Noel Gallagher: «Con gli Oasis ero infelice, non torneranno più»

Un nuovo album che è una scommessa con il suo passato e con chi ancora spera in una reunion della band: «Avevamo conquistato il mondo ma a Liam non è mai interessato nulla della musica, ecco perché non ho nessun rimpianto»

«È stato sconvolgente osservare una canzone che ho scritto, mentre assumeva un nuovo significato: da un lato ero amareggiato, perché era diventata l’inno della mia gente, la gente di Manchester, decisa a ricordare le vittime, la paura e il dolore dell’attentato; allo stesso tempo, però, ero orgoglioso, perché in quel pezzo vedevo realizzarsi il reale potere della musica, quello di unire le persone e, «you know, that was fuckin’ amazing», dice Noel con il suo inconfondibile accento mancuniano, mentre parla di Don’t Look Back In Anger. «Quando l’ho composta immaginavo una donna di mezz’età, mentre guarda il suo passato e osserva svanire i suoi ricordi, ma brinda alla vita, senza rimpianti», mi racconta Noel Gallagher, The Chief, il capo, come lo chiamano fin dal suo primo giorno negli Oasis. Mi basta una manciata di secondi per capire perché.

Entra in scena con 40 minuti di ritardo nella sede del suo management a Londra, il luogo fissato per l’intervista. Scende dal taxi ricoperto di cartoni per i pacchi, destinati a inviare le copie promozionali di Who Built The Moon?, il suo terzo lavoro targato High Flying Birds, dopo che quella supernova fuori controllo che erano gli Oasis è implosa nel 2009. Neanche il tempo di appoggiare il borsone adidas, che già, attraverso i suoi immancabili occhiali scuri, Noel sta ispezionando le immagini del video di Holy Mountain, il primo singolo dell’album. È sempre stato così, accentratore totale, implacabile su ogni minimo dettaglio: non c’è da stupirsi se, negli oltre vent’anni di storia della band, le scintille con quel freak indomabile del fratello Liam abbiano finito per scatenare un incendio impossibile da soffocare.

Foto di Lawrence Watson

«Ciò che sono stati gli Oasis non mi manca. È stata la mia giovinezza, sarebbe stupido cercare di continuare a rivivere il passato per sempre. Capisco che per molte persone gli Oasis fossero leggenda, anche per me lo sono stati, ma appartengono a un tempo che non c’è più, e che non ritornerà», mormora pacatamente. «Siamo stati insieme per 20 fottuti anni e mi dispiace per chi non è mai riuscito a vederci dal vivo. Nemmeno io sono mai riuscito a vedere i Nirvana, ma così è la vita».

La prima impressione, quando lo si incontra, è quella di un uomo che, a cinquant’anni compiuti da poco, sembra definitivamente controllare la serenità trovata dopo la tempesta, libero di essere soltanto Noel Gallagher, non più un uomo al volante di una Ferrari che viaggia sempre ai 300 orari, “bellissima da vedere, grandiosa da guidare, ma sempre pronta a perdere il controllo”, come disse Liam, descrivendo la band. «Se dovessi scegliere tra tornare a quello che erano gli Oasis e il loro impatto sulle persone, ma essere costantemente infelice e insicuro su dove la band stia andando, oppure restare quello che sono oggi, finalmente in controllo della situazione e in pace, secondo te cosa farei?», mi domanda imperturbabile, con la faccia di uno che già conosce la risposta.

La pace, il suo presente, si chiama High Flying Birds, il progetto con cui ha confinato il passato nel luogo in cui deve stare, parcheggiando la Ferrari, forse per sempre. Il suo nuovo album è uscito a fine novembre, e suona come una sfida aperta a tutto ciò che è sempre stato Noel Gallagher, una scommessa che in pochi avrebbero messo sul tavolo se fossero stati seduti al suo posto. Per Who Built the Moon? si è spogliato della propria storia, senza farsi troppi problemi, mettendo da parte ballate alla chitarra da stadio esaurito e sing-along, per scommettere su sintetizzatori, drum machine sequenziate, voci processate e un suono vorticoso, caleidoscopico, che nessuno, forse neanche lui, si sarebbe aspettato: «La vera sfida sarà ricrearlo ora dal vivo: fare tutto con una cazzo di chitarra è fottutamente difficile», ci scherza sopra Noel, nei giorni in cui sta mettendo in piedi il tour.

Come mai prima nella sua carriera, Gallagher ha composto i brani di Who Built the Moon? esclusivamente in studio, lavorando in simbiosi con il producer David Holmes, cui si è affidato in tutto e per tutto, soprattutto quando gli rimandava indietro ogni accordo, ogni riff e ogni melodia che in qualche modo potesse ricordare il suo passato con gli Oasis. «Collaborare con David all’inizio è stato molto difficile, a volte quasi frustrante. Poi ho seguito il flusso delle canzoni, lasciandomi trasportare più lontano che potevo, e ho iniziato a divertirmi».

Un ritorno a gamba tesa, che molti artisti non avrebbero rischiato. Sarebbe bastato un tour antologico, magari per il ventennale di qualche album celebre, con le hit suonate una in fila all’altra, e tutti sarebbero tornati a casa con la pancia piena. Pubblico e organizzatori assieme, a ricordare i bei tempi andati, a suon di sold out e pacche sulle spalle: «Se credessi che per me fosse arrivato quel momento, forse ci penserei. Ma io amo scrivere nuove canzoni, registrare nuovi album, preparare nuovi tour. Certo, se qualcuno mi offrisse una valanga di soldi, qualche dubbio potrei averlo (Ride, nda). Ovviamente le persone continueranno sempre a voler sentire Wonderwall o Champagne Supernova, lo capisco, e io continuerò a suonarle, ma soltanto se lo riterrò giusto per me». Parole dirette al suo pubblico più viscerale, a chi ancora continua a chiedergli della reunion. Il disco, d’altra parte, è la risposta definitiva di un artista che vuole continuare a raccontare soltanto se stesso, e andare oltre un’eredità musicale che spesso ha preso il suo posto sotto ai riflettori.

Lo stesso era successo quando aveva infranto l’ultimo feticcio dell’era Britpop, collaborando con il rivale di sempre, Damon Albarn, per una traccia dell’ultimo album dei Gorillaz: «Non capisco cosa ci sia di tanto sconvolgente per la stampa», racconta. «Siamo grandi amici da otto anni ormai. Lavorare con lui è fantastico, la canzone è grandiosa e sono onorato di aver suonato le chitarre, cantato nel ritornello, ma soprattutto di aver scritto una linea della strofa, yeah», esclama, mentre esulta a pugno chiuso, come stesse parlando dell’ultima partita del suo ManCity. Che dire, poi, di quando lo accusavano di essersi “abbassato” a fare da opening act agli U2? «Con loro siamo amici dal 1994 e non mi sono mai divertito così tanto; è stato fottutamente cool poter sentire dal vivo ogni sera The Joshua Tree, uno dei miei album preferiti».

Foto di Lawrence Watson

Lontano dalle ombre che gli erano state cucite addosso, Noel appare rilassato, e non sembra nemmeno importargli granché se a qualcuno non sta bene il suo nuovo volto: troppo lontani il frontman dei Blur e Bono Vox dall’immaginario hooligan della band di Manchester, tanto da stuzzicare la bile al fratellino. “Preferirei mangiare la mia merda piuttosto che ascoltare gli U2”, oppure, “Damon ha trasformato Noel in una fighetta”, ha commentato Liam in tempi recenti.

Già, Liam: uno che, a differenza di Noel, il passato sembra volerselo tenere appiccicato addosso, se è necessario con la forza. Come se non bastasse l’ovvia coincidenza per cui entrambi gli album solisti dei Gallagher hanno visto la luce a poco più di un mese di distanza l’uno dall’altro, il fratello minore è inevitabilmente tornato a indossare i panni di Our Kid, il cafone più amato dai titolisti britannici. Nei mesi che hanno preceduto l’uscita del suo As You Were, Liam non ha perso occasione per tornare a scaldare il motore con le sue consuete sparate, talvolta quasi preoccupandosi più di colpire il fratello in qualsiasi modo possibile, piuttosto che di parlare delle sue nuove canzoni. «Se dovessi rispondergli una volta per tutte? Non avrei niente da dirgli», dichiara Noel con il volto di una sfinge.

«Anzi, gli consiglierei di chiedere aiuto a un bravo psichiatra», continua, «siamo adulti ormai, ma forse lui non l’ha ancora capito. Se per promuovere il tuo album l’ultima cosa di cui parli è la musica, beh, c’è qualcosa che non va. Ma questo è Liam: non gliene è mai importato nulla della musica, fin dal primo giorno con la band. Sono sicuro che in molti fra i lettori di Rolling Stone si siano chiesti almeno una volta perché gli Oasis non torneranno mai più insieme. Ecco, questa è la ragione principale».

Foto di Lawrence Watson

Era già successo nel 1994, dopo il concerto amfetaminico al Whisky a Go Go di West Hollywood, quando Noel aveva lasciato la band, esasperato dallo stridio degli amplificatori e da una direzione che sembrava non esser più la sua. Allora aveva fatto dietrofront, ritornando alla base con Talk Tonight, la canzone che, forse più di ogni altra, racchiude l’intimità della sua voce. «All’epoca avevo una ragione per tornare indietro, gli Oasis non avevano ancora raggiunto nulla. Nel 2009 avevamo tutto, avevamo conquistato il mondo, non rimaneva più niente da raggiungere, se non accumulare altro denaro, e di denaro ne avevo già fin troppo. Non ne potevo più, avevo raggiunto il limite di sopportazione. E tutto per colpa di una persona soltanto».

E se forse è vero che gli Oasis, a loro modo, cambiarono il mondo, qual è il mondo di Noel Gallagher oggi? «Sono un padre fantastico, anche se mia moglie dice che sono fottutamente inutile», scherza. Di colpo, però, ritorna serio: «Il mio mondo è lo stesso di sempre, ma soltanto senza Liam. La sua assenza è il cambiamento più profondo della mia vita». Caino e Abele, il primo che il passato continua a prenderlo a testate, mentre l’altro lo custodisce sulle sue spalle, alzando il calice senza rimpianti. Come faceva Sally, la protagonista della sua Don’t Look Back In Anger. Prima di concludere l’intervista, Noel getta uno sguardo sulla pila di riviste musicali accanto a noi, in copertina i Foo Fighters. “Ti Piacciono?”, gli chiedo: «Nah mate, you know, urlano troppo per i miei gusti».

L’intervista a Noel Gallagher è un estratto dal nuovo numero di Rolling Stone in edicola a dicembre

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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