni classici. A quasi cinquant’anni dalla sua morte Dalì disse: “mentre tutti quanti noi ci arrabattavamo per trovare una nuova forma di bellezza, la bellezza stava là e la faceva Bouguereau”. L’eccessiva soggettività o l’eccessiva oggettività mi spaventano sempre, in un attimo si può passare dalla completa assenza di creatività al “vale tutto”».

Ma se puntualmente ci si trova costretti a tornare ai canoni classici, perché oggi dovremmo ascoltare Max Richter e non il buon vecchio Freddy Chopin? Che differenza c’è tra i due? «Ai tempi di Chopin capitava spesso che determinate intuizioni melodiche dovessero essere allungate e infarcite da una serie di variazioni sul tema per durare un’intera serata e allietare le corti che avevano commissionato l’opera. Chopin era avanti rispetto agli altri, la sua missione era quella di lottare a mani nude con il suo strumento e, a mio avviso, le sue cose più belle sono proprio quelle scritte per il pianoforte. La sua genialità la si capisce nella capacità di parlare al presente, è uno dei pochi compositori che ti emoziona ancora oggi. Ovviamente stiamo parlando di epoche diverse, ma in alcune opere di Richter io sento una sincerità, un’emotività senza secondi fini, piuttosto simile». Mentre a chi sostiene che la post-classica non sia altro che la versione ammorbidita della classica tradizionale, così piace a tutti e si vende meglio, Luca Risponde: «Spesso la classica tradizionale non ti dà il tempo di assorbire la sua bellezza. Come ti dicevo, puoi individuare dei temi molto belli – mi viene in mente il concerto di Mendelssohn per violino – ma magari non durano più di trenta secondi. La melodia se ne va sempre troppo presto. La post-classica ha imparato dal pop e dal minimalismo e ha capito che la ripetizione di determinate parti aiuta chi ascolta a capirle meglio. La forza del minimalismo è stata proprio quella di permettere delle persone di godere della melodia, di perdersi in essa. Non puoi sempre fuggire via».

Dieci dischi per approcciarsi alla post-classica scelti da Luca d’Alberto:

1. Max Richter – The Blue Notebooks

2. Olafur Arnalds – Living Room Songs

3. Dustin O’Halloran – Piano Solos

4. Nils Frahm – Electric Piano

5. Jóhann Jóhannsson – Englabörn

6. Goldmund – Sometimes

7. Philip Glass – Glassworks

8. Lubomyr Melnyk – Corollaries

9. Joep Beving – Solipsism

10. Hauschka – What If

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