Black Rebel Motorcylce Club, il concerto ‘anfetaminico’ di Milano che aspettavamo

Due ore di show fuori controllo per il ritorno della band statunitense in Italia, tra chitarre acide, ritmi martellanti e puro rock & roll

Foto via Ipa Agency


Il concerto dei Black Rebel Motorcycle Club al Fabrique (ahimè unica data italiana per chi non ha potuto esserci), è stato uno spettacolo incredibile. E si potrebbe chiudere qui con un “arrivederci e a presto” al prossimo appuntamento, pronti a respirare altra musica e nuove vibrazioni. Ma l’eccitazione post concerto è talmente fuori controllo che non si può non chiacchierarne in maniera più articolata e soprattutto di pancia.

Il power trio composto da Peter Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro si presenta sul palco alle 21,30 spaccate come un soffio ultraterreno: prima non c’era nulla, poi da una coltre di fumo (costante della serata) e 4 luci in croce spuntano loro, ognuno al proprio posto senza fronzoli né presentazioni di rito. Parte così Little Thing Gone Wild, traccia estratta dal nuovo album Wrong Creatures in uscita a Gennaio, ed inizia anche il viaggio acido targato BRMC. Per ben 2 ore la band di San Francisco ci guida nei meandri anfetamici del suo personalissimo suono: ipnotico, martellante, marziale, sulfureo senza un minuto di pausa esistenziale. Le tracce vengono dilatate, reimpastate e proposte al pubblico come un bolo caldo, saporito, differente dal solito eppure performante in quello che sarà un set scheletrico, minimale, eccezionale.

Sfilano ben 24 canzoni sul palco divise idealmente in 2 tempi scanditi da un breve intervallo acustico in solo, di Robert e Peter rispettivamente, che immobilizza il tempo e lo spazio permettendoci il primo respiro regolare.

I Black Rebel Motorcycle Club sono davvero una band tosta e, con ogni probabilità, l’unica che senza effetti speciali e visuals riesce ancora a creare un’atmosfera sospesa, a volte delicata come un blues sghembo, a volte lancinante e implacabile come il drummin di Leah Shapiro. Semplicemente non c’è bisogno di trucchi e parrucchi quando si sanno scrivere canzoni che poi suoni con un’intensità fuori dal comune e soprattutto senza paragoni con gli emuli contemporanei.

E proprio all’incedere implacabile della batteria di Leah si aggrappano basso e chitarra in un crescendo che partorisce tutte le “hit” o meglio quel che tutti volevano ascoltare nel pit: Conscience Killer, Love Burns, Beat The Devil’s Tatto, Spread Your Love, Six Barrel Shotgun, 666 Conducer, Shuffle Your Feet e le nuovissime King Of Bones, Carried From The Start e Question Of Faith tra le altre, trascurando però in maniera inspiegabile un buon album come Specter At The Feast.

Il tempo fugge impietoso, il pubblico piuttosto numeroso e composto freme, l’audio è ottimo così come la compagnia, ma c’è ancora tempo per un paio di bis tenuti in caldo per il doveroso saluto finale: ecco allora scivolare via Red Eyes And Tears e finalmente Whatever Happened To My Rock ‘N’ Roll, vera chicca pre natalizia, suonata in una devastante versione psichedelica che ci regala pure lo stage diving di Robert Levon Been a coronamento di un serata in tutto e per tutto indimenticabile.

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