«La discografia è in difficoltà. Ma la musica resiste»: Linus, il punto sul pop

«I giovani più importanti in Italia sono Tiziano Ferro e Cremonini, ma ormai hanno quasi quarant’anni». Il direttore di Deejay ci spiega come funziona oggi il pop, nella sua radio e anche in quelle degli altri
linus deejay intervista

Si definisce un «decisionista» nonostante abbia sulla sua scrivania una tale quantità di penne e matite colorate da assomigliare al bancone di una cartoleria ed è facile immaginarselo mentre passa le giornate a scegliere con quale evidenziatore segnare il nuovo brano che poi diventerà un successo. Perché, in sostanza, questo fa Radio Deejay: scova brani con anni di anticipo rispetto alle altre emittenti e li passa fino a quando il pubblico non inizia ad apprezzarli davvero. Per farlo, appunto, ci vogliono le idee chiare e tanta ostinazione. Perché da noi c’è il vizio che quando un artista italiano diventa troppo famoso e pop, poi viene subito criticato e abbandonato dai fan. In più ci sono i programmatori musicali pigri – anche i suoi a volte, e ci litiga spesso – che finiscono con il passare sempre gli stessi nomi. Una lunga chiacchierata dove ci restituisce un ritratto approfondito di come funziona la radio in Italia. L’intervista a Linus.

Come funziona Radio Deejay e chi sceglie la musica da passare tutti i giorni?
C’è un ufficio che fa la programmazione musicale e da sempre, praticamente da quando Deejay esiste, fa capo a Dario Usuelli, con cui dialogo regolarmente. Noi siamo nati come una radio giovane, sia come proposta musicale, sia come età delle persone che ci lavoravano. Con il passare del tempo siamo cresciuti ed è cresciuto anche il pubblico. Se nel 1985 il nostro ascoltatore medio aveva diciott’anni, oggi ne ha tranquillamente venti in più. Il punto è trovare un buon compromesso tra una linea coerente con il nome della radio stessa – Deejay deve essere propositiva, giovane, moderna – e il gusto più adulto dei nostri ascoltatori.

Una faticaccia.
Sì, non è facile trovare questo equilibrio. Tieni presente che siamo una radio commerciale, non siamo una radio come Capital o Virgin che fanno due milioni di ascoltatori al giorno, noi dobbiamo farne almeno cinque. Dobbiamo proporre musica per la massa, non siamo una radio di fighetti. Il problema è che oggi la maggior parte delle cose che escono sono drammaticamente giovani, non è nelle mie corde annunciare l’ennesimo producer diciottenne norvegese o il progetto latino-americano. Stiamo cercando disperatamente una strada a metà tra quella da cui arrivavamo e quella dove andremo.

Con la musica italiana che rapporto avete?
Migliore rispetto al passato. Quando sono arrivato qui nel 1984 la musica italiana non la si metteva, al massimo era musica dance fatta in Italia ma non cantata in italiano. Per fortuna, dagli ultimi dieci anni a questa parte, esiste tanta musica italiana che suona in una maniera compatibile con gli standard di una radio come la nostra ed è stato possibile promuovere nomi come Brunori o i Thegiornalisti.

È come se recentemente si fosse accesa una grande attenzione che prima non c’era e i concerti hanno iniziato a riempirsi di moltissima gente. È solo una bolla momentanea o c’è di più?
Secondo me sono le fondamenta di qualcosa che deve ancora arrivare. Esiste tutta una categoria di personaggi, chiamiamoli “indie” – i Tre allegri ragazzi morti, Le luci della centrale elettrica, ecc – che sono sicuramente interessanti ma che difficilmente faranno un salto di popolarità definitivo. Forse non gli interessa neanche, sicuramente nelle loro corde non c’è quella ruffianeria lì. Brunori è stato un caso limite, pur non essendo un personaggio facile.

Ma se è il più simpatico di tutti.
Da intervistare è meraviglioso, li vorrei tutti come lui, almeno ci fai due risate e nel frattempo dici cose interessanti, ma nei primi dischi era più intimista, solo in quest’ultimo ci sono un paio di pezzi che possono essere passati in radio. È un po’ la linea di congiunzione tra l’alternativo e il pop. Di veramente pop adesso ci sono solo i Thegiornalisti ma che, una volta venuti fuori, non gli hanno più perdonato di essere pop, che è una delle cose ridicole tipiche dell’Italia.

Da noi è facile che tutto funzioni per tifoserie ed è un attimo diventare l’incarnazione del male assoluto.
È il nostro solito provincialismo.

Calcutta, Thegiornalisti, Cosmo, per almeno due anni li abbiamo messi soltanto noi mentre le altre emittenti passavano solo Bianca Atzei


In questo nuovo momento di forte attenzione verso la musica italiana Deejay che ruolo ha avuto?
Noi abbiamo fatto il lavoro sporco per conto delle altre radio. Calcutta, Thegiornalisti, Cosmo, per almeno due anni li abbiamo messi soltanto noi mentre le altre emittenti passavano solo Bianca Atzei. Noi abbiamo fatto lo sbarco in Normandia: abbiamo preso le prime pallottole, perché la prima volta che mettevamo queste canzoni magari alla gente non piacevano nemmeno, poi quando sono diventate dei successi sono arrivati gli altri e si sono ritrovati la spiaggia pulita.

Si può dire che Calcutta e Thegiornalisti abbiano aperto la strada agli altri cosiddetti “indie”, o sono mode e definizioni che non vi interessano?
Non è una questione di mode, il fatto di aver trovato delle cose nostrane che suonavano bene in mezzo a quelle internazionali ci ha aperto un po’ gli occhi su tutta una serie di altri prodotti. Ce li siamo proprio andati a cercare. Quando capita che mettiamo un determinato gruppo e poi questi chiamano per ringraziarci, io gli rispondo che sono io a dover ringraziare loro. Non ne hai così tanti di pezzi che sono innovativi, suonano bene in radio e non corrispondono alla solita musica italiana mainstream, un buon esempio è Liberato.

In quel caso vi è piaciuto il brano o tutta l’operazione mediatica che gli è stata costruita attorno?
Il pezzo vale il 90% del motivo per cui l’abbiamo suonato. È divertente questo mistero che sta intorno a chi lo canta o a chi l’abbia prodotto, ma è il pezzo che è forte, il resto non è così importante.

Spesso la classifica global di Spotify non è così diversa dalla nostra top 50, siamo più esterofili di quando si creda?
Non direi che siamo così esterofili. Secondo me è più legato al fatto che chi usa un device o un’applicazione come Spotify ha un atteggiamento più esterofilo rispetto a quello che invece si accontenta di sentire la musica attraverso i canali tradizionali.

Chi sono i tuoi competitor, le altre radio o le piattaforme di streaming?
Io credo che Spotify e Deejay viaggino su binari completamente separati, c’è un momento della giornata in cui è indispensabile avere Radio Deejay e un altro in cui è perfetto avere Spotify, è difficile che ci sia concorrenza. Rispetto alle altre radio, ti dire che ho più paura di noi stessi. Tu segui il calcio?

Non ne so assolutamente nulla.
(ride) Allora userò volutamente una metafora calcistica. Negli anni ’90 ci fu il cosiddetto Milan degli invincibili: Maldini, Gullit, van Basten, era una squadra così forte che, quando ha iniziato a perdere colpi perché i giocatori stavano invecchiando, nessuno aveva il coraggio di rinnovarla per rispetto di questi grandi senatori. Mi rendo conto che suonerà presuntuoso, ma siamo una squadra fatta dai migliori dj radiofonici del momento. È talmente perfetta che ho il terrore del momento in cui questa perfezione non sarà più tale e dovrà essere rinnovata. È l’unica cosa che mi preoccupa.

Negli ultimi anni abbiamo visto diverse pagine Facebook – Rovazzi in testa – che hanno sfornato hit musicali. Per te è una tendenza interessante o, dopotutto, non è poi così strano che personaggi famosi ci provino anche con la musica?
Beh, interessante lo è senz’altro, al massimo fai fatica a catalogarla come musica. Mi viene in mente, e giuro che non vorrei essere irrispettoso, un momento negli anni settanta dove in testa alle classifiche arrivarono brani improbabili come Oh Nina di Lino Toffolo, Viva viva sant’Eusebio! di Nino Manfredi o La bella tartaruga di Bruno Lauzi. Chiaramente riascoltate oggi fanno un po’ di tenerezza, per non dire peggio, ma le cose che fa Rovazzi non sono molto differenti. È una persona molto intelligente che ha imparato a usare bene tutte le armi offerte oggi dalla comunicazione online, ma Rovazzi è il primo a non definirsi un cantante.

La musica è importante per gli italiani?
Certamente. Quando dicono che la musica è in crisi, sbagliano il riferimento. È l’industria discografica ad esserlo, ma non si può dire che non ci sia musica in giro. Io invidio i diciottenni di adesso che possono accedere a qualsiasi canzone con una facilità incredibile.

Sicuramente il nostro pop non è dinamico come quello americano dove The Weeknd, in una manciata di anni, passa da artista di nicchia a star internazionale. Da noi succederà mai?
Noi siamo molto più lenti, credo che l’industria discografica italiana sia in difficoltà. Non c’è oggi tra le major una struttura in grado di scovare, produrre e crescere i talenti. I giovani più importanti in Italia sono Tiziano Ferro e Cremonini, ma ormai hanno quasi quarant’anni. Non c’è un trentenne forte, c’è Ghali ma è più giovane, fa parte di un’altra generazione ancora.

Quando ho intervistato alcuni addetti ai lavori sul perché il pop italiano non riesca a darsi una svecchiata capitava spesso lo scaricabarile: l’autore incolpava il produttore, il produttore se la prendeva con il discografico o con le radio. Vuoi dire la tua?
Questa roba che la colpa è delle radio mi ha sempre fatto molto ridere, se non arrabbiare. Ci danno una responsabilità superiore a quella che abbiamo.

Noi siamo molto più lenti, credo che l’industria discografica italiana sia in difficoltà


Però tu prima parlavi di standard radiofonici.
Tra le cinque grandi sorelle, ovvero le cinque radio che in Italia stanno intorno ai cinque milioni di ascoltatori giornalieri, questa roba esiste, ma da noi no. Poi sbagliamo anche noi, sia chiaro. Una delle cose che rimprovero più spesso ai ragazzi della programmazione è questa: c’è un cantante sconosciuto che fa un singolo e fa successo, esaurisce il momento di quel brano e ne fa uscire un altro e viene automaticamente inserito in rotazione. Non si fa così, se il pezzo non è assolutamente bello non si mette. Magari loro sono anche pressati dalle case discografiche, ma un pezzo se lo deve meritare di passare in onda.

Ci sono etichette che possono permettersi di fare pressione a Radio Deejay?
Beh, si tratta sempre di richieste informali. Il nostro lavoro è fatto di relazioni, capita che ci chiedano una mano su determinati artisti, facciamo il possibile. Il punto è che spesso guardo l’airplay delle cento canzoni più suonate dalle radio italiane e ci trovo tutti quei brani che piacciono tanto ai programmatori musicali ma che alla gente comune non gliene frega in cazzo. Intendo tutti cantanti “medi”, italiani o stranieri che siano, che per radio non danno fastidio e magari hanno anche un discreto pedigree, ma non hanno personalità. La radio italiana è piena zeppa di cose di questo genere.

Un dj patisce i tormentoni o li apprezza?
È come se fosse una specie di contrappasso, li detesta perché poi è costretto a subirseli per mesi e mesi. Noi siamo stati i primi passare Despacito, se ci pensi fa ridere.

È comunque una bella canzone.
È una canzone, secondo me, bellissima. Non sono un appassionato di musica latina ma mi piace tenere d’occhio quello che succede in giro per il mondo e quattro mesi fa mi sono accorto che il brano stava diventando un successo un po’ ovunque. Ed era un pezzo fatto benissimo ma, ora che la sento così spesso, fatico anche io a sopportarla.

In uno dei tuoi libri dici che la più grande paura del dj è la “sensazione del parlare al nulla”, ovvero temere che nessuno dall’altra parte ti stia ascoltando. Ormai l’avrai superata, no?
Chiaramente, ma sicuramente un dj vive della consapevolezza che qualcuno, da qualche parte, lo ascolti. La radio è meglio della televisione: la tv crea una sorta di vicinanza fisica ma non affettiva, chi mi ascolta per radio invece mi tratta come uno di famiglia. Sarà superficiale, ma è comunque bello.

Nonostante le apparenze mi sembri una persona parecchio riservata, sbaglio?
Sono molto riservato, sembra il contrario perché in radio snocciolo tutti i miei cazzi, ma in verità dico giusto quelli che possono servire al racconto che sto facendo in quel momento. È una commedia, la gente pensa realmente di conoscermi ma, del mio privato, le persone sanno solo quello che io voglio che si sappia.

In tutte le interviste, anche quando non te lo chiedono, ci tieni sempre a ribadire che sei terrorizzato dall’idea di invecchiare, mi chiedo come faccia uno che fa il tuo lavoro a convivere con una paura simile.
(ride) Sfido chiunque a non averla. Fondamentalmente ci riesco perché, se la parte più stressante e faticosa della giornata viene occupata dal gestire la radio, quando mi ritrovo a fare solo il mio programma è come se tornassi in cameretta a giocare. In più ho una tendenza all’insoddisfazione autolesionista che mi spinge sempre a fare meglio e, quando ci riesco, la cosa mi gratifica talmente da spingermi ad andare avanti.

La consapevolezza di influire così tanto sul gusto delle persone che effetto ti fa?
Faccio finta che la cosa non mi emozioni per niente ma, in realtà, è molto gratificante. Sapere che hai scelto un pezzo e l’hai spinto fino a quando non è diventato un successo è bello. Oppure, facendo un esempio extra musicale, ho portato decine di migliaia di persone a correre. Me lo dicono spesso gli addetti ai lavori o la stessa federazione, se c’è una persona che devono ringraziare in questo paese, quello sono io.

Te la stai tirando?
No dai, è divertente questa cosa (ride). Dopo la corsa c’è stata la bicicletta o la passione per i cani. Se io volessi cavalcare la cosa del cane e organizzare domani la Deejay dog, sono sicuro che sarebbe un grandissimo successo.

Mi stai dicendo che scendi in campo?
No, purtroppo non c’ho il carattere, sai? Mi piacerebbe e sarei anche bravo perché parlare alle persone è quello che faccio in tutti i giorni. Ma non ho la stoffa adatta per la politica.

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