10 tracce per capire la musica elettronica, oggi. La guida di Daniele Mana

Abbiamo chiesto al producer torinese una playlist che racconti cos’è oggi per lui la musica elettronica. Ci ha stupito parecchio

Daniele Mana, foto via Bandcamp


Daniele Mana è sicuramente uno dei più interessanti producer elettronici italiani. Dopo Vaghe Stelle – e molti altri progetti – è uscito su Hyperdub con Creature Ep usando solo il suo cognome e mettendoci la faccia. Per capire qual è la sua idea sull’elettronica odierna e sul qui e ora di un genere non certo facile da ingabbiare in trend e definizioni, gli abbiamo chiesto di raccontarci qualche esempio concreto. Siamo partiti da una breve playlist e siamo finiti a parlare di Burial – «negli ultimi dieci anni non credo ci sia stato nessuno che sia riuscito a influenzare la scena elettronica come ha fatto lui» – dei Kraftwerk, dei demoni di Nick Cave, di quelli di Franz Liszt e di come si possa riuscire a rimanere contemporanei, per sempre.

Ti abbiamo chiesto una playlist che rappresenti la tua attuale idea di musica elettronica e tu hai scelto principalmente musica classica. È una provocazione?
(ride) No, più che considerarla una provocazione direi che, molto semplicemente, ho messo quello che per me rappresenta oggi l’elettronica. Sono i miei punti di partenza per arrivare alla musica che compongo.

La tua passione per la classica è piuttosto nota, ce l’hai sempre avuta o ti sei avvicinato a questi ascolti in età più adulta?
Va a periodi, dipende un po’ dal momento o dal tipo di musica che voglio fare. Mi sono riavvicinato alla classica quando ho iniziato a lavorare a Mana, il mio progetto nuovo. Volevo prendere ispirazione da quel tipo di composizione, cercare di trasportarlo nella mia musica o, più in generare, nell’elettronica. Dal momento che non ho studi accademici alle spalle, è stato tutto un fai-da-te. Lo spunto è arrivato ascoltando Consolation No. 3, un brano famosissimo di Liszt.

Perché è stato così importante?
Circa un anno e mezzo fa ho iniziato a sentire il bisogno di far musica più intima e volevo scrivere partiture di musica classica per piano. Consolation nella mia testa rappresentava esattamente quel tipo di intimità e il tipo di melodie che mi servivano. Quello è stato il punto di partenza, poi, magari, questi spunti sono stati traslati e interpretati in modo completamente diverso, però, di fatto, è da lì che sono partito.

Non si può dire che la melodia non sia una parte importante dei tuoi lavori, certo non ti sei mai avvicinato così tanto alla musica romantica che troviamo nella selezione che ci hai proposto.
Da Consolation non ho preso lo spunto per quel romanticismo che dici tu, mi interessava di più lo spazio che si crea attorno ad una melodia o il silenzio che percepisci in un brano del genere. Ti dà una sensazione di intimità, ma anche di onestà, che per me è una cosa fondamentale. A prescindere dal genere in sé o dal tipo di accordi usati, io ci sento molta malinconia.

La malinconia è un’altra costante che ritroviamo spesso nei tuoi brani e un tema ricorrente nelle interviste. Ne vogliamo parlare?
Vado a periodi. C’è stato un momento dove facevo molte riflessioni su come ci si potesse legare agli altri: è proprio la persona a colpirti o l’idea stessa dell’essere innamorato di lei? Credo che, alla fine, siano domande che si pongono un po’ tutti, ma sicuramente sono uno che fa abbastanza fatica ad affezionarsi alle persone.

Da piccolo eri un bambino particolarmente sensibile?
Diciamo che avevo una timidezza quasi cronica. Fino ai venticinque anni sono sempre rimasto per i fatti miei e non parlavo quasi con nessuno. Adesso sono cambiato parecchio, fare molte interviste, o anche solo salire su un palco, mi ha aiutato molto.

Dalla tua playlist mi sarei aspettato qualcosa di decisamente più violento e imponente, che è uno degli aspetti che mi affascina di più della tua musica.
Come ti dicevo, questa playlist rappresenta alcuni spunti – melodici e ritmici – che mi sono stati d’ispirazione per comporre musica. Quell’impetuosità di cui parli, alla Runningman per intenderci, non è altro che la drammaticità che caratterizza un po’ la mia persona. Uso spesso la musica in modo catartico al fine di tirare fuori cose che normalmente non riuscirei a dire. Lì capisci che il dramma fa proprio parte del mio gusto, è qualcosa di innato in me (ride).

Hai scelto suite molto lunghe, mentre nella tua discografia troviamo tracce che raramente superano i tre minuti. Perché?
Non me n’ero accorto, sai? Per me la bellezza di un brano ha poco a che fare con la sua stesura. Quando scrivo prediligo tracce brevi perché mi piace lasciare sempre qualcosa di non detto. Tendo a fare degli edit molto corti o a chiudere i brani in modo improvviso, non andando quasi mai oltre i quattro minuti. Mi piace che l’idea rimanga nell’aria invece che spiegare tutto in modo dettagliato.

L’elettronica è un genere che per sua stessa natura guarda al futuro, ma è anche quello che invecchia con più velocità degli altri. Ti sei mai posto il problema di fare musica che duri in eterno?
Certo, in pratica è la cosa a cui penso ogni mattina quando mi sveglio. Il goal che devo raggiungere è fare musica che duri nel tempo. Prendi Burial, quando nel 2007 è uscito Untrue sono completamente impazzito. Era una cosa talmente nuova, Archangel è un capolavoro assoluto. Sono quegli artisti che verranno ricordati per sempre – magari per sempre no, diciamo a lungo – perché sono riusciti a fare qualcosa di estremamente onesto e personale. Ed è quello che ho cercato di fare anch’io. Nell’elettronica, lo sai meglio di me, ci sono varie mode e trend, così come esistono artisti sui cui all’inizio c’è un hype pazzesco ma che già dimentichiamo dopo un anno. In questo periodo storico la cosa più difficile in assoluto è rimanere contemporanei per sempre.

Ed è per questo che prendi inspirazione dalla classica?
Forse è stata più una cosa inconscia, sai? Più che altro, ho scelto di fare quello che volevo davvero. Mi sentivo in dovere di essere onesto con me stesso. Volevo metterci la faccia, usare il mio vero nome e non più nascondermi dietro a un moniker. Recentemente ho visto i Kraftwerk dal vivo e ho percepito una sincerità incredibile nella loro musica. Nonostante il loro immaginario robotico, quell’attitudine naïve e le melodie pop un po’ cheesy, loro erano sinceri. Ancora oggi sono estremamente onesti, è per questo che possono ancora permettersi di fare tour a settant’anni.

Saprai bene che nella storia della musica il termine “onesto” è stato usato un po’ per tutto, da Schoenberg fino a Bob Dylan. Per te cosa significa?
È semplice: devi fare quello che ti senti senza porti il problema se piacerà o meno. Funzionerà adesso o tra un anno? Oppure è meglio se ripesco cosa funzionava anni fa e lo ripropongo in chiave diversa? Per me è necessario provare a inventare qualcosa di estremamente personale: ognuno ha un proprio gusto sonoro e un proprio modo di comporre, ma molto spesso ci si adegua a dei trend momentanei. A mio avviso l’onestà intellettuale è la cosa più importante, è quella che rimane nel tempo.

Provocatoriamente possiamo dire che in ambito dubstep verrà sicuramente ricordato più Skrillex che Burial.
Io sono estremamente anti-colonialista: non potrò mai essere d’accordo con quell’atteggiamento tipicamente americano di prendere un genere musicale, usarlo, farlo diventare gigante e poi andarsene puntando sul trend successivo. Detto questo, a me Skrillex piace: è un mezzo genio che è riuscito a inventare qualcosa di nuovo, magari dal gusto discutibile, ma gli va riconosciuto del talento. Sicuramente la parola dubstep rimarrà associata a lui, ma solo perché nel mondo molti non sanno nemmeno dell’esistenza di Burial. Per dire, mia madre ha i dischi di Burial in macchina, lo adora, ma è chiaro che è un caso isolato. L’ascoltatore medio predilige tutt’altro. Sono tanti i motivi per cui gli americani riescono a imporsi sulla scena elettronica mondiale: a partire dalla possibilità di viaggiare – loro possono venire in Europa con estrema facilità, non è lo stesso per noi – fino al fatto che, non avendo una loro scena, devono aggredire quella europea se vogliono lavorare. È un discorso lungo e non mi va di generalizzare, ma è chiaro che hanno un rapporto con l’arte diverso da quello che abbiamo noi europei.

Torniamo in Italia allora, nelle descrizioni che mi hai dato insieme alla playlist dici che Wasserklavier di Berio racchiude tutto quello che tu cerchi dalla musica, perché?
Berio è uno dei primi compositori contemporanei che ho iniziato ad ascoltare. L’ho scoperto intorno ai diciannove anni e ne sono rimasto folgorato. Sai, esistono pezzi che ti bucano a metà e Wasserklavier è sicuramente uno di questi. L’ho ascoltato in loop per moltissimo tempo, come tutti gli altri brani della playlist. Sono uno che se si fissa su una traccia ascolta solo quella per settimane.

Mentre di Sebastian Tellier dici che hai voluto metterlo anche se, in fondo, non è così cool.
(ride) Ironizzavo sul fatto che per molti Tellier viene considerato scontato e cheesy, invece per me è estremamente elegante. L’amour et la violence, poi, è davvero incredibile: ha quella progressione lunghissima, una breve parte vocale, e poi quel crescendo bellissimo. È davvero molto vicino alla mia idea di scrittura.

E perché infilarci anche Nick Cave?
Perché se vogliamo parlare di quella drammaticità che ti citavo prima, non puoi non mettere Nick Cave. Prendi canzoni come The Mercy Seat o Stranger Than Kindness, hanno quella strana potenza sonora, quell’intensità particolare che solo lui riesce a trasmetterti con tutti i suoi problemi personali e tutti i suoi demoni. È stato uno di quegli artisti che ho ascoltato tantissimo. L’ho iniziato ad ascoltare a otto anni, grazie a mia sorella.

Sarà per quello che poi non hai parlato con nessuno fino ai venticinque.
Dici che mi ha traumatizzato? (ride)

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