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Robert Plant: «Il rock è vivo e cambia di continuo»

Tornato a vivere in Galles con il suo cane, l'ex voce dei Led Zeppelin parla del nuovo disco e dell'emozione del primo tour senza la sua band

«Aspetta un minuto, il cucciolo sta scappando». Mentre lo dice, Robert Plant mette giù il telefono, nella sua casa al confine con il Galles. Dopo una vacanza in Marocco, appare ansioso, e allo stesso tempo pronto per la pubblicazione del suo nuovo album, Carry Fire. Lo ha registrato con un gruppo di musicisti chiamato Sensational Space Shifters, molti dei quali hanno lavorato con lui già nel 2002, e sono tornati ad accompagnarlo nel 2014, dopo il progetto con Alison Krauss e la Band of Joy, e, ovviamente, l’irripetibile reunion dei Led Zeppelin del 2007. Assieme a una crew di artisti della scena world music, la band mischia musiche della tradizione mediorientale, americana e celtica. «È un’idea pazza e selvaggia», dice Plant, 69 anni, che pianifica un tour mondiale con gli Space Shifters nel 2018. «Abbiamo un orientamento comune, al di là dei progetti dei singoli. Siamo una specie di fratellanza».

Molti dei tuoi coevi degli anni ‘60 sono ancora in giro, ma la maggior parte di loro non fa più nuovi album con regolarità.
Chiunque abbia fatto della musica la sua vita, vuole andare avanti. Ma come lo fai? Si tratta solo di riempire una valigia e partire o è una questione di creatività, il tentativo di dare qualcosa di nuovo alla gente? Questo è il motivo per cui io insisto. Dopo che abbiamo perso John Bonham, nel 1980, ho aspettato due album prima del tour, e, quando l’ho fatto, non ho suonato nulla degli Zeppelin.

Che sensazione ti dà il primo tour senza la tua vecchia band?
È come se il mio mondo fosse collassato. Ma cosa accade se non ti metti in gioco? È ciò che ho fatto in questi anni, così ho mantenuto interesse e passione verso ciò che faccio.

Una nuova canzona ripete “un muro e non un recinto”, una citazione da Donald Trump.
Quando lo ha detto per la prima volta ho pensato: “Dove l’ho già sentita?”. Dal primo uomo delle caverne alla Grande Muraglia cinese, molta gente con una certa nevrosi ha detto “Costruisco un muro”. È solo l’ultimo della lista.

Come lo vedi?
Sono arrivato al punto che non posso più guardare. I media hanno allestito un banchetto di lusso. Mi sono autoconvinto che le cose si metteranno sui giusti binari col tempo. Accadrà. Non ci penso e mi concentro sui libri.

Il primo tour senza la mia band mi ha fatto sentire come se il mio mondo fosse collassato

Hai vissuto a Austin prima di tornare in Gran Bretagna, tre anni fa. Come te la sei passata in Texas?
Meravigliosamente. La comunità mi ha adottato, avevo a che fare con grandi musicisti e ho fatto tanti concerti. Con Patty Griffin ho creato una band chiamata Crown Vic. Ho comprato una vecchia auto della polizia e abbiamo guidato fino a un festival a Marfa, ascoltando solo bella musica. Forse ero un po’ troppo vecchio per trasferirmi: è stato con il cuore pesante che sono tornato in Galles. L’ho vissuta come una grave sconfitta.

E allora perché sei partito?
Mi mancava la mia famiglia, ed ero in cerca di pace. Mi mancavano le montagne e la nebbia, quel clima umido da cui di solito la gente scappa, e che io amo.

Com’è la tua vita in Galles?
Ho amici fantastici e un cane buonissimo. Gioco a tennis e a calcio tutti i mercoledì alle 7 di sera. Gioco finchè qualcuno mi dice “Vai in porta, sembra che tu stia per morire”. Poi accorrono con un defibrillatore.

Lo scorso anno hai passato due settimane a battagliare con i tuoi ex compagni di band per i diritti di Starway to Heaven. È come ai vecchi tempi?
(Ride). Quello che un tempo era un appuntamento fisso oggi è una tazza di caffè, al più. Che poi è ciò che è diventato, una tazza di caffè ogni tanto, nulla di intimo.

Manca poco al decimo anniversario del vostro Celebration Day. Che ricordi hai di quella notte?
È stato magnifico. Abbiamo segnato un fuoricampo, ma eravamo spaventati dalla gigantesca attesa. La nostra performance è stata essenziale, avremmo potuto rendere il suono in maniera più efficace, figo. Alcune di queste terribili reunion musicali hanno così poca qualità.

Gene Simmons sostiene che il rock sia morto.
Non ho la più pallida idea di dove il rock inizi e finisca. Parte con Link Wray? O con Rocket 88 di Jackie Brenston? Penso che il rock sia vivo, solo cambia di continuo.

Molte rockstar hanno scritto una biografia. Lo farai anche tu?
Quello che passa tra le mie orecchie non ha prezzo. Talvolta è spaventoso, ma il più delle volte mi diverte. Ci sono state un po’ di avventure, alti e bassi. Ma me le tengo per me.

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