Chris Cornell ci racconta la sua vera identità solista al concerto di Milano

Abbiamo incontrato la rockstar, ora cantautore ispirato, nel camerino del Teatro Arcimboldi prima del terzo sold out dell'Higher Truth Tour in Italia
Chris Cornell all'Auditorium Parco Della Musica, Roma - Foto di Kimberley Ross

Chris Cornell all'Auditorium Parco Della Musica, Roma - Foto di Kimberley Ross


Seattle, un giorno qualunque del 1985. Chris Cornell, l’uomo con la voce in quattro ottave che ha catalizzato intorno a sé tutto quello che di straordinario è successo da quelle parti (la Sub Pop, i Mother Love Bone del suo amico Andrew Wood, i Temple of the Dog di cui facevano parte tutti i Pearl Jam) prende in mano una chitarra acustica ma non sa cosa fare. Lui è la potenza, l’impatto fisico del volume, è il metal apocalittico. Lui è i Soundgarden. Però ci prova, perché in quel momento a Seattle c’è un fermento pazzesco e tutti ti spingono a sperimentare.
È cominciato così il percorso che ha portato Chris Cornell fino ad Higher Truth, il suo quinto album solista uscito alla fine del 2015, dodici canzoni acustiche essenziali e definitive, perfetto nella sua semplicità. L’album che Chris Cornell doveva fare prima o poi. Perché dietro alla rockstar c’è sempre stato un cantautore.

Chris Cornell racconta Higher Truth nel camerino del Teatro Arcimboldi di Milano prima di salire sul palco per la terza data italiana sold out di un tour che lo porterà in giro per l’Europa (con anche due tappe in Israele) fino al 14 maggio, prima di tornare in America. In camerino gira sua figlia Toni, undici anni, che sorride a tutti indossando una maglietta dei Guns’n’Roses. È nata più o meno quando Chris ha deciso di ripulirsi e di cercare la sua identità solista oltre i Soundgraden.
Lo scorso ottobre, al Beacon Theater di New York, ha commosso tutti invitandola sul palco per cantare con lui Redemption Song.

Il tour solista acustico era un modo per mettersi alla prova dopo l’esperimento di Songbook del 2011, ed è stato un trionfo. Chris Cornell ha trovato la sua dimensione definitiva con una formula essenziale e straordinariamente autentica ed una scaletta che mischia i pezzi di Higher Truth con i Soundgarden (Fell on Black Days, Blow Up the Outside World e Black Hole Sun) Audioslave (I am the Highway, Doesn’t Remind Me) e Temple of the Dog (Hunger Strike e una struggente Say Hello 2 Heaven dedicata: «Sempre e solo ad Andy») e i suoi album solisti (When I’m Down, Can’t Change Me). Tutto ruota intorno alla canzone che l’ha convinto a provare la nuova strada, Rusty Cage: «Ci penso da quando ho sentito per la prima volta la cover di Johnny Cash. Mi sono detto: ma questa canzone l’ho scritta io? E perché non l’ho cantata così?». Si mette l’armonica al collo e scende dal palco in mezzo alle prime file del Teatro Arcimboldi: «Ovviamente questa non è la versione dei Soundgarden, quella di Johnny Cash è l’unica che ha senso adesso» dice al pubblico.

NOME

Cornell tiene il palco da solo con sei chitarre acustiche, l’armonica e il microfono (arrivando in certi momenti alla perfezione di Neil Young, ma al doppio della potenza), accompagnato in alcuni pezzi da Bryan Gibson al violoncello, pianoforte e chitarra: «Non posso avvicinarmi, sono qui per supportare emotivamente Bryan» dice al pubblico delle prime file che gli grida di scendere ancora dal palco, «Anche se avete capito che in realtà è il contrario».
Usa gli effetti e i pedali per raddoppiarsi voce e chitarra in un paio di code psichedeliche alla Led Zeppelin (per esempio in Blow Up the Outside World), per il resto non ha bisogno di niente. Quando lascia uscire quella voce passando senza sforzo da note impossibili ad un registro basso, crudo, tagliente e ipnotico, sembra davvero capace di qualsiasi cosa. Lo dimostrano le cover, pescate a caso in un mare di influenze e trasformate dalla sua potenza: The Times They Are A-Changing di Bob Dylan, Thank You dei Led Zeppelin, Billie Jean di Michael Jackson, Imagine di John Lennon. Nel finale monumentale di A Day in the Life dei Beatles (un altro riferimento a Neil Young, l’unico che si è azzardato a rifarla in passato sul palco di Glastonbury), Cornell fa tutto il crescendo dell’orchestra da solo, attraversando ogni tonalità della sua voce sostenuto dal violoncello di Bryan Gibson. Favoloso.
«Come scelgo lo cover?» mi spiega, «In base a quanto mi diverto a cantarle. Alcune non hanno assolutamente senso per me. Io che faccio un pezzo di Michael Jackson o di Prince? Sembra un’idea assolutamente sbagliata. Invece funziona. Questo insegna a me a tutti gli altri che una grande canzone è semplicemente una grande canzone».

all’inizio nei Soundgarden suonava la batteria perché non pensava di essere un cantante, racconta Chris Cornell


E pensare che all’inizio nei Soundgarden Chris Cornell suonava la batteria perché non pensava di essere un cantante: «Te lo giuro, è andata proprio così» mi racconta.
Poi un giorno durante un concerto a Seattle nel 1984 ha preso in mano il microfono per cantare Red House di Hendrix e ha capito di avere qualcosa in più del resto del mondo. Ma ha aspettato fino ad oggi per mettere la voce al centro di tutto: «Ci ho messo tanto, ma avevo bisogno di trovare la mia vera identità solista» spiega «Ho sempre cercato di evitarla, come se volessi fuggire. Ma sia con i Soundgarden che con gli Audioslave mi è capitato di ritrovarmi con la chitarra acustica in mano. E alla fine ho deciso di scrivere canzoni apposta per questo mio nuovo modo di cantare». Questo non è il tour celebrativo di una carriera, è il momento d’oro nella carriera di Chris Cornell. Che non è più l’eroe strafigo e tormentato di Seattle, ora vive a Miami con la famiglia e si porta i figli e la moglie in tour ma ha trovato la chiave per scrivere e interpretare canzoni che arrivano ovunque in profondità: «Un cantautore per essere vero deve essere ispirato. La mia vita è cambiata ma io sono motivato a farmi ispirare anche dalla malinconia. Non è male», spiega.

A gennaio ha postato una foto: un groviglio di cavi collegati alle macchine e la frase “Back in the Studio”. È pronto a riattaccare la spina con i Soundgarden per un nuovo attesissimo album, che comincerà a registrare dopo aver finito questo tour. Intanto ha dimostrato che non è solo l’uomo in grado di scatenare una tempesta solo avvicinandosi al microfono. Ha provato a guardarsi allo specchio, si è rimesso in gioco e alla fine, oltre l’immagine da semidio del rock, ha trovato un cantautore vero: «Ogni strofa delle mie nuove canzoni supporta quella successiva per costruire un mondo. La cosa bella è che questo suono che ho scoperto di avere dentro da sempre si adatta a quello per cui sono conosciuto dal pubblico. Riduci tutta la mia musica alla voce e alla chitarra e non rimarrà più niente. Quello sono io».

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