Manuel Agnelli, tra X Factor e i Nirvana

Il frontman degli Afterhours parla del ruolo della band nella scena italiana, del futuro fuori e dentro il talent, della trap e del ‘fratellino’ Kurt Cobain

Il vero che muore/ succhiandomi il cazzo/ svanisce”: è in questi versi di una delle canzoni più celebri dei suoi Afterhours, Strategie, che si riesce forse a intravedere una chiave per interpretare gli innumerevoli volti di un artista camaleontico come Manuel Agnelli. Cambiare pelle fino all’ossessione, scavando sempre più a fondo, sempre beffando la possibilità che una definizione immobilizzi la sua musica in una presunta ‘verità’ o che una manciata di nomi riesca a immunizzare una visceralità compositiva consumata fino a “rischiare il grottesco”.

Sono passati esattamente trent’anni da My bit boy – il lavoro con cui gli Afterhours si presentarono sulla scena come la lama di un rasoio – venti invece da Hai Paura del buio?, quando il rasoio lasciò una cicatrice sulla ‘pelle splendida’ della musica italiana, usando una bestemmia come biglietto da visita in 1.9.9.6. Nel frattempo Agnelli con il buio ci ha giocato, modellandone le ombre a suo piacimento, ‘scatarrando’ sopra chi lo proclamava messia dell’alternative, semplicemente ignorando lo sgomento dei duri e puri, increduli di vederlo sul palco dell’Ariston prima o nelle vesti di giudice a X Factor poi. Giunto alla sua seconda stagione in un talent, Manuel Agnelli indossa la consapevolezza e l’autorità artistica di chi riesce a coniugare la televisione e gli Afterhours in un ossimoro armonioso, senza dover preoccuparsi di giustificazioni.

Tuttavia, dopo 30 anni di carriera, il rischio che la lama Afterhours si sia smussata c’è, eccome: che il tempo, e la visibilità, non abbiano disarmato il grido di guerra con cui Agnelli presentò all’Italia un genere prima di lui confinato nei centri sociali? Durante la nostra chiacchierata nel backstage di Home Festival, dove poche ore dopo ha suonato con i suoi Afterhours, viene in mente proprio una sua frase, presa in prestito da Ballata Per la Mia Piccola Iena: “È ben più doloroso/ se per nemici e amici/ non sei più pericoloso“.

Manuel, come vedi gli Afterhours oggi? Siete ancora la band che scrisse un’epoca, o meglio, vi sentite ancora ‘pericolosi’?
Eravamo pericolosi per un ambiente molto ristretto, ma per il resto d’Italia eravamo dei pazzi furiosi. Rimaniamo ancora pericolosi per il pubblico di massa, nel senso di rompere degli schemi triti e ritriti, rifiutando ciò che già esiste senza cercarne conforto. Ormai c’è un’omologazione totale rispetto a ciò che ci viene propinato. Forse con la Trap c’è stato qualcosa – sicuramente inconsapevole (ride, nda) – ma è l’ultimo movimento che si può definire di rottura rispetto a quello che stava succedendo. Dirà il tempo la reale importanza del genere, ma queste cose sono necessarie, che piacciano o no.

Non credi sia più possibile, nella musica di oggi, riuscire a rompere gli schemi?
La musica rappresenta sempre quello che succede nella società, da lì non si scappa, e la musica di oggi è coerente con la società in cui viviamo. Io ho avuto la fortuna di ereditare l’imprinting dalla controcultura, dagli anni 70, anche dalla parte negativa – dalla parte violenta – quegli anni di piombo che ho vissuto da ragazzino. La musica che facevamo noi deriva da lì, da una rappresentazione del sociale e da una volontà di cambiamento, in questo senso era alternativa. Non volevamo fare i diversi a tutti i costi, ma nel nostro piccolo volevamo contribuire a cambiare le cose. Di tutto questo non è rimasto più nulla, ha riguardato solo la nostra generazione, per il resto è stato un fallimento.

Con gli Afterhours vi sentite una specie di ‘nume tutelare’ della nuova scena indie italiana?
Non ce ne sbatte niente. E non siamo neanche riusciti ad esserlo. La nostra scena, giustamente, rifiutava i leader e così ci siamo auto-ghettizzati: da un punto di vista culturale è stato un peccato, perché del discorso che facevamo noi, necessariamente sociale e necessariamente politico, non è passato niente. Certo, ci sono alcune eccezioni come Vasco Brondi, un artista che ha assorbito un certo tipo di DNA e lo ha trasformato in musica, lui è un ottimo esempio di passaggio di mano. La voglia di rischiare il grottesco quando scrivi perché osi, perché scrivi di pancia, perché dici cose assurde, perché prendi delle posizioni nette con delle frasi nette: questo è ciò che ci apparteneva e che appartiene anche a lui. Non aver paura di rischiare il grottesco è ciò che lo accomuna alla nostra generazione.

Tuttavia è proprio quella scena indie a essere ‘tornata di moda’, a riempire i palasport, mentre dei cantanti usciti dai talent spesso si perdono le tracce
Che la musica indipendente stia tornando di moda è un’affermazione che non mi sento di condividere, prima di tutto perché è una contraddizione in termini. La musica indipendente non è quella che esce dai locali e poi finisce nei palasport, ma è una musica che si fa non tenendo conto dei parametri che il mercato ti impone, soprattutto a livello creativo e a livello artistico. Inoltre credo che il problema non sia affrontato correttamente: il talent non ha la responsabilità del ‘dopo’, è una scuola che ti porta a un certo livello di visibilità e di professionalità. Accusare il talent di quello che non succede dopo è un una forzatura. È la casa discografica, il management e l’artista stesso che si devono preoccupare del futuro, non il talent. Vedo nei confronti dei talent tantissimi preconcetti ai quali io sono abituato per altri motivi. È un modo come un altro per veicolare la musica e per me si possono fare tante cose interessanti per cui il talent ha ancora senso.

Quindi cosa ti aspetti dalla tua seconda stagione a X Factor?
Abbiamo sentito un sacco di bellissime voci e di talenti musicali puri che, appunto, poi fanno fatica ad arrivare da qualche parte, perché non hanno identità, non hanno niente da raccontare e aspettano che qualche autore scriva per loro qualcosa di sensato. All’interno di X Factor mi aspetto quindi di riuscire a fare un discorso identitario molto forte, perché l’identità di un artista – chi è e ciò che ha da raccontare – conta tanto quanto e forse anche più del talento. Soprattutto, però, mi aspetto molte cose anche fuori da X Factor: mi sono avvicinato al programma fra mille dubbi convinto di fare me stesso ma non completamente sicuro di poterlo fare. Ora, invece, sono sicuro di poter essere al 100% Manuel Agnelli e voglio sfruttare la visibilità che mi da il programma per avere la possibilità di fare cose al di fuori di X Factor. Quest’anno, purtroppo, ho avuto pochissimo tempo per dedicarmi a questi progetti: tra il programma, il tour e la promozione di Folfiri o Folfox, il tour celebrativo dei 30 anni di carriera… e inoltre ho famiglia.

Come sta andando il tour celebrativo? E com’è cambiato il vostro pubblico dopo X Factor?
È cambiato ma non così tanto come si potrebbe pensare, ciò che facciamo noi rimane ostico per un pubblico generalista ed è normale che a molti non piaccia o non riescano a entrarci, o che non vogliano entrarci. Tuttavia, è successa una cosa un po’ strana, una parte del pubblico storico che non ci seguiva più è tornata a seguirci: forse un po’ per la visibilità e perché la tv ti mette in faccia alla persone, ma è come se siano tornati a riconoscersi in noi. Ti faccio un esempio, mi ricordo che quando i Nirvana pubblicarono Nevermind noi suonavamo già da tanti anni e seguivamo i gruppi che hanno ispirato Cobain. Quando loro, che erano quasi i nostri fratellini minori, sono esplosi a livello mondiale, ci siamo sentiti orgogliosi come se loro avessero dimostrato che noi avevamo ragione ad avere un certo tipo di attitudine e a suonare un certo tipo di musica. Credo che, nel nostro piccolo, sia successa la stessa cosa con una parte del nostro pubblico: si sono sentiti quasi legittimati dal fatto che quel modo di suonare, quell’approccio è arrivato finalmente in televisione, a tutti. È come se ribadissero “questa cosa è nostra, ci appartiene e siamo venuti ai concerti per dimostrarlo”.

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