«Siamo sempre noi, anche 20 anni dopo»: il ritorno degli Slowdive

Appena passati da Milano per Unaltrofestival, la band shoegaze parla del ritorno sulle scene a 20 anni di distanza
slowdive band

Gli Slowdive sono stati tra i ritorni più a fuoco del 2017. Il loro disco omonimo, uscito a maggio, è stato applaudito dalla critica: non era facile riprendere in mano gli strumenti e scrivere canzoni nuove dopo oltre 20 anni, ma la band di Neil Halstead e Rachel Goswell è riuscita a rituffarsi nel mondo dello shoegaze con incredibile facilità. Riproponendo il loro marchio di fabbrica, come se il tempo si fosse fermato.

Abbiamo raggiunto Neil Halstead per farci raccontare come sono andate le cose.

Bentornati, intanto.
Grazie!

Ero un po’ troppo giovane ai vostri inizi per ascoltarvi, ma appena ho potuto ho recuperato e vi ho apprezzato molto…
Sì, anche noi forse lo eravamo! (Ride) Era giusto avere una seconda possibilità.

Come vi sentite a riprendere in mano gli strumenti?
Penso sia diverso. Abbiamo riformato la band nel 2014, sapevamo che avremmo suonato nei concerti, che la gente avrebbe voluto sentire i vecchi pezzi. Avevamo già in mente di fare un disco ma sapevamo che per un anno o due le cose sarebbero andate così. È passato qualche tempo, ci sentiamo una band nuova: sappiamo che ci siamo presi ill nostro tempo, ma abbiamo delle canzoni nuove, ed era 20 anni che non succedeva. La gente che viene ai nostri live non le conosce ancora: spiazzarli ci piace molto. Anzi, siamo anche più contenti di suonare quelle nuove rispetto ai classici.

C’è un commento sotto un vostro nuovo video che dice “Il 1993 e il 2017 hanno avuto un figlio”. Quanto c’è di mamma e quanto di papà?
È difficile dirlo! Quando abbiamo iniziato a registrare questo album, ci aspettavamo un suono diverso, ma alla fine quando abbiamo iniziato a suonare eravamo sulla linea dei vecchi Slowdive. Avevamo bisogno di fare un disco che fosse un po’ come noi. Non potevamo far aspettare la gente per anni e poi fare un album totalmente bizzarro, sperimentale. Quindi forse a livello di subconscio, abbiamo fatto un disco che è più 1993 rispetto a quello che ci saremmo aspettati. Sono gli Slowdive che tutti conoscono e magari possiamo fare qualcosa di nuovo per il prossimo.

Cosa è successo in questi 20 anni…
Personalmente, ho praticamente mollato la musica, non producevo, restavo sempre un appassionato ovviamente, ma ho cercato una lavoro serio. Sono stato in contatto molto con Christian (Savill, nda), lui sì. Siamo tutti cresciuti: abbiamo famiglie, bambini, abbiamo delle case. Dobbiamo pagare le bollette e per noi è stato noioso dover fare qualcosa di diverso. Siamo fortunati avere una seconda occasione, tante band suonano senza avere la possibilità di farlo davanti a un pubblico vero. I fan non hanno abbastanza occasioni di vederli, e poi spariscono…

Invece voi avete anche raddoppiato…
Infatti! Ci ha permesso di lavorare senza pressioni, nel tour ci stiamo divertendo molto.

Certi suoni, come lo shogaze, in qualche modo, sono stati uccidi dalla musica dei secondi ’90, dal Brit pop all’elettronica… Oggi cos’è cambiato?
Penso che sia cambiato il modo di accesso alla musica. In quegli anni stavi seduto lì, la stampa ti diceva cosa ascoltare e cosa no. Siamo una band di nicchia alla fine, ma oggi non importa più! La musica è così accessibile che puoi avere un tuo pubblico, anche importante, senza dover finire sulle copertine.