Barezzi Festival: a Parma c’è vita

Michael Kiwanuka, Gonjasufi, Wim Mertens: il festival emiliano appena concluso sta finalmente cominciando a far parlare di sé
Il live di Kiwanuka al Teatro Regio

Il live di Kiwanuka al Teatro Regio


«Vedi, la figata dell’Europa, e dell’Italia in particolare, è che qui avete una cultura che tende a preservare, a valorizzare le cose belle del passato» mi dice Maseo dei De La Soul fuori da una chiesa sconsacrata nel centro di Parma. «Mi rendo conto che anche il mio gruppo ha avuto il suo ruolo nell’hip hop in passato, ma per fortuna qui anche i ragazzini ascoltano roba old school. In America non è più così, purtroppo. Mi tieni questa per favore?» E mi allunga in mano una busta di erba, da cui attinge per fare su in tempo reale un purino grande come un missile V2. Poi lo accende e continua il discorso, finendo inevitabilmente a sprecare bellissime parole su Trump e la sua impeccabile linea politica sulle minoranze etniche negli USA. Dopodiché mi saluta con un sorriso contagioso e sparisce dentro un furgoncino guidato dallo zio di Fabio Cannavaro (fa il driver a Parma) in direzione WOPA, un gigantesco magazzino che nei giorni del Barezzi, dal 14 al 19 novembre, si tramuta in una delle due venue cardine del festival. Una più informale e orientata sull’elettronica mentre l’altra, il sontuoso Teatro Regio, dedicata alla musica più suonata nell’accezione classica, che si parli di band o orchestre—anche se nei primi giorni di festival si sono sfruttati tanti altri spot per ospitare i live di Maria Gadù, Selton e Miles Cooper Seaton.

Prima del mostruoso DJ Set di bombe old school offerte gentilmente da Maseo, quindi, l’appuntamento viene dato a tutti al Regio, dove un Michael Kiwanuka bello in forma sta per attaccare la sua strimpellata. Insieme a lui, voce abissale all’occorrenza dolce o roca, sul palco si presentano due percussioni, una chitarra, un basso e una tastiera. Più ovviamente la chitarra di Kiwanuka, che può diventare solista e unplugged specie sulle ballad così, più passionali. Nel complesso ci troviamo davanti al naso una band solida, in perfetta sintonia e che dà l’idea di aver suonato davanti a parecchia gente in passato. Folk, blues, soul e coppiette che seguono il live abbracciate: ouverture ideale per il seguito al WOPA.

E qui—parliamo sempre della serata di venerdì 17—arriviamo a quello che molto probabilmente è stato l’apice del piccolo festival. La leggenda vuole che prima di essere quello che è oggi, cioè uno stimato artista che caccia disconi per Warp Records, Gonjasufi fosse una specie di homeless che viveva in un van e dava lezioni di yoga per arrotondare. Ecco, non si sa bene se sia vero o meno (l’insegnante di yoga credo proprio di sì), fatto sta che siamo tutti felici che tutto ciò appartenga al passato. Il posto di Sufi è il palco. Solo lì può sfogare anni passati a consumare dischi dub, reggae, techno e psichedelici che in Callus, opera complessa, distorta e distopica ha riassunto come mai aveva fatto prima. Sufi è caotico, i suoi movimenti sono del tutto imprevedibili. Come quando nel bel mezzo di Krishna Punk si stacca la scritta “Artist” dal pass che porta al collo e la regala a una ragazza in prima fila. Dietro di lui e ai suoi deliri vocali, due fedeli scagnozzi sintetizzano pattern di batterie sghembe e pericolose onde a bassa frequenza.

Stessa dinamica per il giorno successivo, con un Wim Mertens che apre la serata al Teatro—esibizione valida che però non regge il confronto col Kiwanuka della sera prima, nemmeno se a sostenere il compositore belga c’è la Filarmonica Toscanini—e il post-serata al WOPA. E bisogna ammettere che, nella penombra e la foschia della giungla di bambù allestita apposta nella sala del palco, quei due scalmanati dei Ninos du Brasil fanno la loro bella figura. Soprattutto per le loro movenze primordiali e per ritmi amazzonici che rimbombano dai tamburi. Chiude Mr. Nightmares on Wax, secondo illustre artista Warp nel giro di due giorni, con un DJ set molto meno houseggiante del solito e più techno oriented. Per la gioia dei clubber presenti.

L’ultimo giorno, con il live decisamente più pacato e adulto di Giorgio Conte (fratello di Paolo), si conclude il Barezzi, nato più di dieci anni fa sotto forma di seratine jazz fra amici e che forse proprio quest’anno ha capito cosa fare da grande: il festival.