Liam Gallagher: «La musica di oggi è una merda»

Durante la nostra intervista sul numero di Rolling Stone in edicola, l'ex Oasis dice la sua sulla techno: «Non dirmi che uno qualsiasi di quei coglioni che ballano in un campo per tre giorni di fila si alza il lunedì mattina per andare a lavorare»

Un estratto dell’intervista esclusiva a Liam Gallagher, in copertina sul nuovo numero in edicola di Rolling Stone.

Liam Gallagher non cambierà mai, questo è chiaro, ma forse è diventato un uomo diverso. Intanto ha deciso di non respingere il mondo che lo aspetta là fuori, ma di provare ad affrontarlo (ancora una mossa da pugile), e magari anche di farsi capire. «La rabbia per me è una fonte di energia inesauribile, senza dubbio», dice. «Ma oggi io non mi considero un tipo arrabbiato. È solo passione, capisci? Avrò sempre la stessa passione finché non finirò sottoterra. Quando canto la senti. Nessuno vuole vedere un cantante che sale sul palco e si tira indietro. Le canzoni che canto sono troppo importanti per la gente».

Liam Gallagher ha un accento impossibile, ma anche un modo di parlare e una mimica di strada che lo rendono facile da capire. Parla per immagini, scandisce le frasi come fossero cori da stadio. È immediato, parla di esperienze condivise e non si allontana mai dal suo passato. E si accende, subito, quando dentro in lui prende il sopravvento quel qualcosa che gli brucia dentro da quando aveva 11 anni ed è diventato «un diavolo», come ha raccontato la sua stessa madre, Peggy Gallagher, che lo ha cresciuto dopo la separazione da un padre violento e distante insieme ai fratelli Paul e Noel in una casa popolare al n.1 di Cranwell Drive, a Burnage.

Liam Gallagher copertina Rolling Stone

Liam Gallagher è sulla copertina del numero di Rolling Stone in edicola

Parte con una risposta e subito dopo spara una bordata: «C’è una bella differenza tra reinventare ed evolversi. Io mi sto evolvendo. Odio quando qualcuno dice: “Questo è il mio disco migliore”. Non esiste una cosa come il disco migliore della tua carriera, capisci? Credo di aver fatto un buon album, le canzoni sono belle e io canto bene, ma sai una cosa? Non c’è molto di più di questo. La gente si aspetta sempre un miracolo. Anche a me piacciono i miracoli, ma mi limito a fare la musica che mi emoziona. As You Were è un buon disco, ma non curerà il cancro». È come al pub: quando qualcuno ti fa ridere diventa difficile dargli torto.

«Che bisogno c’è di creare un nuovo tipo di musica, quando esiste il rock’n’roll? Te lo dico io qual è stata l’ultima musica nuova che abbiamo ascoltato: si chiama techno, ed è una merda! Dov’è finita oggi la fottuta techno? Qualcuno me lo sa dire? È solo la mia opinione, ma secondo me gran parte di questa roba dance non è in grado di durare nel tempo, perché non ha anima. Non dirmi che uno qualsiasi di quei coglioni che ballano in un campo per tre giorni di fila si alza il lunedì mattina per andare a lavorare, e ascolta quella merda techno senza che gli venga voglia di spararsi. Io so che posso ascoltare Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones senza droghe o Bridge Over Troubled Water di Simon and Garfunkel senza alcol, e saranno sempre grandiose».

Questo però vuol dire che in tutti questi anni non siamo stati in grado di creare una nuova musica decente? «Esattamente. Ci abbiamo provato, ma è andata così», risponde. «Il rock’n’roll è un modo per mettere in contatto persone diverse soltanto attraverso una canzone. E io, in quello, ci ho sempre cercato la sincerità».

La sua rivelazione è arrivata ascoltando gli Stone Roses («La prima band con le chitarre che mi ha mandato fuori di testa»). E da allora Liam ha voluto rappresentare quel suono che ha creato la geografia musicale di Manchester, fin da quando, nell’agosto del 1994, è comparso sulla copertina di Definitely Maybe, il primo album degli Oasis, sdraiato sul pavimento dell’appartamento di Paul “Bonehead” Arthurs al n.8 di Stratford Avenue. «Ho pensato: questo è quello che voglio fare. Mi sembrava un buon lavoro, visto che non volevo fare nient’altro nella mia vita. Ho formato la band con Bonehead e Guigsy, poi è arrivato Noel con le sue canzoni e il resto è storia».

Gli Oasis sono stati la band che in Inghilterra ha trascinato la cultura giovanile degli anni ’90 fuori dai rave e l’ha riportata nei concerti: “La cosa più importante, 20 anni fa, era una band che veniva dalle case popolari. La gente stava dalla nostra parte”, come ha detto Noel.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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