Tame Impala: «Il fine ultimo della nostra musica è alterare la percezione di chi ascolta»

È uscito "Currents", che si addentra in zone ancora inesplorate dalla band australiana nata dal genio di Kevin Parker. Leggi la nostra intervista
Kevin Parker è il nome dietro al progetto Tame Impala

Kevin Parker è il nome dietro al progetto Tame Impala


In una manciata di anni, il progetto solista di Kevin Parker, Tame Impala, si è espanso smisuratamente fino a diventare una band psych rock colossale. Album come il debutto del 2010 Innerspeaker e il seguito del 2012 Lonerism non solo hanno ispirato una rinascita del rock psichedelico made in Australia, ma hanno assicurato a Parker illustri collaborazioni. Tra cui i Flaming Lips e Kendrick Lamar (che ha pure remixato Feels Like We Only Go Backwards).

Nell’ultimo anno e mezzo, Parker ha lavorato sodo su Currents (che esce oggi, 17 luglio), con cui spera di poter ampliare notevolmente i parametri della band. «Il mio obbiettivo non è fare musica psichedelica», ci racconta. «Non è il modus operandi dei Tame Impala. Quel che mi interessa è fare musica che susciti emozioni.» Lo abbiamo incontrato di recente, reduce di una data che gli ha provocato un tremendo jetlag (e anche un hangover).

La copertina di Currents mostra un’immagine accattivante disegnata da Robert Beatty. Ha a che fare con l’idea dietro all’album?
Avevo questa idea, da portare assolutamente alla luce. È basata sul diagramma scientifico dell’ala di un aereo e il flusso d’aria attorno. L’aria immediatamente davanti all’ala è calma e indisturbata. Ma quando l’ala fende lo spazio, la quiete dell’aria si interrompe, contorcendosi e subendo un disturbo caotico. Quiete contro turbolenza. Mentre le ultime due copertine, entrambe fotografie, si basavano sull’idea di prendere un elemento naturale e sputtanarlo con qualche effetto grafico.

Cosa che fai normalmente con i suoni, comprimendo chitarre fino a farle sembrare synth e batterie vere fino a ridurle al suono di una drum machine. Hai affrontato qualche nuova sfida nella realizzazione di Currents?
Ogni mia azione è il risultato di una combinazione variabile di sfide personali e intuizioni. Creare musica è qualcosa di spirituale. Non sono un tipo spirituale, ma per me la musica è sacra. Mi spingo sempre oltre, sperimentando e cercando nuovi spunti. Un conto è amare tutti i generi musicali e un altro è unirli in maniera coerente e soprattutto fluida.

Nel singolo Let It Happen c’è questo glitch. Una specie di suono ripetitivo, come se il CD saltasse, che però alla fine scandisce il ritmo della traccia. Era intenzionale?
L’avevo già fatto in Feels Like We Only Go Backwards, è la medesima cosa. Che adoro, peraltro. Tornando al discorso copertine, è lo stesso concetto di dominio naturale completamente sputtanato da un trucco digitale, che si prende gioco della mente. In questo caso, il trucco è la ripetizione sintetica in Let It Happen. Con me funziona, mi stimola l’udito. Ci sono così tanti modi per manipolare il suono ormai, ma quest’idea del CD che salta mi attraeva particolarmente. Mi divertiva l’idea che qualcuno, ascoltando la traccia dall’autoradio, sicuramente avrà pensato che il CD fosse danneggiato o la radio da cambiare. Questo molte volte è lo spirito con cui compongo.

Se ci pensi, con un CD che salta è ormai un concetto arcaico. Non potrebbe mai succedere con gli MP3 o lo streaming.
Il fine ultimo della mia musica è alterare la percezione di chi ascolta, mettere tutto sottosopra. La psichedelia per me è sempre stata qualsiasi cosa che riesca a stordirti stando soltanto in piedi. Tutte le etichette e cliché annessi e connessi sono propedeutici soltanto a entusiasmare la gente. Anche solo per un istante.

L’album in sé è molto dinamico. C’è un brano, Disciples, che ricorda molto la musica di Ariel Pink.
Il brano si ispira alle radio AM anni Settanta. È un pezzo uptempo, veloce, totalmente diverso dal resto dell’album. Non avevo preconcetti di cosa potesse essere Tame Impala e cosa no. Mi sono fidato dell’istinto. Uno dei miei motti per Currents era “da’ alla traccia ciò che si merita”. Come potrebbe spiccare il volo questo brano? Se mi potesse parlare e comunicare ciò di cui necessita, cosa potrei darle? Ho cercato di non farmi condizionare da preconcetti o logica.

In passato, molti singoli dei Tame Impala sono stati remixati da producer come Erol Alkan o The Field. Sei un grande fan della dance?
Non ne ascolto molta, però sono sempre stato fan dei Field, Caribou e i Chemical Brothers. C’è una grossa fetta di musica dance che mi intriga profondamente. Leggevo molto sulla Goa trance quando eravamo totalmente immersi nel rock psichedelico. Questo ci ha aiutato nelle jam session e nel far equalcosa di più prolungato, che non fosse la solita canzone da tre minuti con strofa-ritornello-strofa. Leggevo dei primi rave in spiaggia nell’India del sud e i parallelismi con il psych rock erano davvero tanti. A nessuno fregava un cazzo di chi ci fosse sul palco, il DJ era soltanto un fattorino della buona musica. La cosa andava avanti per ore. Nessuno si focalizzava…oddio…ho un dopo sbronza terribile.

Ogni tanto ti dai alla dance con il tuo progetto AAA Aadvark Getdown Services. Sta influenzando anche i Tame Impala?
È qualcosa che è semplicemente emerso, un progetto parallelo che fa da valvola dello sputo dei Tame Impala. Come nella tromba, apri la valvola e tutto lo sputo esce fuori, devi farlo colare fuori. Il disco-funk è la materia con cui è fatta la saliva dei Tame Impala. Mi piace un macello, ma devo stare attento a non lasciare che prenda il sopravvento sui Tame Impala. Per questo ho bisogno di AAA Aadvark Getdown Services. Essendo cresciuto negli anni Novanta, ho sempre subito la separazione netta fra dance e rock. Due campi separati, o eri da una parte o dall’altra. Ma se ci pensi bene sono molto simili.