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Cosmo live: cosa succede quando un clubber vuole fare il cantautore

Cosmotronic è una festa, non un concerto. Ma nonostante la techno e la cassa dritta, vi scenderà una lacrima

Per parlare del concerto di Cosmo, dobbiamo partire dai dischi. Quando è uscito il terzo di Cosmo, Cosmotronic, a gennaio, il suo percorso è diventato immediatamente più chiaro: se con gli inizi, le cover di Battiato, il cantautorato mescolato ai beat del primo album, la malinconia techno del secondo, pazzesco, L’ultima festa, ci eravamo illusi un po’ tutti di aver trovato chi potesse dare un piglio contemporaneo, dance e divertente al songwriting di casa nostra, Cosmotronic ha spinto in un’altra direzione. Ha affossato i generi classici, decidendo di buttarsi a capofitto sulla cassa dritta, ignorando quasi del tutto le regole della composizione “classica” e buttando suggestioni, più che canzoni vere e proprie, su basi durissime (Tristan Zarra, dadaismo compositivo puro).

Tutta questa premessa un po’ ingarbugliata serve a capire cosa è il live di Cosmo. Cosmotronic è una festa sintetica, lunga cinque ore, di cui quasi due vengono occupate dal live vero e proprio. È una sorta di party di compleanno globale che il ragazzo di Ivrea ha organizzato per noi e per se stesso. Quasi in orario, la serata parte con Enea Pascal, della gang di Ivreatronic, il nomignolo con cui Cosmo gira in veste di dj con i suoi amici. Il Fabrique è bello pieno, è un sold-out “vero”, sottolinea qualcuno. E si sente tutto appena sale sul palco il padrone di casa, in giacchetta fluo, presa in prestito dall’archivio delle divise gabber, accompagnato da due percussionisti.

Dopo una solidissima prima parte, un flusso continuo, quasi senza sosta, di tracce, con Bentornato, Le voci, la già citata Tristan Zarra, Quando ho incontrato te, tra le altre, il set cambia. Sorpresa. Via le percussioni via – quasi del tutto – i microfoni, Cosmo ci porta nella parte “Tronic”, con un’infilata di tracce dalla seconda metà dell’ultimo album, quello più scuro e notturno. Il dark side del Cosmo. Qualcuno, a sorpresa i più giovani, sono disorientati: non era programmato di finire nel mezzo di un club alle undici di sera, avevano in mente (di sicuro le tre signorine con la coda che mi saltellavano davanti) di continuare a cantare e abbracciarsi ed emozionarsi. Ma ritorna ad essere tutto ok poco dopo, con la grandissima chiusa finale, che comprende Sei la mia città, Turbo e, ovviamente, L’ultima festa alla fine, in cui Cosmo si butta in uno stage diving da rockstar (secondo stage diving su due concerti al Fabrique in una settimana), gasato e sorridente, dopo aver ringraziato umilmente chiunque gli abbia dato una mano durante questo tour.

Torniamo qualche riga su: emozionarsi. Sulla carta, questo format non dovrebbe far emozionare. Dovrebbe essere una serata (e siamo rimasti fino alla fine, gustandoci un meraviglioso set di Francisco) da ballare fino all’ultimo disco senza troppi pensieri. Invece no. C’è una malinconia, un hangover perenne in quello che Cosmo racconta nei suoi pezzi. Uno spleen contemporaneo, chimico, che fa unire i bassi al rapporto con i genitori, la cassa alle menate di coppia, i ricordi offuscati all’inizio delle storie d’amore. E se vi scende una lacrimuccia mentre ballate la techno, amici, va tutto bene.

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