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Grandmaster Flash: «L’underground non esiste più»

Abbiamo fatto ascoltare a Flash la Dark Polo Gang… e abbiamo fatto due chiacchiere sul mondo dell’hip hop dai block party a oggi

Grandmaster Flash, foto via Facebook

South Bronx, primi anni settanta: il giovane Joseph Saddler è ossessionato dai giradischi e da una nuova, acerba, forma musicale che sta reinventando il modo di fare festa. Non c’erano club, non esistevano cdj, internet, Facebook, Instagram, Twitter, Serato, Tracktor, mp3 ma solo due giradischi e un mixer, i parchi tra i palazzi e il quadro elettrico dei pali della luce a cui allacciare i cavi dell’impianto per la consolle. Kool Herc aveva forgiato le basi dell’hip hop, Afrika Bambaataa ci aveva costruito sopra una comunità ma, come forma d’arte, l’hip hop era ancora molto grezza. Joseph comincia a sperimentare: diventa Grandmaster Flash, lo scienziato pazzo che “sconsacra” i vinili poggiandoci sopra le dita e segnando con un pastello a cera l’inizio del break. Da quel momento in poi, il beat non avrebbe più subito i goffi movimenti della puntina sul piatto e con la sua Quick Mix Theory, l’elemento del djing non sarebbe più stato lo stesso.

Grandmaster Flash è rinomato per essere quello che ha definito l’arte dei break, ma anche per aver pubblicato, con i Furious Five, il primo disco di conscious rap. E’ anche noto per essere uno stronzo intergalattico con i giornalisti, ma non è così: è un artista che parla della sua musica a cuore aperto e che sta portando in giro per il mondo il suo spettacolo, Hip Hop people, places and things, per istruire le nuove leve di hip hoppers con la storia del movimento che è diventato il business più grande del mondo. «Devono capire che le big star di oggi erano poverissime quando hanno iniziato e che questa cultura è nata in uno dei quartieri più malfamati della New York degli anni Settanta», ci ha spiegato mentre aspettava che il suo pollo arrivasse sul tavolo di un noto hotel romano. Domenica era al Goa Club di Roma per la prima di una serie di serate dedicate alla cultura Hip Hop e organizzate da Goaultrabeat e Touch the Wood in partnership con Ginnika.

Grandmaster Flash, foto di Martina Mariotti

E’ un dj che ti trascina nel suo percorso incitandoti a rimanergli attaccato alle chiappe. E allora, anche se dell’hip hop non te ne frega niente, non riesci a restare immobile nell’angolo libero del locale, il cerchio dei b-boy ti fa venire voglia di improvvisare un footwork ridicolissimo, e non vuoi andartene anche se i pezzi che sta suonando li hai già sentiti milioni di volte. Il suo show è iniziato quando sullo schermo dietro la consolle sono arrivate le immagini del suo mini documentario sulla genesi dell’hip hop, dalla Holy Trinity composta da Kool Herc, Afrika Bambaata e GMF, agli ultimi volti che hanno fatto sì che quel movimento, basato sui quattro elementi, deejaying, emceeing, breaking e writing, divenisse il genere musicale dei soldoni veri del Ventunesimo secolo.

Pensando a quei quattro elementi, credi ce ne siamo perso qualcuno per strada?
Credo che quello che sia successo è semplicemente che questi elementi hanno continuato a muoversi, a girare intorno. All’inizio i dj erano l’elemento più importante, ora sono i rapper, dieci anni fa lo erano i graffiti, venti anni fa i b-boy. Cambiano costantemente ed è la cosa che amo di più: l’evoluzione di una cultura.

Tu, i Run DMC, Marley Marl, il gangsta rap, Rakim… avete tutti modificato ed evoluto l’estetica dell’hip hop. Chi credi oggi stia facendo questo?
Se devo pensare a un rapper, Kendrick Lamar ha avuto il coraggio di dire: io sarò così, e nessun altro sarà come me se non io. Le produzioni di Drake hanno un sound pazzesco. I breakdancer sono fortissimi in ogni paese che ho visitato. Alcuni dei graffiti più belli, invece, sono quelli degli artisti di San Paolo, in Brasile. I quattro elementi ci sono ancora, in posti diversi, ma sempre stravolgenti, ed è bellissimo vederli allinearsi quando suono.

Non hai suonato Kendrick Lamar al Goa
Non ci sono riuscito. Questo è il mio problema: quando quello che metto funziona non bado molto al tempo che passa, così finisce sempre che arrivo a un punto che sono esausto. Di solito suono preparando il dance floor al passo successivo, warm up, warm up, warm up, ma ieri non sono arrivato al reparto good new music.

Hai fatto parte del movimento hip hop dall’inizio, e sono passati più di quarant’anni. Credi sia ancora un movimento o solo un grande business?
Entrambi. Il business ha dato la possibilità ad altri di entrarne a far parte per creare nuovi stili. Quando ho iniziato a fare hip hop il movimento culturale era la parte principale, allora era una grande famiglia. Per alcuni lo è rimasta, ma oggi quello che conta è pubblicare grandi dischi, fare grandi promozioni, avere grandi etichette, manager. Per me è stata comunque una fortuna, non mi troverei qui a parlare con te se non fosse diventato un business.

Foto di Martina Mariotti

Nei visual del tuo show scorreva una frase ripetutamente: Music has no color
Nel periodo in cui il dj era l’aspetto più importante, andavamo nei negozi di dischi e sceglievamo quello che ci piaceva senza pensare se l’artista che l’aveva creato era bianco, nero, portoricano o italiano, cercavamo solo la musica migliore. Se questa era Computer Game della Yellow Magic Orchestra dal Giappone, o Apache dall’Inghilterra, o Bob James che veniva dal jazz ma aveva un cut nell’album che poteva essere una base hip hop, non ci importava. Cercavamo gli sconosciuti, suonavamo di tutto e volevamo catturare l’attenzione della gente che veniva ai nostri blockparty. Oggi alcuni artisti sono così famosi da essere sopravvalutati e ritenuti fortissimi. E questo per me può rappresentare una divisione tra i big e i meno noti. Ma credo non esista più l’underground, con internet non c’è più niente di poco conosciuto, ci sono solo quelli più popolari o meno, ma continuano sempre ad essere hip hop.

Perché hai scelto di aprire il set al Goa con Apache?
E’ stata la prima canzone che Kool Herc ha reso importante. Quel pezzo fu molto efficace negli anni ’70, fu estremamente accettata e decisiva sul dance floor. La suono per prima la maggior parte delle volte. Oppure metto Take Me To The Mardi Gras di Bob James, che generalmente suono per seconda (ride, ndr). Provo lo stesso rispetto per questi due pezzi, sono allo stesso livello per potenza.

Quando hai iniziato le basi le creavano i dj. Oggi ci pensano i producer. Che il ruolo dei dj, che credi sia stato dimenticato dal mondo dell’hip hop, sia scivolato in quello dei producer?
Giusto. Alcuni dei producer migliori che hanno creato molti dei dischi più importanti degli anni 80 erano dj e pensavano come dj: Premier, Dre, Pete Rock, Dj Scratch, Diddy. Quando pensi come un dj conosci i sound e gli arrangiamenti di quei sound. Quando hai anche i giusti sample, non può che essere incredibile. Mi inchino a tutti quei producer che hanno avuto il coraggio di sperimentare e di fare di quei sound quello che volevano, ma anche ai rapper straordinari che hanno raccontato le loro storie. Grazie a loro io sono qui a Roma, ho visto il Colosseo un’ora e mezza fa, chi l’avrebbe mai immaginato.

Foto di Martina Mariotti

Richie Hawtin divide in due categorie il mondo dei dj: quelli che si limitano a suonare una playlist, e gli altri, i performer dj, che strutturano uno show, dalla musica ai visual
Io credo di essere entrambi, ma solo perché voglio che la cultura hip hop sia conosciuta a un determinato livello e ho bisogno di diversi supporti per farlo. Rifiuto le offerte dei promoter che non mi permettono di montare uno schermo sul palco perché ora, siccome l’hip hop è diventato così grande, qualcuno nel mondo del giornalismo sostiene sia solo una cosa da big star. Dobbiamo mostrare alla gente dove viveva Jay Z quando era povero, dov’ero io quando mi sentivo a pezzi, o Biggie Small quando non era nessuno. Una parte del mio show è dedicata a quelli che non ci sono più come Prodigy, ODB, Heavy D, Big Pun, MCA, Jam Master Jay, Tupac, e che hanno creato molta della migliore musica del mondo. I più giovani devono capire perché dico che l’hip hop viene dal pop, dal rock, dal jazz, blues, funk, disco, R&B. Non puoi rappare se non hai musica. Poi, certo, ci sono rapper che conosco che possono farlo a orecchio, come Jay Z, e band che suonano hip hop ma che non possono essere atterrate su questo pianeta dal nulla, il loro sound ha le basi nella musica del mio periodo, quando non c’erano drum machine, tecnologie, mpc, computer, niente di niente eccetto due copie di un disco dove espandere il brake. Per altri cinque anni registrerò solo materiale per ampliare la documentazione per i visual. Uno show musicale è molto più istruttivo di una lezione universitaria. Ti sto dando musica ma ti sto anche insegnando. Ti do la conoscenza ma anche il miele. Niente video, niente GMF.

C’erano davvero tutte quelle tensioni tra il mondo della disco e voi, o quelli di The Get Down hanno esagerato?
Ma eravamo una cosa minuscola rispetto alla disco e per noi era più importante riuscire a trovare i 12” disco che avevano quel break di batteria su cui scratchare: Indiscreet di DC LaRue, Got To Be Real di Cheryl Lynn, Dance to The Drummer’s Beat, erano considerati disco ma erano dei grandi break. Non ci piaceva l’idea di questo grande mostro disco ma alcuni pezzi facevano parte di noi. Loro erano il grande occhio che ci osservava e noi eravamo solo dei ragazzini. L’hip hop non è mai stato l‘alternativa alla disco ma l’inclusione della disco, del funk, del rock, dell’alternative, del jazz… Andavamo nei negozi di dischi cercando il beat perfetto nelle pile di generi diversi. E’ grazie all’inclusione che i producer più forti sono entrati in studio e hanno aggiunto nuovi step, fino a farlo diventare un grande business. E ancora oggi è così. Ascoltavo Mask Off di Future: il sample è di Prison Song di Carlton Williams, che un pezzo degli anni settanta, e ho pensato che questo Future fosse un fottuto genio!

Grandmaster Flash, foto di Martina Mariotti

Hai mai campionato un disco italiano?
Suonavo un break italiano, ma non ne so il nome perché l’avevo cancellato sull’etichetta per evitare che qualcun altro lo usasse.

Pensando alle nuove generazioni, cosa pensi della musica Trap?
I think it’s dope, è pazzesca, it’s a music with attitudes (cit. dei N.W.A, ndr). Quando suono lo faccio con quell’attitudine, è bellissima, è tutta giocata sulle forme d’onda e su come questi ragazzini riescono a modificarle. La amo.

In Italia è uno degli ultimi fenomeni
Veramente?

Qui a Roma c’è la Dark Polo Gang. A questo punto, te li faccio sentire
Non voglio dare giudizi, quindi l’ascolterò e basta.

Metto Cono Gelato (non chiedetemi perché, ndr)
Suona come la trap di Ice Cube (mentre gira l’intro del carillon distorto, ndr).

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