Dall’indie a ‘Mainstream’, Bomba Dischi e la musica italiana nel 2017

Abbiamo incontrato le menti dietro a Calcutta, Giorgio Poi e Pop X. Ci hanno raccontato a che punto è (e dove andrà a finire) la musica del nostro paese
intervista bomba dischi

«Sarà un’intervista gangsta, ti avviso», mi dicono. In realtà il pranzo lo facciamo dalla mitica Signora Rosa, al Mandrione, in mezzo ad anziani che giocano a carte e discutono talmente forte che a malapena riusciamo a parlare. Non proprio una partita a poker come quelle del Libanese, ma il clima è acceso uguale. La conversazione, va da sé, sarà concentrata sulla nostra musica, con relative frecciatine a tutti gli altri addetti ai lavori e alle etichette concorrenti. Perché Bomba Dischi – la label di Calcutta, di Pop X, di Giorgio Poi, di Carl Brave x Franco126 e di molti altri – di successi ne ha collezionati tanti e si è trovata al centro di uno dei momenti più interessanti di sempre per la musica italiana. Perché di colpo i palazzetti hanno iniziato a riempirsi e le views sono schizzate oltre la norma. Che sia solo una bolla momentanea o meno non si sa, certamente è interessante capire dove è nato tutto e che direzione potrà prendere in futuro.

Bomba dischi è una dell’etichette più richieste del momento, immagino sia per i vostri anticipi economici così importanti, no?
Davide: (ride) No, non potremmo permetterceli. Quello che offriamo noi è un lavoro sull’estetica, sul posizionamento, sullo sviluppo e sull’identità di un progetto.
Alessandro: Non si tratta di un semplice lavoro promozionale, da ufficio stampa per intenderci.

Fatemi qualche esempio.
Davide: Ad esempio, qualcuno ci aveva detto che, per piacere di più alle radio, era meglio far produrre i pezzi di Franco126 a qualcun altro e non a Carl Brave. Per noi ovviamente era importante mantenere intatta l’identità del progetto e non abbiamo cambiato nulla. Alla fine Linus li ha passati ugualmente, Nikki li adora, e sono pure andati su Hip Hop Tv. Oppure, prendi Pop X: nei suoi album precedenti non c’erano tutti quei frocio, negro, puttana, mentre in Lesbiantj ha voluto fare cose decisamente più spinte. Invece di frenarlo gli abbiamo dato un budget e abbiamo rispettato la sua identità o, addirittura, l’abbiamo amplificata. A tre mesi dall’uscita del disco c’erano i locali pieni di gente che gridava froci e i cachet dei live hanno avuto un incremento dell’85%. L’operazione, quindi, ha avuto senso sia a livello sociologico, che musicale ed economico.

Siamo d’accordo sul fatto che stiamo vivendo uno dei migliori momenti possibili per la musica italiana?
Davide: Direi di sì. Cinque anni fa i gruppi italiani che venivano definiti “grossi” – Le luci della centrale elettrica, Dente, ecc – erano quelli che arrivavano a fare sold out al Circolo degli Artisti, noi il prossimo dicembre, a poco più di sei mesi dall’uscita di Polaroid, faremo Carl Brave X Franco126 all’Atlantico. Stiamo parlando, quindi, di ameno del doppio della gente.

C’è stato un momento in cui avete pensato “ok, sta succedendo”?
Alessandro: All’uscita di Mainstream di Calcutta avevamo capito che c’era un’attesa particolare. Il video si era messo in moto in maniera rapida e aveva superato il milione di wiews, numeri che nell’indie non si erano mai visti.

E secondo voi perché è successo?
Davide: Adesso il web, il cosiddetto 3.0, è più strutturato e consapevole. I ragazzi sono meno legati ai vecchi media e trovano da soli cosa gli interessa davvero. È tutto più democratico, sia che si tratti di Rovazzi, che di Calcutta. Sono saltati i criteri che ti insegnavano ai scuola: un comunicato stampa oggi non deve più rispondere alle solite tre domande – chi? dove? quando? – per fare comunicazione adesso serve tutt’altro.
Alessandro: Se vuoi puoi vederla come una provocazione, ma di fatto bisogna creare una strategia ad hoc pensata per ogni progetto, proprio perché oggi ogni prodotto culturale è diverso dall’altro.

E la strategia di Calcutta qual è stata?
Davide: La nostra strategia era non avere una strategia. Abbiamo avuto l’intelligenza di capire il suo modo di fare, a partire dal profilo Facebook che si chiamava “Calcutta pagina di” invece che Calcutta, fino ai post con gli errori ortografici. A noi piaceva quel tipo di comunicazione, perché avremmo dovuto cambiarla? Lo stesso discorso vale per gli in-store, te lo vedi Calcutta alla Feltrinelli? No, te lo vedi meglio nei bangla, allora abbiamo presentato il disco nei bangla.
Fabrizio: Era più divertente, ci ha permesso di giocare con il fatto che in quel disco c’erano i pezzoni da cantare a squarciagola anche se non era per nulla un album mainstream.

E poi Radio Deejay ha aperto i rubinetti e ne hanno guadagnato tutti.
Davide: Deejay ha aperto i rubinetti perché noi gli abbiamo dato l’acqua, e per noi intendo quelli “de sto mondo” che per facilità chiameremo indie. La fine dell’estate dei Thegiornalisti è stupenda, come fai a settembre a non mettere un canzone del genere? E non l’hanno nemmeno messa tutti i network, è chiaro. Deejay è stata un pezzo importante del puzzle mediatico ma non il tassello iniziale. Sai qual è stato il momento in cui ho capito che stava partendo tutto? Quando, a novembre di due anni fa, tornavamo a casa dopo un concerto di Calcutta all’Ohibo di Milano. Eravamo in furgone e sentiamo Linus che passa Cosa mi manchi a fare? e noi «Cazzo, ma chi gliel’ha mandata?».

Chi gliel’aveva mandata?
Davide: Non si sa, l’importante è che eravamo sicuri che nessuno di noi l’avesse fatto. Senza aver seguito un iter tradizionale siamo finiti ugualmente su Deejay, quello era un segnale che le cose stavano cambiando.
Fabrizio: Era chiaro che ci avevano scoperti per via del concerto, quel pezzo era uscito a settembre ma loro hanno iniziato a passarlo a partire esattamente dalla mattina dopo.

Va detto che negli ultimi dieci-quindici anni ne abbiamo avuti di gruppi italiani validi e con trovate promozionali geniali, ma non sono bastate ugualmente ad avere così tanta attenzione da parte del pubblico e dei media.
Fabrizio: C’è stata una congiunzione astrale che ha messo insieme più cose, è chiaro.
Davide: A me però dispiace che tutto sembri solo una trovata mediatica, il disco di Calcutta è bellissimo, è molto più bello di tutto il resto. Ovviamente alla gente è piaciuto tutto il pacchetto, quel tipo di diversità aveva appeal e ha colpito, ma ci sono anche pezzi potentissimi che sarebbero usciti in ogni caso, anche se li avessimo arrangiati folk.
Alessandro: Ha scritto canzoni senza tempo.

Quindi Che cosa mi manchi a fare? è la nuova Sapore di sale?
Davide: Avoja.

Ma, attenzione mediatica a parte, i soldi sono arrivati davvero o è ancora presto per dire che la macchina della discografia si sia rimessa in moto?
Davide: Non facciamo così tanti soldi, Sandro. La discografia è finita e non si muove. Oggi sei sostenibile se, come noi, oltre ai dischi curi parte del management, delle edizioni e altre cose ancora. Pezzetto dopo pezzetto, riesci a fare la metà della metà di quello che si faceva ai tempi d’oro.

Dal momento che non si vendono più dischi e dallo streaming arrivano compensi irrisori, oggi da dove guadagna un artista?
Alessandro: Oggi si guadagna dai diritti d’autore, sia dei pezzi tuoi che di quelli che scrivi per altri, dalle royalties digitali e dalla collaborazione con i brand.
Davide: Devi sempre guardare il quadro generale, magari ci sono progetti che sembrano un totale fallimento ma invece sono riusciti a ottenere 100.000 euro in sponsorizzazioni con i brand. L’importante è capire nel tuo business quali sono gli elementi su cui hai più margine. Pop X, ad esempio, guadagna tantissimo dai concerti e dal merchandise.

Con il successo sono arrivati anche gli hater, e J-Ax vi ha pure difeso su Facebook. Il fatto che la gente si incazzi così tanto appena qualcuno diventa famoso dipende dal nostro provincialismo tutto italiano o c’è dell’altro?
Fabrizio: Ce lo siamo il persi il video di J-Ax, sai? A prescindere dal suo parere, quando una cosa ha molta visibilità penso sia normale non piacere a tutti. Gli hater sono pure divertenti, ti aiutano a crescere.
Davide: Non è provincialismo, è l’essere umano che è fatto così. Ognuno si riconosce nel suo in-group e, automaticamente, anche in tutto quello che è diverso da noi. È un meccanismo basilare del nostro cervello, rosicare è normale.

Per avere successo bisogna modificare il proprio suono?
Davide: No, i primi che hanno avuto successo sono proprio stati quelli che hanno fatto cose che gli altri non avrebbero mai fatto. Prendi I Cani, hanno fatto canzoni synth pop quando sembrava folle non avere una chitarra sul palco, idem Calcutta, quando è uscito Mainstream il suo non era certo il suono più bello del mondo ma almeno era personale. Carl Brave non ha niente a che vedere con i nomi che trovi sulla classifica global di Spotify ma sta funzionando molto bene e ha un suono super italiano, anzi è trasteverino. Stesso discorso vale per Liberato che, produttivamente parlando, è una delle cose che mi piace di più al momento.

Voi cosa c’entrate con Liberato?
Davide: Niente.

E chi ha deciso che Calcutta sarebbe salito al suo posto sul palco del MI AMI insieme a Shablo, Priestess e Izi?
Davide: Si sono sentiti tra di loro, dovresti chiederlo a Calcutta.

È difficile avere successo in Italia?
Davide: In questo momento è più facile. Da un punto di vista economico è un mercato con delle barriere all’ingresso basse. Nonostante sia aumentata la complessità e il numero delle proposte, il prezzo del biglietto per partecipare a questo torneo costa meno. Se Battisti negli anni ’70 voleva un suono particolare gli era più difficile capire come ottenerlo, se oggi un pischello di 12 anni vuole sapere come avere una voce alla Justin Bieber, in mezza giornata si scarica i campioni, i plugin e scopre pure dove Justin è andato a lezione di canto. Essendo tutto più semplice, tutto è anche più democratico.

È difficile fare questo lavoro in Italia?
Davide: Credo sia più difficile fare il medico.
Alessandro: Vivere di musica non è così semplice, dai.
Davide: È chiaro che è difficile stare in piedi in questo mondo, ma io credo che sia più difficile fare il medico. Dipende dal mercato in cui ti trovi, prendi la telefonia: ci sono almeno cinque multinazionali ed è il mercato più concorrenziale d’Italia. Immagino che al direttore marketing della Tim gli fumino le palle da quanto debba stare sul pezzo e aggiornarsi sui nuovi modi per fare soldi. Io nella musica di oggi, soprattutto a Milano, non ne vedo così tanti con le palle fumanti. Siamo un mercato in crisi e, come in tutti i mercati simili, ti ci puoi inserire anche senza essere un’eccellenza dell’imprenditoria. Se Bomba Dischi, e non siamo certamente dei mostri, rimane a galla vuol dire che c’è tanta mediocrità in giro.

Le 230.000 persone al concerto Vasco vi stupiscono?
Davide: È un king, è stato il più grande poeta del ‘900 italiano, che te devo dì, una cosa del genere non mi stupisce assolutamente.
Alessandro: Tieni presente che ci sono stati degli anni in cui faceva tour con più stadi in tutta Italia, non è così assurda come cifra.

Quali sono, a vostro avviso, i generi che andranno per la maggiore nei prossimi anni?
Davide: Una volta Ensi mi ha raccontato che, ai suoi tempi, l’unico modo per avere visibilità era vincere qualche battle importante di freestyle. Era necessario essere super tecnici, esercitarsi molto e avere cose intelligenti da dire. A suo avviso oggi per un pischello, prima di lavorare sul flow o sul timbro della voce, tutte cose che può controllare con dei software, è più importante scrivere le melodie catchy o scegliere l’estetica di un video. A prescindere che sia giusto o sbagliato, ci fa capire che, forse, se davvero vogliamo prevedere come sarà la musica del futuro, dobbiamo concentrarci maggiormente sui modi con cui questa verrà fruita. Per ora la chiameremo “consapevolezza della rete”, per questo mi fa ridere Vasco Brondi quando dice “Cantami dei posti dove il wi-fi non arriverà mai”. Se non era per il wi-fi, lui stava ancora a lavorare al bar.

Quindi il rock è davvero finito?
Fabrizio: Sta solo un po’ in crisi.
Davide: Lo dicevano anche ai tempi di Beatles, io non mi preoccuperei.