La metamorfosi di Julian Casablancas

Con gli Strokes era sempre ubriaco e irascibile. Ora è tranquillo, ha un figlio di 4 anni, passa le notti a leggere e ha pubblicato un album con la sua nuova band
Julian Casablancas, 36 anni, ora suona con The Voidz, il gruppo che ha formato nel 2013

Julian Casablancas, 36 anni, ora suona con The Voidz, il gruppo che ha formato nel 2013


Questo posto non è male», afferma Julian Casablancas. Il 36enne frontman degli Strokes sta girando tra gli scaffali di una libreria indipendente a New York, a un paio di isolati dal suo appartamento nel Lower East Side. Sulla spalla della ragazza alla cassa c’è un furetto bianco, e sullo stereo gira un album di Jimmy Cliff.

Casablancas sfoglia una copia di How the World Works di Noam Chomsky, poi nota un libro sul CBGB, lo storico locale che ha visto nascere il punk, chiuso nel 2006: «Ci sono stato con gli Strokes, stavamo per suonare The Modern Age (video qui sotto, ndr) per la prima volta dal vivo e il fonico ci ha staccato l’audio», dice ricordando uno dei primi concerti del 2000, «dei veri stronzi. Ovviamente era un posto leggendario, ma quando hanno chiuso non ho versato una lacrima. Ho pensato: “E allora? Apritene uno nuovo a Times Square».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di novembre.
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La fase dei concerti nei club non è durata molto per gli Strokes. Un anno dopo quella serata al CBGBS, la band ha riportato al successo il rock di New York con il suo disco di debutto Is This It e ha aperto la strada a un’intera generazione di band, dai Black Keys agli Arctic Monkeys. «Hanno cominciato a chiamarci a suonare nei club perché eravamo considerati una band garage-rock. Ed è stato tutto merito degli Strokes», aveva dichiarato anche Dan Auerbach dei Black Keys.

Gli Strokes suonano “The Modern Age”:

Casablancas è diventato famoso in tutto il mondo come personificazione dello stile di New York: imperturbabile, elegante e completamente devastato. Oggi invece è sobrio, sposato, padre di un figlio di 4 anni, e passa la maggior parte del tempo nella sua nuova casa fuori New York. Quando fa tardi la sera è perché sta studiando qualche pagina del volume di Howard Zinn Storia del popolo americano dal 1492 ad oggi, o perché sta navigando su qualche sito web di sinistra come Truthout o Truthdig: «Qualunque cosa, purché abbia la parola “verità” dentro», dice con un sorriso compiaciuto.

Casablancas ha appena pubblicato con la sua etichetta un nuovo disco intitolato Tyranny, in cui canta accompagnato da una nuova band, The Voidz. È un album musicalmente intenso e carico di contenuti politici, molto lontano dai pezzi minimalisti degli Strokes. Ma a lui va bene così: «È il disco che avrei sempre voluto fare fin dal mio esordio solista», spiega riferendosi a Phrazes for the Young del 2009: «Ho voglia di creare qualcosa di grande come gli Strokes, se non di più, ma con molto più significato. Soprattutto adesso che sono un po’ più vecchio».

Il video di “Where No Eagles Fly” di Julian Casablancas+The Voidz:

Indossa jeans strappati e un giubbotto, è un po’ di basso profilo. Come interlocutore è serio e appassionato, ed è capace di discutere per ore di argomenti come la neutralità della Rete o la faziosità dei media. «È diventato affabile e socievole, non come quando l’ho conosciuto io», dice Ryan Gentles, manager degli Strokes dall’inizio della loro carriera. Casablancas lascia 5 dollari nella cassetta delle offerte ed esce dalla libreria.

Viene avvicinato da due fan che lo trattano come un vecchio amico. Un ragazzo con lo skateboard sotto braccio e il cappellino in testa gli dice che gli piacciono le nuove cose con i Voidz: «Grazie, amico», risponde lui, e poi aggiunge: «Quello sì che era un vero figo». Parte del fascino degli Strokes veniva dalla loro estrazione sociale, dal fatto di essere cresciuti negli ambienti più esclusivi di Manhattan. Il padre di Julian, John Casablancas, era il fondatore di Elite Model Management, l’agenzia che ha creato il concetto delle supermodel e ha lanciato Cindy Crawford e Naomi Campbell. Julian ha sempre avuto un rapporto difficile con John, che ha divorziato da sua madre (la modella danese Jeanette Christjansen) quando lui aveva 8 anni.

Ho voglia di creare qualcosa di grande come gli Strokes, se non di più, ma con molto più significato.

I problemi di Julian con l’alcol sono cominciati presto, già durante gli studi superiori, che poi ha abbandonato. «Era un tipo incredibilmente affascinante, inarrivabile», dice Julian di suo padre, che è morto nel 2013 in Brasile: «Credo di aver sempre cercato di avvicinarmi a lui e alla sua grandezza. Questo si è tradotto in una buona dose di ribellione giovanile».

Julian è cresciuto con il secondo marito di sua madre, l’artista e professore di origine ghanese Sam Adoquei, che gli ha fatto conoscere la musica del titano del funk nigeriano, Fela Kuti, e lo ha guidato in tutta la sua carriera, dandogli anche suggerimenti su come scrivere le canzoni. L’ispirazione è stata reciproca: Origin of Inspiration, il trattato scritto da Adoquei nel 2011 su come essere creativi, è pieno di idee che lui stesso dice di aver sperimentato sul piccolo Julian.

Nell’album Tyranny c’è di tutto, dall’hardcore punk ai ritmi africani, dagli assoli heavy metal fino alle voci robotiche: «L’idea è di colmare la distanza che percepisco quando ascolto un pezzo di world music e uno di metal». Suo padre John è morto mentre scriveva il disco, e il pezzo Human Sadness, lungo 11 minuti, sembra riferito a quel dolore. Soprattutto quando Julian cita il poeta persiano Rumi: “Oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo / Ti aspetterò laggiù”. «È stata un’emozione molto intensa», dice Julian: «Anche se non sei molto legato a tuo padre, quando viene a mancare è come se crollasse il tetto della casa».

Il video di “Human Sadness”:

Casablancas e i Voidz anno passato più di due anni a scrivere l’album, e lo hanno registrato in sette mesi in uno studio che si trova sopra la libreria Strand a Union Square, lavorando ogni notte dalle sette di sera fino all’alba. «Pensavo di essere un perfezionista, finché non ho incontrato Julian», dice il bassista dei Voidz Jake Bercovici, «Ci abbiamo messo 20 giorni solo per trovare il giusto suono della tastiera».

Poi Casablancas ricorda uanto abbia lottato per arrivare fin qui. Con il successo degli Strokes il divertimento giovanile si era trasformato in fretta in un problema serio con l’alcol. Era arrivato a bere vodka al mattino appena sveglio: «Da sbronzo ero affascinante e gradevole solo per il 10 per centodel tempo. Non fai altro che ripeterti: “Sono coraggioso, sono pazzo e posso bere quanto voglio”. Il problema è che in realtà non sei in grado di interagire con le persone. Pensi che sia una specie di siero della verità, in realtà è il siero per diventare uno stronzo». Il recupero è stato lungo: «I postumi della sbronza sono durati circa cinque anni. Dico sul serio, dal giorno in cui ho smesso di bere, per almeno quattro anni, sentivo che non ero io al 100 per cento».

Sono perfezionista. Ci abbiamo messo 20 giorni solo per trovare il giusto suono della tastiera.

Nel 2009 ha pubblicato il suo debutto solista Phrazes for the Young, che ha composto tutto da solo in casa con il suo laptop. Nello stesso periodo ha deciso di fare un passo indietro negli Strokes, lasciando agli altri il compito di scrivere le canzoni: «Per mantenere la pace». Il risultato è che gli ultimi due album della band, Angles del 2011 e Comedown Machine del 2013 mancano dei ritornelli e dell’impatto dei primi tre dischi: «Ho scelto di impormi meno nella band, perché non avevo voglia di discutere o litigare con gli altri. Il mio atteggiamento è diventato: “Vi piace di più così? Per me va bene”».

Nonostante questo, gli Strokes sono ancora molto seguiti dal vivo. Lo scorso maggio hanno fatto il primo concerto in tre anni al Capitol Theater di Port Chester, New York, e i fan sono arrivati da ogni parte del mondo per vederli. Poco tempo fa hanno suonato al New York Governor’s Ball e hanno fatto il pienone (quando Jack White è salito sul palco dopo di loro, il pubblico era notevolmente diminuito). Mentre mangia un’insalata di avocado in un locale dominicano, Julian ripensa a tutti i conflitti e le emozioni create dalla sua band: «È una soddisfazione sapere che hai fatto qualcosa di buono, ma è lo stesso problema che hanno alcuni attori: un film va bene al box office e ne fanno altri dieci tutti uguali, perché pensano che sia quello che vuole la gente. Se una cosa ha un valore commerciale non vuol dire che sia buona».

Casablancas all’epoca degli Strokes, mentre canta “Last Nite” (2001):

La sera prima dell’uscita di Tyranny, la band tiene un concerto segreto in un loft di Brooklyn con il nome di Rawk Hawks. Appena si sparge la voce, il posto si riempie di fan. Nonostante il caldo insopportabile, Casablancas sale sul palco indossando una giacca oversize dei New York Jets. Afferra il microfono e canta le nuove canzoni aggressive. Il suono è lontano anni luce da quello degli Strokes, ma le ragazze gridano a ogni suo movimento.

A Julian piace stare sul palco e si sentirebbe pronto anche a fare un tour con gli Strokes. Però dice: «È ancora divertente vedere la reazione della gente, ma se mi chiedi se mi smuove qualcosa dentro la risposta è no. Qualche giorno fa ho visto un tizio che suonava cover delle hit in classifica in un bar semivuoto. Probabilmente le aveva imparate da due giorni. E si divertiva più di me quando canto Last Nite. Mi ha fatto sorridere».