Liam Gallagher: «Sono sempre stato solo»

Ieri è uscito 'As You Were', l'esordio solista del leggendario frontman degli Oasis, protagonista cover story del numero di settembre. «Sono un pugile che combatte con le mani dietro la schiena. Non ho bisogno di colpire la gente per mandarla al tappeto. Mi basta cantare»
Liam Gallagher Intervista Rolling Stone copertina

Liam Gallagher è sulla copertina del numero di Rolling Stone di settembre


«Aspetta un attimo, lo senti?». Liam Gallagher interrompe l’intervista e corre alla finestra della sua stanza d’albergo di Londra. «C’è una banda che sta marciando proprio qui sotto, e sta suonando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band!».

Quello che ha chiamato suo figlio Lennon, e che, se gli chiedi cosa lo ha spinto verso la musica, ti risponde «Imagine». «Non ho intenzione di cambiare, mai», dice con un ghigno. È appena tornato dal festival di Benicàssim, Spagna, dove ha presentato dal vivo il suo primo album solista, As You Were. È salito sul palco di pomeriggio, lontano dagli headliner, lui che è considerato la più grande rockstar della sua generazione, anche se oggi ama definirsi: «Una leggenda come tante».

Una dimostrazione di umiltà insolita per lui, e di dedizione alla causa. Lo aveva già fatto a Glastonbury, in quel luogo simbolo della musica inglese che ha visto il trionfo degli Oasis, con il concerto epico del 1995 e l’inizio del loro declino con quello sbiadito del 2004, con la band svuotata della propria energia dall’antagonismo esasperato tra Liam e Noel.

Dopo la fine degli Oasis nel 2009 e del progetto Beady Eye (la band che ha formato con gli ex membri degli Oasis Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock, con cui ha pubblicato due album entrati nella Top 5 in Inghilterra, Different Gear, Still Speeding e BE, e che ha sciolto con un tweet nel 2014), adesso Liam è solo. E non ha paura di niente. «Solo di perdere la voce e non poter cantare», dice «Perché questo è quello che faccio: canto rock’n’roll per gente che ama il rock’n’roll».

La banda che suona Sgt. Pepper’s sotto le sue finestre si è allontanata, Liam è di buonumore ed è pronto a raccontare perché ha deciso solo ora di farsi avanti da solo: «È arrivato il momento. È la mia ultima occasione, e me la voglio giocare con la mia faccia e il mio nome. In fondo si è sempre trattato di me: i Beady Eye ero io, gli Oasis ero io. Noel era solo il mio aiutante, quello che mi stava accanto con la chitarra».

Back in business”, come ha detto annunciando l’uscita di As You Were: il nostro ragazzo (“Our kid” come lo chiamano i media inglesi), il ragazzo terribile del rock britannico, è tornato ed è più in forma che mai.

«Sono felice di essere me stesso, sono l’unico che può essere davvero Liam, quindi vaffanculo! È una cosa naturale. Mi sto divertendo, il disco è piaciuto, ai concerti è venuta un sacco di gente, canto le canzoni degli Oasis che amo di più e anche i miei pezzi nuovi. È molto meglio andare in giro a cantare, che starmene a casa seduto sul divano a non fare niente. Non vedo l’ora di fare la prossima cazzo di data. La strada è lunga, capisci? Ma io resto concentrato e vado avanti, un fottuto concerto alla volta».

Dietro a lui, ben visibile sul palco, Liam piazza un cartello con una scritta che dice semplicemente “Rock’n’Roll”: «Non se la sta passando bene, sembra che non sia più di moda, capisci? Quel cartello serve a ricordare al pubblico di cosa si tratta, a farglielo entrare di nuovo in testa. Il rock’n’roll per me è come la ricetta di uno di quei piatti che ti prepara la mamma. Una cosa che si tramanda da una generazione all’altra e che non morirà mai, perché è buona. Per quanto mi riguarda è l’unica cosa che conta».

Eppure c’è stato un momento in cui Liam Gallagher ha pensato di mollare tutto e andarsene a vivere a Maiorca. «Ho passato quattro anni di merda (nel 2013 è iniziato un lungo divorzio da Nicole Appleton, ex cantante delle All Saints, che si è concluso da poco, ndr). Mi sentivo isolato, con le spalle al muro. Volevo scappare dall’Inghilterra, poi mi sono reso conto che non c’è un cazzo di posto in cui posso nascondermi. Forse sulla Luna».

A un certo punto, il peso della band che ha rappresentato l’epica metropolitana della working class inglese e la sua voglia di arrivare al successo a ogni costo è diventato difficile da sostenere, anche per uno spaccone come lui. Difficile sfuggire all’eco di quelle canzoni diventate inni nazionali un po’ ovunque, in Spagna e nel resto d’Europa, come in Inghilterra. «Gli Oasis sono stati grandi, i Beady Eye sono stati grandi ma venivano sempre paragonati agli Oasis. Sapevo che, se avessi formato un’altra band, questo fottuto gioco dei paragoni sarebbe andato avanti per sempre, e io non sono uno che sa fare cose molto diverse. Allora ho detto: “Ok stronzi, adesso provate a mettere a confronto Liam con Liam”».

È la vita, mate. Devi toccare il fondo prima di risalire

Messo alle corde, Liam ha tirato fuori la sua passione per il pugilato e ha tirato l’ultimo colpo a disposizione: scrivere canzoni. Proprio lui che è sempre stato un cantante, il protagonista scomodo e insostituibile dell’incredibile paradosso familiare degli Oasis, in cui solo grazie alla sua voce le canzoni scritte da suo fratello Noel (che a quanto pare è la persona che sopporta di meno al mondo) diventano grandi. «Mi sono sorpreso io per primo. Sinceramente pensavo che fosse finita. Mi sono ritrovato a dire: “Cazzo, il mio momento è passato”. Poi, all’improvviso, sono arrivate queste canzoni. Io sono un cantante e lo sarò sempre, non mi considero certo un cantautore. Ma sto imparando. Nemmeno Paul McCartney ha scritto Hey Jude in due minuti».

Il risultato sono le melodie aggressive e il suono classico di un album provato a Londra con il batterista Dan McDougall (che lo accompagna in tour insieme a una band, guidata dal chitarrista Mike Moore, che dal vivo suona meglio della prima formazione degli Oasis), scritto e registrato a Los Angeles con Greg Kurstin, produttore fra gli altri del supersingolo di Adele, Hello, e vincitore del Grammy nel 2017 nella categoria Producer of the Year. «La prima canzone che ho scritto è When I’m In Need e ovviamente è molto John Lennon, anche se ho ascoltato soprattutto i Sex Pistols in questo periodo. Poi ho scritto Greedy Soul e ho pensato: “Aspetta un attimo, non sono niente male. Mi piacciono”».

All’inizio voleva intitolare l’album Bold, e sarebbe stato un titolo adatto, poi ha scelto As You Were: «Che non significa niente, ma serve per dire a tutti che sono tornato. È la vita, mate. Devi toccare il fondo prima di risalire. L’importante è continuare a crederci e non gettare la spugna. Solo perché non puoi diventare più grande di prima, non significa che non puoi continuare a provarci».

In As You Were c’è tutto il suo atteggiamento, la sua arroganza inquieta, il suo modo di cantare dritto e il suo essere “mega” (l’unica parola che secondo lui lo descrive davvero), ma anche la voglia di raccontare per la prima volta qualcosa di sé. Tutte le canzoni dell’album, ha spiegato, hanno uno scopo ben preciso. Ce n’è persino una, For What It’s Worth, in cui: «Ho voluto chiedere scusa a tutti quelli che ho fatto incazzare nel corso della mia vita. A tutti, ma sicuramente non a Noel. È il pezzo più Oasis di tutti, piacerà ai fan». “In mia difesa, posso dire che le mie intenzioni sono sempre state buone”, canta nella prima strofa, poi più avanti, “Il diavolo mi ha aspettato sulla porta di casa fin dal giorno in cui sono nato”, e ancora: “Sono stato crocifisso solo per il fatto di esistere”.

Liam Gallagher non cambierà mai, questo è chiaro, ma forse è diventato un uomo diverso. Intanto ha deciso di non respingere il mondo che lo aspetta là fuori, ma di provare ad affrontarlo (ancora una mossa da pugile), e magari anche di farsi capire. «La rabbia per me è una fonte di energia inesauribile, senza dubbio», dice. «Ma oggi io non mi considero un tipo arrabbiato. È solo passione, capisci? Avrò sempre la stessa passione finché non finirò sottoterra. Quando canto la senti. Nessuno vuole vedere un cantante che sale sul palco e si tira indietro. Le canzoni che canto sono troppo importanti per la gente».

Liam Gallagher ha un accento impossibile, ma anche un modo di parlare e una mimica di strada che lo rendono facile da capire. Parla per immagini, scandisce le frasi come fossero cori da stadio. È immediato, parla di esperienze condivise e non si allontana mai dal suo passato. E si accende, subito, quando dentro in lui prende il sopravvento quel qualcosa che gli brucia dentro da quando aveva 11 anni ed è diventato «un diavolo», come ha raccontato la sua stessa madre, Peggy Gallagher, che lo ha cresciuto dopo la separazione da un padre violento e distante insieme ai fratelli Paul e Noel in una casa popolare al n.1 di Cranwell Drive, a Burnage.

Parte con una risposta e subito dopo spara una bordata: «C’è una bella differenza tra reinventare ed evolversi. Io mi sto evolvendo. Odio quando qualcuno dice: “Questo è il mio disco migliore”. Non esiste una cosa come il disco migliore della tua carriera, capisci? Credo di aver fatto un buon album, le canzoni sono belle e io canto bene, ma sai una cosa? Non c’è molto di più di questo. La gente si aspetta sempre un miracolo. Anche a me piacciono i miracoli, ma mi limito a fare la musica che mi emoziona. As You Were è un buon disco, ma non curerà il cancro». È come al pub: quando qualcuno ti fa ridere diventa difficile dargli torto.

«Che bisogno c’è di creare un nuovo tipo di musica, quando esiste il rock’n’roll? Te lo dico io qual è stata l’ultima musica nuova che abbiamo ascoltato: si chiama techno, ed è una merda! Dov’è finita oggi la fottuta techno? Qualcuno me lo sa dire? È solo la mia opinione, ma secondo me gran parte di questa roba dance non è in grado di durare nel tempo, perché non ha anima. Non dirmi che uno qualsiasi di quei coglioni che ballano in un campo per tre giorni di fila si alza il lunedì mattina per andare a lavorare, e ascolta quella merda techno senza che gli venga voglia di spararsi. Io so che posso ascoltare Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones senza droghe o Bridge Over Troubled Water di Simon and Garfunkel senza alcol, e saranno sempre grandiose».

Questo però vuol dire che in tutti questi anni non siamo stati in grado di creare una nuova musica decente? «Esattamente. Ci abbiamo provato, ma è andata così», risponde. «Il rock’n’roll è un modo per mettere in contatto persone diverse soltanto attraverso una canzone. E io, in quello, ci ho sempre cercato la sincerità».

La sua rivelazione è arrivata ascoltando gli Stone Roses («La prima band con le chitarre che mi ha mandato fuori di testa»). E da allora Liam ha voluto rappresentare quel suono che ha creato la geografia musicale di Manchester, fin da quando, nell’agosto del 1994, è comparso sulla copertina di Definitely Maybe, il primo album degli Oasis, sdraiato sul pavimento dell’appartamento di Paul “Bonehead” Arthurs al n.8 di Stratford Avenue. «Ho pensato: questo è quello che voglio fare. Mi sembrava un buon lavoro, visto che non volevo fare nient’altro nella mia vita. Ho formato la band con Bonehead e Guigsy, poi è arrivato Noel con le sue canzoni e il resto è storia».

Gli Oasis sono stati la band che in Inghilterra ha trascinato la cultura giovanile degli anni ’90 fuori dai rave e l’ha riportata nei concerti: “La cosa più importante, 20 anni fa, era una band che veniva dalle case popolari. La gente stava dalla nostra parte”, come ha detto Noel.

Liam Gallagher, in copertina sul nuovo numero di Rolling Stone in edicola a settembre

Per Liam, ossessionato fin da ragazzino dall’idea di entrare a far parte di un gruppo rock, la fine degli Oasis è stata una botta: «Venivamo dal nulla. Volevo tutto e lo volevo subito, in una fottuta esplosione di follia. Ho amato ogni minuto di quel momento. Per me era una questione di vita o di morte».

Una storia gloriosa consumata in fretta, dallo scantinato del club Boardwalk di Manchester, dove gli Oasis hanno iniziato a fare le prove, alle due date del 1996 a Knebworth Park davanti a 250.000 persone, fino a quando la band è andata fuori giri. La battuta di Liam nel documentario del 2016 di Mat Whitecross, Supersonic, che racconta i primi tre anni fulminanti degli Oasis, rimane imbattibile: “Gli Oasis sono come una cazzo di Ferrari: bella da vedere, bella da guidare, ma ogni tanto perdi il controllo se vai troppo veloce”.

La forza della band, e anche quello che l’ha distrutta, era il rapporto incendiario tra lui e Noel. “Eravamo una band alla Mike Tyson, sempre pronti a combattere. Non avremmo mai fatto dieci round e non saremmo mai arrivati ai punti”, dice il minore dei fratelli in una scena di Supersonic. “Avremmo dovuto sparire in una nuvola di fumo”, dice invece Noel.

Sono andati avanti a lungo, forse troppo, anche quando non si sopportavano più. “Lo abbiamo fatto per il pubblico, sono loro l’unica cosa importante”, hanno detto entrambi. Gli Oasis sono stati soprattutto una sensazione condivisa. “Nessuno si dimenticherà mai di come li abbiamo fatti sentire. L’amore, la rabbia, la passione e la gioia che venivano dalla folla, questa era l’essenza della band. Quando tutto sarà finito rimarranno solo le canzoni”.

Liam Gallagher. Foto di Roberto Finizio / Alamy / IPA

Oggi, di tutta quella storia, oltre alle canzoni e alle voci di reunion che si sono inseguite soprattutto negli ultimi mesi, è rimasta la battaglia infinita di insulti e frecciate tra Liam e Noel, nella quale Liam sembra divertirsi moltissimo. Anche perché è pienamente consapevole che un’epoca è finita: “Siamo stati gli ultimi e i più grandi. Non si ripeterà mai niente del genere, non perché fossimo migliori degli altri, ma perché non ce ne fregava niente”, ha detto.

E allora, adesso che non è più un “angry young man”, ma semplicemente uno “young adult”, come gli piace sottolineare, Liam ha imparato a gestire se stesso, la sua voce, e a non incasinare tutto: «Non sono così cattivo come dicono. Non vado in giro a prendere a calci le cose, non esco per andare a litigare con la gente, non succede mai. Se qualcuno mi fa incazzare, adesso semplicemente lo evito. Mi considero un bravo ragazzo, se mi incontri al pub puoi offrirmi una birra, non ci sono problemi. Ma solo una, perché ora bevo molto meno».

Arrivato a 45 anni, Liam Gallagher sembra aver trovato l’equilibrio perfetto tra l’atteggiamento che lo ha reso “mega” e la necessità di stare al mondo in mezzo agli altri (anche se Noel ha detto di lui: “È un uomo con una forchetta in mano in un mondo di zuppe”).

E, senza il peso degli Oasis sulle spalle, si sente ancora grande: «È come prepararsi a un incontro di boxe. Mi alleno, con l’aiuto di qualcuno che scrive le canzoni con me. Mi comporto bene, non sto più in piedi tutta la notte a fare lo stronzo. Poi, quando si tratta di andare là fuori e portare a termine un compito, allora tocca a me».

Nei primi concerti del tour di As You Were Liam è uscito sul palco indossando ogni sera lo stesso parka nero, abbottonato fino al collo, sia che facesse caldo o freddo: si è piazzato davanti al microfono che ha sempre usato come un’arma per sputare la sua rabbia, e ha camminato ondeggiando a destra e sinistra, con aria di sfida, prima di attaccare la prima strofa di Rock’n’Roll Star.

Come un pugile sul ring: «Con l’unica differenza che io combatto tenendo le mani dietro la schiena», ride. «Perché non ho bisogno di colpire la gente, per mandarla al tappeto. Mi basta cantare».

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