Yoshiki Hayashi: la storia degli X Japan tra suicidi, ossa rotte e David Bowie

Il leader degli della band più importante della storia del Giappone racconta la loro vita in occasione dell'uscita del rockumentario "We Are X"

Yoshiki Hayashi è il leader degli X Japan, la band heavy-simphonic-glam-power giapponese più famosa nel mondo. Ha 52 anni, il volto sospeso in un tempo e in una sessualità indefinita. Ha studiato da pianista classico ma quando suo padre si è suicidato e lui era ancora un ragazzino si è messo a suonare il rock. Batterista pantagruelico come ai tempi del progressive rock, talmente posseduto da essersi slogato vertebre, spaccato tendini, incrinato ossicini. E perciò gira spesso inguainato da sostegni ortopedici. Tutt’ora durante i concerti cade in una specie di trance e sviene alla fine di un assolo. È teatro, ma fino a un certo punto.

Gli X Japan esistono dal 1982, fanno un po più di trent’anni. «A me sembrano tremila», ci dice Yoshiki con un impercettibile sorriso dietro gli occhiali scuri. «Mi sento una specie di vampiro a essere ancora qui». We are X è il rockumentario che racconta la loro lunga storia. In due anni di lavoro il regista Stephen Kijak ha mescolato immagini d’archivio e testimonianze (le storie dei quattro membri della band assieme agli interventi di Gene Simmons, Marylin Manson, del papà dei supereroi Stan Lee) con le riprese della preparazione di un grande concerto al Madison Square Garden nell’ottobre di tre anni fa. Quella era stata la loro definitiva consacrazione americana. Decisamente tardiva, si era lamentato qualcuno. «Il fatto è che all’inizio non parlavamo bene inglese», continua Yoshiki. «Più che una discriminazione era colpa nostra». Poi riflette: «Qualcuno dice che l’est e l’ovest sono divisi da una guerra invisibile e forse è vero, ma se una guerra del genere esiste penso che stia diventando sempre più insignificante».

Gli X Japan sono rock’n’roll globale, nella sua versione più teatrale, fumettara, sinfonica. Sono i Pooh e gli Europe. I New York Dolls e Kiss. Sono fatti della stessa materia dei manga e dei supereroi giapponesi, di Mazinga Z e di Akira, e questa roba è a sua volta nel Dna di parecchie generazioni di ragazzi occidentali oltre che orientali. Hanno la facce dipinte di bianco, i capelli colorati sparati in alto. Sono i protagonisti di un musical involontario, che coincide con la vita di milioni di fans in tutto il mondo. «Se cresci in Giappone guardi i cartoni animati, non c’è scampo», commenta Yoshiki. «Noi siamo parte della cultura della animazione, e questo mi piace. Le nostre sono anche le facce bianche del teatro kabuki. Ma ci sono anche i Kiss e David Bowie, l’influenza del punk rock più che del glam».

Nel documentario compare a un certo punto una bella foto di Yoshiki e David Bowie, in bianco e nero tanti anni fa. «Quel giorno parlavamo della confusione che si crea tra la vita sulla scena e quella fuori scena», ricorda Yoshiki. «Chiedevo a lui dei consigli. Ho sempre amato Bowie per la sua capacità di cambiare, di trasformare un genere in un altro. E’ uno che non ha avuto mai paura di sperimentare». Aggiunge: «Io vengo dalla musica classica. Quando sono entrato nel mondo del rock ho trovato tanti generi diversi: hard rock, heavy metal, glam bla bla bla. Sono divisioni che non ho mai amato. Ho sempre pensato che il rock’n’roll ha a che fare con l’essere liberi, il mescolare tutto con tutto».

Gli X Japan sono nati a Tateyama, Chiba nel 1982. Chiba è la zona dove William Gibson ambientò il primo romanzo cyberpunk Neuromancer nel 1984. Nascono dall’incontro tra Yoshiki e il cantante Toshimishu Deyana, ancora al liceo. Il gruppo si scioglie una prima volta nel 1997, quando Toshi cade sotto l’influenza di una setta e subisce un “lavaggio del cervello” secondo quel che apprendiamo (non molto in realtà) dal documentario. Nel 1998 il chitarrista Hide si suicida, gettando decine di migliaia di fan nello sconforto, ispirando altri tre suicidi per emulazione e un funerale in diretta tv. La band si rimette a suonare dal vivo nel 2007. Yoshiki combatte con guai fisici, sostegni ortopedici e dottori. Una specie di cyborg. Ma non si arrende. «Una volta a un dibattito tv mi hanno chiesto di dire che l’headbanging è dannoso per i ragazzi. Io ho sofferto di una fortissima slogatura per questo», ricorda. «Mi sono rifiutato. Non penso che avere un qualche genere di influenza sui ragazzi voglia dire smettere di fare pazzie. Una parte di me è sempre quella di un ragazzo che suona rock’n’roll e non ha paura di fare pazzie».

La risposta alla conversazione con Bowie è che con gli X Japan non c’è un on stage e un off stage. Il che regala loro alla storia un andamento narrativo non troppo comune nel rock’n’roll, dove tutte le biografie spesso si assomigliano. «Sono 10 anni che lavoriamo a questo film», conclude Yoshiki. «È vero, la nostra è una storia potente e bellissima. Al tempo stesso è molto doloroso riaprire le porte del passato. La morte di mio padre, la morte di Hiro, il lavaggo del cervello al quale era stato sottoposto Tohi… non avevo toccato questo argomenti per tanto tempo ma ho pensato che parlarne avrebbe potuto salvare la vita di qualcuno. È questa la ragione del film: affrontare questi fatti, le cose che sono successe, perchè qualcuno ne possa trarre ispirazione a resistere e andare avanti nella sua vita».

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