Mecna: «Nel rap racconto la mia insicurezza»

Lontano dai social come dalla scena hip-hop contemporanea, alla continua ricerca della normalità: «Nella musica metto la mia identità, sono un po' sfigato ed è normale che sia così».

Quando penso a Mecna mi viene in mente l’immagine di un equilibrista, di chi cammina sospeso, in alto, lontano dal pubblico e dai riflettori, lontano dal centro del palcoscenico occupato da domatori di leoni, clown ed equilibristi. Lui, il rapper in bilico fra due mondi, quello delle rime usate come psicanalisi – dove il beat diventa tappeto per l’introspezione – e quello dell’autotune, di un suono che lui ha adottato molto prima dell’esplosione nell’uragano della trap.

Mecna nella distanza fra i due mondi ha trovato la sua identità, una ricerca sofferta, conquistata attraverso la solitudine e tanti addii. Parafrasando il principio di non contraddizione aristotelico: Mecna per trovare se stesso ha deciso innanzitutto chi non voleva essere e il mondo a cui non voleva appartenere. Né rapper né cantautore, lontano dai social come dalla scena hip-hop contemporanea e dal suo mondo patinato, di catene e denti d’oro. Nella solitudine, e nella lontananza, Mecna è tornato ad essere Corrado, il grafico, la persona ‘normale’ e “un po’ sfigata” come dirà durante l’intervista, che proprio nella normalità ritrova quei colori intimi che ha sempre messo in musica.



È appena uscito Pratica, il tuo nuovo singolo in cui di nuovo, dopo Lungomare Paranoia, hai usato la tua assenza dai social per promuovere una nuova uscita. Sembra che a te piaccia usare il silenzio come modo di comunicare.
Si sono d’accordo, ma è una cosa che mi viene abbastanza naturale. Se non ho nulla da comunicare preferisco starmene per i fatti miei, e sono sicuro che, se la gente mi segue, lo fa per la musica e per quello che scrivo nei versi. L’assenza dai social non è studiata, anche se questa volta è diverso da quanto fatto per Lungomare Paranoia: feci uscire l’album dal nulla, in una notte, con Pratica invece c’è stato un avvicinamento, un video enigmatico che faceva leva sull’insicurezza che è poi il tema centrale del brano. Il silenzio per me è un ‘motore’, mi spinge a scrivere nuova musica perché so che ci sono persone che mi stanno aspettando.

La scena hip-hop contemporanea, invece, sembra pensarla diversamente, tra dissing via Instagram o rapper sempre più influencer.
Io preferisco veicolare i miei messaggi alla musica, poi so bene che oggi serve anche altro. Mi è capitato di recente di vedere una story di un rapper – di cui non faccio il nome – mentre andava dal barbiere e aggiornava il suo pubblico sul nuovo taglio di capelli, io mi sentirei un coglione a fare una cosa del genere, ma è per come sono fatto io. Ho un approccio diverso alla musica e i dissing via social mi divertono, ma capisco che fa parte del gioco: se uno vuole riprendersi anche mentre va al cesso ci sta, non giudico, ma non è roba per me.

Se come modo di comunicare sei lontano dalla nuova ondata rap, per certi versi sei ‘l’anello di congiunzione’ tra un linguaggio più vicino all’old-school e la trap. Sei stato il primo, ad esempio, a utilizzare un certo tipo di beat o l’autotune nelle tue canzoni.
Si mi sento un anello di congiunzione, ma perché a me nella musica piace sperimentare sempre, miscelare tutti i miei ascolti che vanno dal rap più tradizionale ad artisti come James Blake o Kanye West, ascolti che mi spinsero a utilizzare l’autotune quando in Italia non era ancora benvisto mentre ora sembra quasi sia diventato uno standard da rispettare. Penso, ad esempio, a un pezzo come Favole (contenuto in Laska, il suo secondo album, nda), se fosse uscito ora avrebbe ottenuto tutto un altro riscontro, mentre all’epoca non fu proprio accolto a braccia aperte.

Beh sono ancora tanti i tuoi fan che ti criticano per l’utilizzo dell’autotune.
A sto giro molti meno di quanto mi aspettassi, perché in Pratica di autotune ce n’è davvero tanto e si sente. Non piace? Amen, senza autotune non sarebbe lo stesso pezzo. Oggi tutti si sentono di darti dei consigli, come se le persone che ti hanno scoperto con Disco Inverno si aspettassero sempre di ascoltare gli stessi suoni, la stessa roba di quando ho iniziato. Ora sento tanta musica in cui si fa abuso dell’autotune e a volte mi viene da chiedermi se sia ancora giusto usarlo però, cazzo, quando poi lo uso è troppo figo.

Bisogna ammettere che nella tua carriera di riferimenti ne hai dati pochi: ogni tuo album suona radicalmente diverso da quello precedente.
Disco Inverno era il mio punto di partenza ‘ufficiale’: c’era tanto rap, tante basi boom bap, anche se era già presente una forte componente melodica, beat con una certa identità, ed è proprio quest’identità che sto continuando ad affinare. Non cerco il cambiamento a tutti i costi, anzi ho sempre scritto brani molto intimi, forse troppo, e nei nuovi brani continuo a mantenere la mia identità di persona triste – anche se poi in realtà triste non sono (ride, nda). A parte gli scherzi, anche per il nuovo album cambiamenti ce ne saranno: il mio carattere si vedrà come sempre, però questa volta sto lavorando con producer con cui non avevo mai collaborato.

Non hai paura che questo tuo continuo cambiare spiazzi un po’ i tuoi ascoltatori? Prendi certi suoni della trap ma il linguaggio, il messaggio delle tue canzoni, rimane intimista, talvolta più legato al rap old-school. Il pericolo di rimanere in mezzo c’è: troppo ‘nuovo’ per il tuo pubblico più radicale ma allo stesso tempo troppo lontano dallo “sciroppo per la tosse”.
In Italia c’è questa setta di persone che hanno sempre ascoltato rap, e che oggi si sentono indignate dalla scena contemporanea, perché vedono distruggere i propri ideali: riesco a capirli, ma capisco anche che non è obbligatorio avere una formazione old-school per apprezzare l’hip-hop. Io cerco di tenere insieme i due mondi facendo un certo tipo di musica, quella di “rimanere in mezzo” è una scelta che ho fatto e spero di non rimanerci incastrato, mi va bene starci comodo. Io voglio fare la mia musica e non mi stravolgerò per essere apprezzato da un pubblico piuttosto che da un altro: ho fatto pace con me stesso e ho trovato la mia identità, questo è il mio vanto.



Di questa tua identità fuori da tutte le etichette sembri parlarne anche in Pratica, “Vorrei far parte del gruppo/ Però ormai odio un po’ tutti/ Qua sembrano felici più di me“.
Esatto, in quel verso parlo proprio di questo, del limbo fra due mondi musicali in cui mi trovo. È come sono io nella mia vita: cerco di fare certe cose perché vedo gli altri che le fanno per poi invece ricordarmi chi sono e tornarmene per i fatti miei, nella musica è uguale. Tutti ora sono presi a fare le star sui social, io sono mega insicuro e lo racconto. Pratica va nella direzione opposta rispetto alla musica di oggi, alla società di oggi: miliardi di follower, tutti amici con tutti. Io non sono così, mi sento un po’ sfigato ed è normale che sia così. Come tutte le persone normali ho le mie insicurezze, ed è questo che metto in musica.

Ricordo uno dei tuoi brani più intimisti, Vieni Via, dove il cuore della canzone sembrava essere la differenza tra Mecna il rapper e Corrado, il grafico, la persona ‘normale’ appunto. Senti il bisogno di normalità nella tua vita?
Assolutamente si. È sempre stato il mio pallino, rimanere attaccato alla mia normalità. Non avrei mai potuto continuare a fare musica se non avessi mantenuto le radici dentro il mio essere normale, è una cosa che mi ha aiutato tantissimo: parlare di Corrado, raccontare di quello che sono nella mia vita ‘normale’, al di là dell’artista e del rapper.

Leggi anche: