Matthew Herbert, la Brexit Orchestra e il jazz con i fogli di giornale

Mr. Vertigo ha portato al Pomigliano Jazz Fest tre progetti diversi e affascinanti. L'abbiamo incontrato per parlare del festival, di politica e del suono della carta strappata

Foto di Titti Fabozzi


Il destino ti aspetta pure se cammini con gli occhi chiusi. Me ne sono reso conto per l’ennesima volta al Pomigliano Jazz Festival in Campania. Alla 22° edizione, il direttore Onofrio Piccolo assegna “Carta bianca” a Matthew Herbert. Lui arriva nel golfo per tre progetti differenti: in trio, ai conetti vulcanici di Pollena Trocchia, per suonare con Enrico Rava (tromba) e Giovanni Guidi (pianoforte). Herbert è alle manipolazioni elettroniche.

La seconda azione è un dj set con look infradito e vodka-lemon nelle mani, mentre agita vinili di d’n’b e hip hop, di Roisin Murphy e Frank Sinatra. La terza, è l’incontro con l’Orchestra napoletana di jazz diretta dal maestro Mario Raja, nella quale vengono rielaborati brani di Tullio De Piscopo, Raffaele Viviani (L’acquaiuolo. Qui mister Herbert sgranocchia una papaccella, alias l’ortaggio rosso/giallo/verde cugino del peperone, e ne campiona il suono crudo e croccante) e Pino Daniele (Chi tene ‘o mare: Herbert esegue l’intro con una fisarmonica nera, per poi affidare il canto alla sua vocalist di origini etiopi Rahel Debebe-Dessalegne) prima di resuscitare classici della sua antologia: da Strong (scalmanato e mimico tip tap in cui Herbert stesso canta/danza in proscenio) a The Yesness. Passando per Simple Mind ‘dedicata’ a chi crede nella guerra. A breve capirete perché.

Il destino, allora, è vero che fa sempre i fatti suoi. Quando e come vuole. A te tocca partecipare. È innegabilmente così, ripensando alla scorsa primavera. Herbert arrivò finalmente a Napoli per la prima volta. Ad accoglierlo, Augusto Penna per un party su dancefloor intitolato WOO!. Prima della serata nel club, andammo a pranzo tutti e tre. Herbert raccontò di figli, famiglia. Dell’abitazione in campagna a un’ora da London, laddove cucina e suona per gli amici in feste ad hoc. E sostenne, già allora: «Io sono interessato alla capacità del suono di creare delle storie». Di più. Durante un assaggio di ziti alla genovese, Herbert si confidò: «Vorrei che lo staff di Pomigliano Jazz si faccia presto vivo, per chiudere una trattativa che l’anno prima era sfumata di un nonnulla. Voglio suonare al festival in questa edizione».

Matthew Herbert prova con l’ONJ. Foto di Titti Fabozzi

Una volta avvertito Piccolo delle intenzioni di Herbert, tre mesi più tardi il direttore del festival campano gli offre carte blanche. E va a finire che il sottoscritto e Herbert si siano incontrati nel backstage, durante la performance Rapsodie electrofisiche realizzata con Marco Messina e Sacha Ricci (due componenti della 99Posse) e Loredana Antonelli. Una sospensione tra nuclei di elettronica, improvvisazioni ai synth, poemetti da Le piume degli angeli scemi e visual generativi. Herbert ascolta, e dopo aver scambiato un abbraccio sorridente in camerino come si fa tra giocatori di football americano, esclama: «Good sounds, man!». È il destino, ancora una volta. Anche perché mi torna subito in mente che quando eravamo a tavola in inverno, Herbert aveva aperto serenamente il mio quaderno per scribacchiare una piccola poesia: The Quiet Click of the Hotel Door. Un dono.

Stavolta, però, non c’è nessun quaderno. Al massimo, gli spartiti dell’ONJ con cui Herbert è chiamato a compiere il terzo avventuroso atto della sua messinscena napoletana. Il mago britannico in palcoscenico accende una radiolina a transistor e reinventa The Tower in compagnia degli orchestrali. Affida loro copie fresche del Foglio e del Giornale e gli ordina di stracciarle – i musicisti, goliardici, dopo averle appallottolate, se le lanceranno addosso l’un l’altro – affinché ai microfoni ne possano acchiappare ritmo e fruscio. Per dilatarli e amplificarli oltre. «L’ho deciso poiché Simple Mind è una canzone di protesta – spiega – ed era contenuta in un album che feci quando ci fu la guerra in Iraq (Goodbye Swingtime, nda). Ho voluto giornali di destra perché sono quelli che supportavano la scelta di andare in guerra in Medio Oriente».

Matthew Herbert con Enrico Rava. Foto di Titti Fabozzi

Poi parliamo di tanta roba. A marzo immaginava un nuovo album, The Music, da divulgare attraverso la piattaforma internet Unbound.com.

A che punto siamo?
Si tratta di un album in forma di libro. È il libro che racconta la nascita del disco. L’ho appena finite, è in fase di editing. È una descrizione del mio prossimo disco. Un album che non realizzerò mai.

E la volontà di realizzare la Brexit Orchestra. Perché questa idea? E quali musicisti vuoi coinvolgere?
Tutto quello che di bello è accaduto nella mia vita nasce da collaborazioni, dalla scoperta di nuove persone, luoghi, cibo, arte, letteratura dei paesi dell’estero. Dopo lo shock che ho vissuto per la Brexit ho desiderato creare un progetto che raggiungesse tante persone sparse per l’Europa, piuttosto che battere in ritirata. Sarà una collaborazione con oltre 1000 fra musicisti e cantanti. La immagino come un’azione collettiva e di cooperazione e produrremo tutta musica inedita. L’album verrà pubblicato il giorno in cui lasceremo l’Unione.

Matthew Herbert campiona il suono di un giornale strappato. Foto di Titti Fabozzi

Avevi annunciato anche l’esperimento su La morte a Venezia per la Deutsche Opera di Berlin. Tu ami Gustav Mahler e le sue sinfonie, questo è risaputo. Posso chiederti se hai visto anche il film omonimo diretto da Luchino Visconti – con la colonna sonora di Mahler appunto – per cercare eventualmente nuovi input per quest’opera?
No, non l’ho visto. Anche se ritengo che il film potrebbe essere un ottimo viatico affinché nuovi appassionati possano iniziare a conoscere e amare Mahler. Il lavoro per Berlino aveva a che fare più con la musica del pianista/compositore Benjamin Britten.

Come ti senti ad aver ricevuto carta bianca da Pomigliano Jazz? Avviene di frequente, nei festival in cui sei invitato?
Niente affatto. Non ero consapevole di quanto sia splendido avere carta bianca fino a quando non l’ha deciso il festival di Pomigliano. Una rivelazione, esibirmi prima in trio, poi alla consolle, infine con l’Orchestra napoletana di jazz diretta da Mario.

Matthew Herbert prova con l’ONJ. Foto di Titti Fabozzi

Avrai saputo che di recente il tabloid inglese The Sun ha stilato una classifica indicando le 11 città più pericolose al mondo. Accanto a Raqqa, Grozny, Caracas, St. Louis, Perth, Kiev, c’era anche Napoli. In seguito alla pubblicazione di questa classifica, via internet, tanti utenti da ogni parte del mondo si sono ribellati. E il tabloid ha fatto dietrofront togliendo Napoli dalla mappa. In base alle tue esperienze, quale percezione hai avuto vivendo la città?
The Sun è un giornale velenoso. Velenoso quanto lo sono tutte le pubblicazioni di Rupert Murdoch. Napoli è una grande città.