«Mio padre mi ha rapito», Maruego si racconta tra Islam e trap

Dagli esordi con Ghali ai featuring con Fabri Fibra, Guè Pequeno e Jake La Furia per un primo album che vale come una rivincita sul destino, sul passato e sulla famiglia

In questo ultimo anno ci siamo concentrati così tanto sul sound della trap, e su quanto fosse innovativo, che spesso il fatto che i suoi esponenti abbiano anche qualcosa di interessante da dire passa in secondo piano. Maruego (che tra l’altro è stato il primo a far emergere la trap anche da noi) ce l’ha, nei suoi pezzi e nella vita reale. Tra Zenith e Nadir, uscito venerdì scorso, è il suo primo album ufficiale e lo si potrebbe paragonare alla punta di un iceberg: affilato e potenzialmente in grado di travolgere chi viaggia sulla stessa rotta, lascia intuire che sotto la superficie c’è molto di più da scoprire. «Ce l’ho avuto addosso per un anno e mezzo, questo disco» racconta, «liberarmene e poterlo far sentire a tutti è una soddisfazione. Posso finalmente respirare».

Tra Zenith e Nadir si apre con CV, una traccia che parla di un metaforico curriculum vitae. Cosa c’è nel tuo?
La mia musica: quest’album è il mio biglietto da visita, c’è tutto me stesso. Nel mio CV ci sono solo cose vere, non mi interessa abbellirlo o renderlo più interessante, come si fa spesso.

Quando hai deciso che la musica sarebbe stata la tua strada?
Quando ho capito che era la mia passione. So che non ci crederà nessuno, ma tutto è nato con dj Francesco…

Questa in effetti non l’avevo mai sentita da nessuno!
Hai presente quella sua canzone, Salta? Avevo otto anni e lo imitavo, saltavo sul letto come se fosse un palco e i peluche erano il mio pubblico. Ai tempi avevano organizzato un concerto in piazza a Milano. Era il mio primo concerto: c’era anche dj Francesco, che a un certo punto era sceso tra la gente e mi aveva dato il cinque passando di fianco a me. Lì mi è nato il tarlo. Ho cominciato a passare le mie giornate ad ascoltare la radio, con il dito pronto sul tasto rec per registrare le mie canzoni preferite su cassetta. Alle medie ero in una scuola a indirizzo musicale, suonavo la batteria e cantavo, mi piacevano i Gemelli DiVersi. E dopo un po’ ho fondato il mio primo gruppo rap: molto presto, avevo tredici anni.

Nel tuo primo gruppo c’era anche Ghali: come vi siete conosciuti?
Sono cresciuto in Melchiorre Gioia, una zona di Milano piena di sancarlini (il corrispettivo milanese dei pariolini, ndr). Mi mancava molto il fatto di non frequentare molti altri arabi o africani, ma per fortuna avevo un amico egiziano con cui giravo sempre. Un giorno siamo usciti e a un certo punto sento un tizio dietro di me che dice qualcosa in arabo, con un accento molto simile al mio. Mi sono girato per chiedergli se era marocchino, e invece era tunisino: era lui. Abbiamo iniziato a chiacchierare e abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti musicali. Qualche mese dopo abbiamo fondato il gruppo: eravamo io, Ghali, Fonzie, Sito e Paola. Ci chiamavamo Rappa&Rolla, poi abbiamo cambiato il nome in Rap’n’Roll. Il rap non era di moda ai tempi, non avevamo un pubblico, esistevamo praticamente solo su Myspace. Vuoi sentire il nostro primo pezzo?

Sì, certo. (Maruego mette la canzone in play dal telefono, si intitola Rap’n’Love e se sapete cercarla si trova ancora in giro: assomiglia ai pezzi d’amore dei GDV ma con vaghi accenni trap, ndr)
Non è male, vero? Perlomeno per l’età che avevamo, e per essere stata registrata in quelle condizioni: pagavamo dieci euro all’ora a un amico per usare camera sua come studio. Già usavo l’autotune! Mi è sempre piaciuto Lil Wayne e fin da piccolo cercavo in qualche modo di imitarlo.

Tu e Ghali vi sentite ancora?
A dire il vero no. Capita, nella vita ci si perde. Penso che gli amici veri, quelli che restano per sempre, siano due o tre.

Tornando all’album, ha featuring importanti (tra cui Fabri Fibra, Guè Pequeno, Jake La Furia e Emis Killa). Come li hai scelti?
La maggior parte di loro mi aveva chiesto un featuring per il loro album, e quando ho potuto farlo sono stato felice di ricambiare ospitandoli nel mio. Fabri Fibra fa eccezione:ho provato a contattarlo perché aveva lavorato da poco con i 2nd Roof. Gli ho mandato un pezzo, senza impegno, per sapere se gli piaceva, e il giorno dopo me lo ha rimandato indietro con la sua strofa. Lavorare con lui, con Guè e con Jake mi esalta tantissimo: li ascoltavo da ragazzino, è anche per loro che ho cominciato ad appassionarmi al rap.

A proposito, il featuring con Guè, Pss Pss, ha tutte le potenzialità per diventare una hit…
Il ritornello, che è fatto cantando una serie di rumori ritmici, lo devo a Pietrino dei 2nd Roof: una volta eravamo in Grecia e ha cercato di attirare l’attenzione di una tipa in quel modo! (ride). Gli ho subito detto che volevo farlo diventare una canzone. È questo il bello della musica: non sempre servono parole, basta saper mettere i colori giusti. È come dipingere un quadro: a volte basta dare una pennellata e allontanarsi un po’ per vedere l’effetto.

Come funziona per te il processo creativo?
Sono molto caotico e disorganizzato, e soprattutto non mi piace dover scrivere per forza: non dev’essere un compito. Capita spesso che cominci un pezzo, arrivi al ritornello e poi lo molli lì per mesi, per poi riprenderlo quando mi viene l’ispirazione.

L’ispirazione ti porta a tornare più volte su alcuni argomenti: nelle tue canzoni c’è sempre un forte senso di rivalsa. Ti sei preso una rivincita sul destino?
Sì, perché nessuno credeva in me. Quando facevo sentire una canzone nuova ai miei amici, a parole mi dicevano che spaccava, ma poi magari sorridevano dietro le mie spalle. Ho sempre fatto finta di niente, ma dentro di me c’era sempre una gran voglia di dimostrare che avevo ragione. Oggi sono tutti felici per me, e sono sinceri, perché hanno visto da vicino il mio percorso e sanno quanta fatica ho fatto. Me lo dicono apertamente: “Ti prendevamo per il culo quando dicevi di voler fare il rapper, ma avevamo torto”.

Pensavano avresti fatto il macellaio per sempre? E dire che ora è un ottimo aneddoto: i giornalisti ti chiedono ogni volta di raccontare com’era fare quel lavoro…
Mi sembra che spesso lo chiedano in modo dispregiativo. Ci terrei a dirlo: per me è un gran bel mestiere, di tutto rispetto. E si guadagna anche bene: volente o nolente, la gente deve mangiare, su questo non esiste crisi. Io ci sono finito per caso, perché il compagno di mia madre ha una macelleria di famiglia (italiana, tra l’altro) e ho lavorato con lui per quattro anni. Lo studio l’ho lasciato appena ho potuto: sono stato bocciato mille volte, fondamentalmente non me ne fregava niente. Credo che la scuola serva soprattutto ad abituarti a prendere ordini da qualcun altro. Io, invece, voglio sentirmi libero.

A proposito di famiglia, hai dedicato una canzone, Mamma e papà, alla turbolenta storia dei tuoi genitori.
Credo che ci si possano riconoscere in tanti. Non bisognerebbe fare figli con leggerezza: se ti impegni ad avere una famiglia, non puoi farlo con il primo che passa. Oggi sembra quasi una moda: i ragazzi si fidanzano, stanno insieme tre mesi e poi fanno un figlio, solo per postare le foto della loro felicità sui social, forse.

I tuoi hanno avuto modo di sentire la canzone?
No, ma è una cosa più mia che loro. Anzi, non vorrei mai sapere cosa ne pensa mia madre, che ormai si è risposata e ha avuto anche un’altra figlia. Mio padre l’ho quasi dimenticato, vive in Marocco. Ogni tanto vado a trovarlo lì, ma perché voglio dimostrargli di essere superiore a tutte le cazzate che ha fatto. È il mio modo di dire “Sono qui, ma non te lo meriti”.

Che rapporto hai con il Marocco?
Sono arrivato in Italia praticamente appena nato. In Marocco c’è questa cerimonia del primo taglio dei capelli che si fa a 40 giorni dalla nascita – una specie di battesimo – e siamo partiti subito dopo. Quando i miei si sono divisi, però, mio padre mi ha rapito e mi ha riportato in Marocco. Ho vissuto lì con lui per un anno, come se tutto fosse normale: andavo perfino a scuola. Un giorno sono sceso dallo scuolabus e una donna completamente velata mi ha afferrato e ha cominciato a correre, trascinandomi via. Le ho strappato il velo e ho scoperto che era mia madre: mi sono buttato tra le sue braccia. Siamo tornati in Italia e da quel momento in poi sono cresciuto con lei. Non oso immaginare che futuro avrei potuto avere, se fossi rimasto lì.

In questi giorni c’è grande dibattito per la votazione sullo Ius Soli…
Premesso che della politica proprio non m’importa e che penso che ci sia sempre qualche gabola dietro, l’Italia è un paese piuttosto razzista: non siamo mai stati del tutto accettati. Io vivo qui da 25 anni eppure per la legge sono marocchino. Mi piacerebbe che si tornasse alle origini, quando non c’erano confini e si camminava liberi su questa Terra. Ti sembra giusto che se tu vuoi andare a visitare l’Australia puoi farlo, mentre se un marocchino vuole venire in Italia deve rischiare la vita? La Terra è di Dio.

Sei religioso, a proposito?
A modo mio. Ho cercato di capire e conoscere meglio la mia religione. Il corano è stato scritto centinaia di anni fa nel deserto e i suoi precetti esistono per uno scopo preciso: il fatto di non mangiare il maiale o di circoncidere i bambini, ad esempio, serve per questioni igieniche, per non prendere malattie. È proibito bere alcol perché ti altera la mente e potresti commettere dei peccati gravi senza esserne consapevole. Pensa a quelli che si ubriacano, si mettono in macchina e ammazzano qualcuno senza volerlo. Detto questo, se io sono a casa da solo e non ho intenzione di uscire, non vedo niente di male nel bersi un bicchiere di vino in tranquillità.

Cerchi di interpretare i dogmi a tuo modo, insomma.
Non proprio. Credo in qualcosa di superiore, ma penso che la religione sia più una questione sociale: serve per dare delle regole alla gente e permetterci di vivere l’uno accanto all’altro senza farci del male a vicenda. Ho sempre visto la parola Dio come “d’io”, come se ci fosse sempre l’uomo al centro. Ad esempio, non so se lo hai mai notato, ma nella cappella Sistina, quando Dio tocca la mano di Adamo, le figure di contorno vanno a formare un cervello umano.

Ma sul serio? Non ci avevo mai fatto caso… (Andiamo a controllare e effettivamente è vero, è una teoria riportata anche da centinaia di blog, ndr)
Voi pensate che io sia un marocchino zarro e ignorante, e invece… (ride) Non ho studiato, non ho un diploma, ma non mi reputo una persona stupida. Mi documento su tutto quello che mi interessa. Guardo un sacco di documentari e di film ispirati a storie vere. Sulla storia di Iqbal Masih, ad esempio, o sui bambini-topo che vivono nelle fogne di Bucarest.

Tornando alla musica, per concludere: il tuo primo album ufficiale ormai è fuori. Cosa ti aspetti?
Cerco di essere realista: mi aspetto qualcosa di più di quello che ho adesso, ma neanche così tanto. So che dovrò sempre continuare a darmi da fare. Se la gente mi capirà, mi riterrò contento, ma anche se non dovesse andare così non smetterò di lavorare sodo.