Punk prima di te (ma con calma): intervista ai Green Day

Dopo la pausa più lunga della loro carriera e qualche crisi (superata), i Green Day sono tornati quelli dei vecchi tempi. In più oggi hanno un sacco di nuovi fan
I Green Day sulla cover di Rolling Stone di ottobre 2016, foto di Mark Seliger

I Green Day sulla cover di Rolling Stone di ottobre 2016, foto di Mark Seliger


Fino a non molto tempo fa, prima di spingere la sua band a registrare tre dischi contemporaneamente ed entrare in riabilitazione, e prima che l’investitura nella Hall of Fame gli lasciasse poco da dimostrare, Billie Joe Armstrong seguiva per i Green Day delle regole ferree. La più importante: ciascun album e tour dovevano condurre al lavoro successivo. Paragonando la sua band a una macchina sportiva d’epoca, Armstrong diceva: «Devi tenerle sempre in movimento, altrimenti si arrugginiscono».

I Green Day provavano sei volte la settimana, come una garage band al primo concerto. «Era ridicolo», dice il bassista Mike Dirnt, «e grandioso. Siamo andati a testa bassa per vent’anni, senza mai guardarci attorno».

Tutto doveva essere sempre più ambizioso. Con American Idiot del 2004 hanno registrato uno degli album rock più coerenti di un secolo avido di chitarre, e quello che era un irriverente trio di scoppiati working-class – Armstrong, l’amico d’infanzia Dirnt, il batterista Tré Cool – suonava con le facce truccate dentro stadi immensi. Poi si sono lanciati in un seguito ancora più audace, 21st Century Breakdown del 2009, carico di pezzi forti, ma troppo serio e pomposo. «Tutto è diventato così apocalittico», dice Armstrong, «non eravamo più dei cazzoni, cioè i Green Day che mi erano sempre piaciuti».

Nel 2012, Armstrong, a intermittenza forte bevitore, aveva perso del tutto il controllo, nonché gran parte della sua visione. Anche mentre scriveva e registrava compulsivamente canzoni per i quasi simultanei e sfortunati ¡Uno!, ¡Dos! e ¡Tré! («un’impresa inesorabile, esagerata»), mischiava pillole e alcol, «al punto che ogni volta mi sorprendevo di svegliarmi al mattino», dice. E, sebbene sposato e con due figli adolescenti, la sua mente era così «fusa» che l’idea della morte non lo infastidiva affatto: «Ero diventato davvero egoista».


Ascolta Revolution Radio, il nuovo album dei Green Day

Adesso non beve da quattro anni e sta cercando di abbandonare anche le peggiori abitudini lavorative. I Green Day hanno appena terminato Revolution Radio, il loro primo album dopo quattro anni, in uscita il 7 ottobre. Fresco della pausa più lunga in 28 anni di carriera, Armstrong non vede più la band come un’auto delicata che potrebbe rompersi dopo un paio di giorni in garage. «È un’idea sbagliata», dice, e lo ripete due volte, piegandosi quasi dalle risate sulla lussuosa poltrona grigia nel nuovissimo studio di Oakland. «L’ho imparato con la pratica. L’entusiasmo fine a se stesso non funziona. Non bisogna cercare di superarsi continuamente. Dovevamo perdere quell’abitudine, perché non eravamo più noi stessi. . .  Essere nei Green Day mi aveva sfinito. Dovevamo fermarci».

Per la prima volta in oltre 15 anni, i Green Day hanno fatto un disco che è soltanto un disco: 12 canzoni, nessun trucco. «Eravamo io, Billie e Tré che ci stimolavamo a vicenda», dice Dirnt, «proprio come quando provavamo per Kerplunk (il secondo disco, del 1992, ndr), senza stare a pensarci troppo». La band lo vede come un ritorno alle origini, il suo All That You Can’t Leave Behind, il riavvio del 2000 degli U2. «A un certo punto», aggiunge Armstrong, «ci siamo chiesti: “Cosa dovremmo essere oggi?”». E la risposta è stata: «Siamo i Green Day. I Green Day sono una figata!».

Armstrong toccò il fondo il 21 settembre 2012, quando salì ubriaco fradicio sul palco dell’iHeartRadio festival, la settimana di uscita di ¡Uno!. Al segnale che lo slot dedicato alla band stava terminando, uscì di testa; e la sua reazione farneticante verso il pubblico sarebbe stata anche divertente, se lui non fosse stato ridotto com’era. «Affanculo questa merda!», ringhiò. «Suono dal millenovecento-fottuto-ottant’otto, e mi lasciate un cazzo di minuto? Non sono un fottuto Justin Bieber, teste di cazzo. State scherzando?». Quindi spaccò la sua chitarra e Dirnt, in solidarietà, il basso.

A parte lo stato pietoso di Armstrong, gli altri membri del gruppo concordano che in primo luogo non avrebbero dovuto partecipare a un festival pop. «Una volta punk, sei sempre un punk, punto e basta», dice Armstrong. È vestito come il papà rock che è: jeans neri, Converse nere, elegante cravatta a pois con nodo largo e un cardigan marrone che stona un po’. La barbetta sale e pepe rende il suo nido di capelli neri brillantinati e gli storti incisivi scheggiati incoerentemente giovanili. Appare sempre un po’ agitato, come se avesse paura di essere beccato a marinare la scuola. «Ma la colpa di tutto», aggiunge, «è soltanto nostra. Avevamo la possibilità di rifiutarci». E poi: «Onestamente, amico, non ricordo nulla di quello che è uscito dalla mia bocca».

Dirnt condivideva in pieno con lo sfogo in pubblico di Armstrong. «Quello che non potevo accettare», dice il bassista, «era lo stato di avvilimento del mio amico. Aveva esagerato, e ancora non se ne rendeva conto. Il punto era: “Siamo allo sbando. Ammettilo. In questo momento non possiamo suonare con te. Devi riprenderti”». Armstrong entrò in riabilitazione, e intanto Dirnt gli inviava lettere d’incoraggiamento cariche di schietto realismo. «Se ce la facciamo e torniamo insieme», gli scriveva, «diventeremo più forti che mai. Altrimenti faremo altro».

Negli anni, Armstrong aveva sporadicamente tentato di ripulirsi da solo, ma anche dopo l’arresto del 2003 per guida in stato di ebbrezza, pochi dei suoi conoscenti pensavano che avesse un problema serio. Nel 2010 a New York, durante un concerto super alcolico dei Foxboro Hot Tubs, gruppo parallelo ai Green Day, il musicista e amico di lunga data Jesse Malin osservava Armstrong mentre «se lo tirava fuori, e pisciava in giro per il palco. Ho sempre pensato che fosse una cazzata come un’altra. A me è capitato anche da sobrio! Ma poteva anche essere un campanello d’allarme». Furono molte le nottate alcoliche apparentemente innocue in cui lui e Armstrong parlavano di musica tutta la notte: «Sproloquiavamo di canzoni, tipo, “i Replacements hanno copiato quella parte di Little Mascara da Death or Glory dei Clash?”», ricorda Malin.

Michael Mayer, regista del musical American Idiot, definisce Armstrong «il drogato più efficiente cha abbia mai incontrato. Sembrava andare a fasi. Non era ubriaco o fatto continuamente, ma a volte crollava e non riusciva più a riprendersi».
Dopo un po’, però, Armstrong non si sentiva più efficiente. «Era solo apparenza», dice, «non quello che mi succedeva davvero dentro. L’altra parte della mia vita subiva un lento e costante tracollo. Le mie fondamenta erano incrinate». Se non avesse mollato, aggiunge, «onestamente non so se sarei ancora in giro». Ed è felice di esserci. «Voglio diventare un bravo padre di famiglia (il figlio minore, Jakob, sta per diplomarsi, ndr), voglio vedere crescere i miei figli. E non voglio che affrontino le mie stesse tenebre».

Afferma che la sobrietà è stata una scelta quasi naturale. Non gli importa se i suoi compagni bevono davanti a lui. Sta anche imparando ad apprezzare giornate in cui non succede niente, in cui può svegliarsi, portare a spasso i suoi quattro cani («Mojo, Mickey, Rocky e Cleo, tutti nomi da band»), fare un salto da Broken Guitars, il negozio di chitarre che ha appena inaugurato, presentarsi in studio, cenare a casa, «e guardare Game of Thrones, come tutti».

«Quello che non potevo accettare», dice Dirnt di Armstrong, «era lo stato di avvilimento del mio amico. Aveva esagerato, e ancora non se ne rendeva conto».

Due anni fa, lui e la moglie Adrienne hanno festeggiato il 20esimo anniversario di matrimonio, rinnovando le loro promesse a Las Vegas. La sera stessa, in un club, lui ha improvvisato un gruppo con alcuni invitati – Tim Armstrong dei Rancid, Malin, Duff McKagan e Tré Cool – lanciandosi in una manciata di cover. La serata ha rappresentato la festa di matrimonio che lui e Adrienne non hanno mai avuto; nel ’94 ne fecero una in stile bring your own booze, «gli amici portavano bottiglioni di birra da due soldi», ricorda. «Con Adrienne siamo cresciuti insieme, ammettiamolo. Anche i figli, in pratica, sono cresciuti con noi. Il che è una figata. Siamo sempre stati più giovani della maggior parte degli altri genitori». Ogni tanto suonano anche insieme: un Natale, Armstrong ha registrato un singolo con moglie e figli per spedirlo agli amici.

Lo studio di casa è stato requisito dai figli, entrambi impegnati in carriere musicali: Joey come batterista dell’indie band SWMRS, Jakob come frontman dei Jakob Ranger, influenze Strokes e un EP già uscito per Burger Records. «È bello vedere quello che sta succedendo a Jakob», dice Armstrong, «è un ragazzo tranquillo. Un giorno, lui e Joe hanno detto: “Pa’, registriamo qualcosa”. Jakob aveva dei pezzi suoi. Ho pensato, “Da dove cazzo saltano fuori?”».

Per gli standard dei milionari di mezza età da Hall of Fame, in fondo, i Green Day hanno ancora uno stile DIY. Amano costruire cose. Anni fa, Dirnt ha realizzato da solo la sua grande casa a Berkeley, con una tale perizia e cura che, quando recentemente è passato da quelle parti, gli attuali proprietari si sono profusi in grandi ringraziamenti. Armstrong ha appena restaurato il motore di una vecchia Ford Falcon, con un graffito di Joey Ramone sul cofano come tocco finale. «Ero cosparso di grasso ogni giorno», dice. Anche Revolution Radio è fatto in proprio. I membri della band, anche in veste di produttori, registravano ogni giorno in quasi totale solitudine: soltanto loro e il fidato tecnico Chris Dugan. Non hanno detto niente alla Warner Bros. fino quasi alla fine della produzione. «A volte è molto più semplice lavorare, se nessuno sa che lo stai facendo», dice Dirnt. «Lo fai perché vuoi, non perché devi».

Armstrong sfotte i gruppi che cercano produttori in voga e ospiti popstar. «Siamo contro l’idea di dover lavorare con altri per ottenere una hit», dice con un ghigno da tempi andati. «Non ne abbiamo bisogno. E neanche la maggior parte degli altri gruppi. Lo fanno solo perché sono dei cagasotto!».
anno registrato l’album nel nuovo studio di Armstrong, chiamato Otis, nel nuovo quartiere residenziale della nativa Oakland: la copertina di un LP di Chuck Berry sulla porta d’ingresso, un jukebox d’epoca con la formidabile collezione di 45 giri di Armstrong (da Keep on Knockin’ di Little Richard a Anyway, Anyhow, Anywhere degli Who e Orgasm Addict dei Buzzcocks) al piano di sopra e un vecchio numero di Zap Comix su un tavolino. Sul muro del salotto, un’immensa bandiera della California e un poster incorniciato di un “Rock N Roll Halloween Party” di Alan Freed del 1955 all’Apollo Theater di Harlem. In corridoio c’è un armadietto proveniente dal liceo di Armstrong, recuperato dal fratello, che lavorava lì come bidello, durante una ristrutturazione. Dentro c’è un adesivo di un concerto dei Green Day del 16 marzo 1990 («Non è pazzesco?», dice Armstrong, indicandolo).

Green Day, foto Frank Maddocks

Green Day, foto Frank Maddocks

Lo studio vero e proprio, una stanza rettangolare col pavimento in legno e una fila di lampadine che pendono dal soffitto, è incredibilmente piccolo – ci sono studi professionali con cucine più grandi. La band ha terminato le registrazioni a luglio, e l’attrezzatura è ancora ammucchiata lì. Per ottenere un suono di batteria degno di canzoni destinate ai grandi stadi, i Green Day hanno piazzato i microfoni nell’ingresso e nel bagno adiacente alla live room. «Catturano quello che sentiresti se stessi cagando mentre sto suonando», nota Cool, «sempre che lasci la porta aperta e il ventilatore spento. Cosa che non raccomandiamo».

Le registrazioni del disco sono state abbastanza tranquille; il difficile è stato iniziarle. Dirnt ha passato la maggior parte della pausa affrontando una delle sfide più dolorose della sua vita, dopo che a Brittney, sua moglie da sette anni, è stato diagnosticato un tumore al seno. Ora è in remissione, dopo «nove operazioni, la chemio e tutta quella merda». Dirnt si è rasato a zero in solidarietà, e la famiglia si è trasferita a Sud per otto mesi, per concentrarsi sulla terapia. Con due figli sotto i 10 anni, quel periodo è stato ancora più straziante. «L’ultima cosa che vuoi è perdere il genitore migliore», dice Dirnt con una mezza risata, «ma lei è la più forte dei due. Probabilmente, io mi sarei chiuso in una bolla dicendo: “Sono fottuto”». Dirnt ha la classica personalità del bassista tutto d’un pezzo, quello che vorresti al tuo fianco in momenti di crisi. La terapia di sua moglie ha lasciato a Dirnt abbastanza tempo libero per lavorare sodo sul basso: ha imparato Sir Duke di Stevie Wonder nota per nota, per poi approfondire con un maestro jazz. Ma quando Armstrong ha accennato a un nuovo album, Dirnt ha risposto che aveva ancora bisogno di tempo. «Se c’è una cosa che il cancro ti dà, è il dono della prospettiva», dice. «Non puoi uscire di colpo dalla tua bolla per saltare su una nave pirata. Pensi: “No, amico, non sono pronto”. Volevo un po’ di tempo per assorbire qualche altra emozione».

Anche Tré Cool non fremeva per tornare al lavoro. Era in luna di miele prolungata con la nuova moglie, Sara Rose, una musicista 30enne che al matrimonio aveva capelli viola – grazie a lei, c’è una batteria nel bel mezzo del loro salotto. «Abbiamo girato per l’Europa, il Messico, il Belize e la Giamaica», dice. «Essere fresco di nozze e fare ogni giorno quello che ci veniva in mente era una vera pacchia».
Cool è cresciuto in una comunità hippy a Mendocino County e sembra ancora spaventato dalla civilizzazione. A 43 anni riesce ancora a sfoggiare una cresta bordeaux, oltre a farsi chiamare Tré Cool. Si sta anche allenando per la lunga distanza, lavorando duro per una vita da «60enne fanatico che suona i pezzi dei Green Day». Una volta ha chiesto addirittura consigli di longevità percussionistica a Charlie Watts, anche se i suoi suggerimenti (energy drink e colpire meno forte) non gli sono stati di grande aiuto.

I Green Day nei primi anni '90, foto Robert Knight Archive/Redferns

I Green Day nei primi anni ’90, foto Robert Knight Archive/Redferns

Quanto ad Armstrong, la sua idea di pausa potrebbe essere scambiata per produttività frenetica. Insieme a Norah Jones ha rifatto Songs Our Daddy Taught Us degli Everly Brothers nell’album Foreverly, ha scritto alcune canzoni di ispirazione beatlesiana per il musical dello Yale Repertory Theatre These Paper Bullets!, di ispirazione shakespeariana, e ha suonato la chitarra dal vivo per uno dei suoi gruppi preferiti di sempre, i Replacements.
Dopo il debutto a Broadway nei panni della divinità-rock St. Jimmy nel musical American Idiot, Armstrong non è più stato lo stesso. L’esperienza potrebbe aver aggravato il suo abuso di stupefacenti («Seguiva il metodo Stanislavskij», dice Malin), ma lo ha lasciato anche assetato di nuove esperienze. Con cautela, ha cercato altre scritture e, dopo aver rifiutato molti copioni, alla fine ha accettato di recitare nel ruolo di un papà ex musicista afflitto da crisi di mezza età nel dramedy agrodolce Geezer, debuttando come protagonista a 44 anni. Il film, che ora si chiama Ordinary World dal titolo di una ballata scritta apposta da Armstrong, uscirà negli Stati Uniti una settimana dopo Revolution Radio. Lui appare praticamente in ogni scena, fornendo una prestazione impressionante per naturalezza al fianco di Fred Armisen e Selma Blair. Lo scrittore e regista Lee Kirk lo ha incoraggiato a pensarla come una sequenza temporale alternativa: anche il suo personaggio ha debuttato per una major alla stessa età di Armstrong, ma senza successo. «Pensavamo: “È ciò che sarebbe successo se Dookie non avesse venduto 10 milioni di copie”», dice Kirk, «forse avrebbe vissuto questa vita».

Il film ha lasciato ad Armstrong la voglia di provare nuove cose: «Fanculo, voglio recitare ancora. Provare a fare musical e a mischiare le cose. Lì non c’è la pressione per essere perfetti. C’erano momenti, durante le riprese di Ordinary World, in cui non avevo proprio idea di cosa stessi facendo. È stata una delle migliori esperienze che abbia mai avuto».

La crisi di mezza età di Ordinary World fa capolino anche in Revolution Radio, attraverso la penna di Armstrong. È una parente stretta di quella alienazione adolescenziale che lui ha sempre descritto così bene. «A volte, quando sei solo a casa», dice, «hai questa sensazione di disoccupazione spirituale, e cerchi di capire chi sei. Ti chiedi: “Qual è la cosa più onesta che posso dire di me, adesso?”». L’album inizia con l’inno alla Who Somewhere Now, in cui Armstrong si sente «spiritualmente a pezzi». Spiega: «Parla di questa tristezza, e del cercare di superarla. Il disco tratta più o meno di questo».

«Credo che il mio dovere sia quello di stare zitto e ascoltare», dice Armstrong. «Un sacco di persone bianche dovrebbero tacere e ascoltare».

L’album si cimenta anche con quella che Armstrong definisce «un’America inquieta. Oggi il mondo sembra la copertina di un vecchio disco dei Dead Kennedys». C’è più di un riferimento alla brutalità della polizia (questione che affrontava già negli anni ’90) e al movimento Black Lives Matter. «Credo che il mio dovere sia quello di stare zitto e ascoltare», dice. «Un sacco di persone bianche dovrebbero tacere e ascoltare. Non hanno idea di cosa sia l’esperienza afroamericana. Quando le persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco nelle proprie macchine senza motivo e sbattute in una fottuta prigione, e questo solo per profitto, allora abbiamo un problema serio. E la prima cosa che dovresti fare è informarti. Non fare roba tipo “Blue lives matter” oppure “All lives matter”. Solo tacere, e ascoltare l’esperienza altrui. Per poi progredire».

La mattina dopo l’uscita a sorpresa di Bang Bang, il primo singolo tratto da Revolution Radio, Tré Cool sta guidando la sua Volvo del 1963 in Gilman Street a Berkeley, verso il club che ha visto nascere i Green Day. Dove una volta c’erano magazzini abbandonati, indica, ora ci sono supermercati e condomini. Quasi mezzo miglio prima del club, si accende la spia del motore e la macchina inizia a scoppiettare. «Sta cadendo a pezzi», dice divertito. Accostiamo e finiamo per spingere insieme l’auto dietro l’angolo, in una strada più tranquilla.

Forse è un segno da parte della divinità punk-rock: la punizione tardiva per aver firmato con una major tanti anni fa. Ma lo ignoriamo e ci dirigiamo verso il club vuoto. 924 Gilman è ancora gestito da una cooperativa, come ai tempi in cui i Green Day hanno iniziato a suonarci nei tardi anni ’80, prima dell’arrivo di Cool. È un piccolo edificio di mattoni che passa inosservato – ma lo stesso si potrebbe dire dei Sun Studios di Memphis. «Non sembra granché», dice con tenerezza. La finestra è piena di volantini delle giovani band che si sono esibite di recente, con i Jakob Danger che spiccano tra tutte («È come un film», dice più tardi Armstrong a proposito questo cerchio che si chiude).

«È come incontrare un vecchio amico e rimettersi in pari con tutte le cose che sono successe nell’arco di 40 anni. È un trip. Cazzo! Ma eccoci qua».

Cool e i suoi compagni hanno accettato il fatto che Dookie sia adesso più vecchio di quanto non lo fosse, per esempio, The Dark Side of the Moon nel 1994. «Mi ricordo che quando Dookie e Insomniac erano nuovi scherzavo», dice Cool, «sul fatto che ci avrebbero trasmesso sulle radio di classic rock insieme ai fottuti Led Zeppelin e merda varia. Adesso sento letteralmente la nostra musica accanto ai Led Zeppelin in radio». Con il loro power-chord fintamente semplice, i Green Day hanno ispirato le giovani band più di chiunque altro dopo i Kiss, e la cosa sembra continuare. Recentemente Armstrong ha stretto amicizia con un trio garage-rock di ragazzini chiamato Destroy Boys che, come i Green Day, ha pubblicato il proprio debutto ancora al liceo. Un giorno, mentre ci troviamo al negozio Broken Guitars, bussano: «Ehi, siamo i Destroy Boys!». Gli passano una t-shirt del gruppo e Armstrong la indossa posando per Instagram.

Diversamente da molti veterani, i Green Day continuano ad attirare giovani fan, tanto che tra il loro pubblico ci sono un sacco di ragazzini. Ma l’anno scorso, un mese dopo l’investitura nella Hall of Fame, i Green Day sono tornati al 924 Gilman in occasione di un concerto segreto per il pubblico più vecchio che avessero mai visto: una specie di riunione di classe per la loro scena dei primi anni ’90, con il club pieno di punk adulti. «È stato davvero emozionante», dice Armstrong. «Guardando il pubblico, vedevamo facce familiari, con piercing e capelli grigi tinti di viola». Alcuni di questi ragazzi punk oggi sono «educatori, artisti, autori», che hanno usato il punk come fece Armstrong: come una porta «verso l’idea di potere esprimere se stessi». E aggiunge: «È come incontrare un vecchio amico e rimettersi in pari con tutte le cose che sono successe nell’arco di 40 anni. È un trip. Cazzo! Ma eccoci qua». Armstrong sospira. «Anche se questo fosse l’ultimo concerto della mia vita», conclude, «potrei andarmene felice».

L’intervista è stata pubblicata in versione integrale su Rolling Stone di ottobre.
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