Calcutta è la voce della nostra generazione

Uscito a mezzanotte, ‘Pesto’ è il singolo in cui è riassunta l'importanza di un cantautore che, lo si voglia o meno, racconta meglio di chiunque gli anni in cui stiamo vivendo.

Questa notte a mezzanotte è uscito Pesto, il nuovo singolo firmato Calcutta: una ballad morbida, più o meno tradizionale, con cui Edoardo D’Erme da Latina ‘chiude’ un cerchio, un singolo che prende le tonalità intimiste già esibite in passato ma che, allo stesso tempo, fa il punto su quella che è forse la vicenda più rappresentativa con cui poter raccontare lo stato attuale della musica italiana, sia che si voglia ritrarla nel suo volto artistico, compositivo o ‘ideologico’, sia che a esser preso in esame sia il ‘risorgimento’ discografico cui stiamo assistendo negli ultimi anni.

Spesso, parlando di Calcutta, uno degli epiteti più gettonati lo individuava come “la voce dell’indie 2.0”, la voce che ha trascinato alla luce del mainstream il filone musicale esploso da qualche anno a questa parte, quello che ha chiuso in un cassetto sia l’ermetismo viscerale dei mostri sacri – Diaframma, Afterhours, Marlene Kuntz e via dicendo – sia il ‘necessario’ impegno, sociale e politico, di cui l’alternative italiano si era storicamente fatto carico. Guardando meglio Edoardo è più propriamente l’ultimo, e forse definitivo, passo di uno stile cantautorale, di un modo di vivere se stessi con la musica, definibile come ‘la canzone da cameretta’ inaugurata – o meglio, portata sotto i riflettori delle nuove generazioni – da Niccolò Contessa con I Cani.

La musica che non racconta più dell’alienazione cantata al modo degli ultimi epigoni del filone di cui sopra, contemporanei a Contessa – vedi i paesaggi distopici di Brondi, la coscienza sociale de I Ministri o la disillusione dei Baustelle – ma che si assume la responsabilità di riconoscere la lontananza anzitutto generazionale e poi culturale da quel modo di intendere la scrittura. La ‘canzone da cameretta’ racconta anch’essa l’estraniazione dal mondo, ma il mondo qui è osservato attraverso le paturnie dell’insonnia, dove a tenere svegli sono le foto dei nati nell’89 con Reflex digitali, una generazione cresciuta nell’illusione più o meno consapevole che le proprie “velleità” possano disinnescare la paura di un futuro estraneo, spazzato sotto il tappeto per evitare di rimanerne immobilizzati.

La ‘cameretta’ è quella dove si compone su synth digitali scaricati illegalmente, dove gli arrangiamenti si asciugano fino all’essenziale per non impallare la RAM del portatile, dove si canta sottovoce per non svegliare il coinquilino, dove il testo diventa confessione timida, anzitutto davanti a se stessi, lontani da un mondo sempre più distante. E se certamente è vero che la guida di Mainstream è stato Niccolò Contessa, allo stesso tempo Calcutta ha estremizzato questo racconto di una generazione, il racconto di noi nati tra gli ’80 e i ’90 che, volenti o nolenti, di quelle parole possiamo naturalmente vestirci.

Calcutta è infatti andato oltre, liberandosi del racconto in terza persona per gettarsi di pancia in mezzo alle parole attraverso un ‘Io’ generazionale, rappresentazione forse non cercata – o forse si – della solitudine ‘cosmica’ post-social network, dell’‘Io’ cui manca il ‘Noi’, o meglio, a cui il ‘noi’ arriva sterilizzato attraverso uno schermo di un cellulare. A cosa serve la poetica carica di simboli o figure retoriche se devi cantare di chi, esattamente come te, si trova da solo in piena notte, ad ammazzare il sonno con la pizza ordinata alle 3 del mattino, davanti a un film in streaming? “E non mi importa niente di tuo padre/ Ascolta De Gregori/ A me quel tipo di gente no non va proprio giù” risponde Edoardo con Limonata.

Ed ecco che a prendersi la luce fioca è la generazione che non riesce più a stringere legami e che nasconde gli affetti nel sesso (Orgasmo), che annega negli stage non pagati perché il posto fisso fa ancora più paura del precariato (Del Verde) che si vergogna delle proprie debolezze (Cosa mi manchi a fare) o che, come in Pesto, ha talmente paura dei propri sentimenti da rimangiarseli goffamente: “Mi sono innamorato/ mi ero addormentato di te/ mi sono addormentato di te”. Il tutto accompagnato dalle sonorità con cui quella generazione è cresciuta, accompagnata dalle vocali allungate quasi fino a spezzarsi che abbiamo importato dal brit pop, melodie diventate seconda pelle musicale – immaginate la sgolata di Liam Gallagher che canta “E il Frosinone in serie A”, suona bene vero?.

Per questo Calcutta è diventato un fenomeno più “mainstream” di chi lo ha preceduto, perché più ‘catartico’, perché il sing-along su Frosinone diventa quasi ‘ancestrale’, più della festa di Cosmo o del cosmo de I Cani in Aurora, più della nostalgia vendittiana-pezzaliana di Tommaso Paradiso, e soprattuto più di chi, della ricetta Calcutta, ha fatto propri gli ingredienti sperando in non si sa quale reazione chimica.

Pesto è quindi l’esame di maturità della canzone che esce dalla ‘cameretta’ per arrivare all’Arena di Verona, perché è giusto così, che se prima si rimandava tutto al post-sbornia, ma per colpa di Alfredo, ora è Gaetano che abbozza i figli che non avremo mai, o che racconta delle nostre schede bianche, che se la trap “vota boh” noi ci ritroviamo a fare un svastica in centro a Bologna per ammazzare la noia. Pesto è il terrore di legarsi come di rimanere soli, di riconoscere di avere trent’anni ma di non volersi ancora svegliare, almeno per qualche ora ancora.

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