Timberland lo porta a 40 metri e Marracash si prende la città

Abbiamo incontrato il 'King del Rap' pochi istanti prima della sua performance nel cielo di Milano. L'intervista

Cosa succede se prendi il King del Rap e lo porti a 40 metri d’altezza, su un trono fatto da un palco sospeso a cantare sopra Milano? Facile, che Marracash si prende la città. È quello che è successo ieri sera allo Scalo di Porta Genova, rinnovatissimo punto di incontro polifunzionale, che la città sta ricominciando ad amare. E Marracash, che delle zone sud di Milano se ne intende parecchio, ha proposto una serie di hit storiche e più recenti. Il merito dell’allestimento inedito va a Timberland, che ha scelto Marra come ospite di una serata regalata alla città, in occasione del lancio della nuova sneaker Flyroam.

«Per noi, per il nostro pubblico e per Marracash è stata una notte indimenticabile. È stata un’occasione per affermare la nostra presenza e proporci a un pubblico più giovane, che oggi vogliamo avvicinare a tutte le proposte di Timberland», a parlare è Giorgio D’Aprile, Marketing Director Timberland Europe, Middle East and Africa. «Timberland è un brand fondato sull’autenticità ed è stato fondamentale per noi avere un personaggio così coinvolto e coinvolgente». Pochi minuti prima che iniziasse a volteggiare nell’aria, abbiamo parlato con Marracash riguardo la sua collaborazione, il suo stile e i suoi progetti in corso.

Questa sera sarai sopra Milano. Qual è il tuo rapporto con la città?
È in continua evoluzione, ultimamente, data la fama, che per me è un gran dito al culo, la vivo come una grande prigione. Casa mia è la mia cella e Milano la mia prigione. Cerco di vivere molto all’estero per questo. Ma trovo che Milano si sforzi di essere una città europea e in questo momento storico non sia neanche così male.

Cosa rappresenta per te l’altezza?
C’è una canzone sull’altezza che adoro, che si chiama Gli angeli di Vasco Rossi dove dice di vedere tutte le cose piccole. È bello stare lì, sei troppo in alto anche per sentire la sofferenza della gente. È un punto di vista privilegiato.

Sono sempre più frequenti queste sinergie, tra moda e rap. Che ne pensi?
Non sono ancora abbastanza. All’estero c’è molta più commistione tra mondo dello spettacolo e la moda, cosa che qui sono due mondi molto separati: le nostre star tendono ad essere mal vestite e poco presentabili, in generale. E non so perché visto che siamo un Paese altamente conosciuto per la moda. È più forte all’estero questo legame, con le star che passano dal gossip al red carpet, una cosa che qui non esiste molto. Sono magari, appunto, più i personaggi del gossip ad usufruire di questa partnership. Credo che il rap sia parte rappresentante della street culture e che quindi sia di ispirazione per tanti brand, di tutti i tipi. Vorrei che questo legame fosse ancora più forte. A un rapper viene naturale, il look fa parte del nostro modo di esprimerci. Poi Timberland è un brand importante per il mondo della cultura urban, ha rappresentato tanto per me quando ero più giovane.

Tanta gente dice che il mondo del rap dovrebbe prendere le distanze da quello che è patinato…
Sono d’accordo. Quando diventa consumismo e basta è molto stupido: uno compra una limited edition, si fa la foto e poi lo butta via. Ma anche un prete si veste da prete per fare messa. Se tu utilizzi il tuo look per la tua personalità allora non c’è problema. Lo stile e la personalità sono sempre andati di pari passo, non importa che tu metta delle cose glamour, l’importante è la personalità.

Cosa stai facendo ora? Dopo Santeria, Gué ha già inciso un altro album…
Sto scrivendo, ho da sempre degli altri tempi rispetto a lui. Voglio fare un disco che sia mio, che sia una continuazione di Status più che di Santeria. Scrivere per me è un processo doloroso, ci metto sempre tanto del mio, tanto personale. C’è chi scrive un disco all’anno. Io non ce la faccio. Vorrei ma non è possibile.

È un momento in cui il rap finisce sempre in classifica, anche grazie ai nuovi calcoli che includono gli streaming…
È una rivoluzione, assolutamente. Gli streaming hanno cambiato il game della musica, gli artisti più di nicchia sono diventati big, i big che contavano sui media tradizionali sono finiti più in basso. C’è un po’ più di equilibrio, è corretto. Prima c’era un riscontro reale del rap molto superiore a quello che apparentemente veniva fuori dalle radio o dalle classifiche. Ora le carte sono rimescolate e il cambiamento è sotto gli occhi di tutti. Bisogna capire che peso avranno ancora le radio, cosa succederà… È tutto molto liquido, si è passati dalla vendita degli mp3 allo streaming, dal mio ultimo album solista è cambiato tutto.

Oltre al rap? Cosa ascolti?
Io sono un ex rocker, vengo dalla scena grunge, quasi metal, ascoltavo Nirvana e Rage against the machine. Adesso ascolto quasi solo musica urban. Un nome diverso? Mi piace Lorde, ha una bellissima scrittura.

Che cosa ti auguri ancora a livello personale? C’è qualcosa che ti manca?
Io tendo ad essere sempre insoddisfatto, soffro anche di depressione, non mi vergogno a dirlo. Mi porterò sempre in giro questi pesi e il lavoro o il successo non colmeranno mai questo buco. Sono in un momento di crescita personale che riguarda anche questo, sto cercando di stare meglio nella vita, al di là del mio lavoro. Vivo in modo molto particolare quella che faccio, mi isolo e mi scollo dalla realtà. È molto facile vivere se sei completamente a tuo agio nella vita mondana, altrimenti è un limite e basta, non vivi i benefici. Non ho ancora trovato un equilibrio ma mi auguro prima o poi di trovare un modo di farlo.

Altre notizie su: