Frah Quintale: «Se devo andare a fondo, preferisco andarci da solo»

È uno dei nomi che più ci ha colpito quest’anno, ci racconta come, per lui, fare musica sia terapeutico

Frah Quintale, foto press


Chi è Frah Quintale? È sicuramente uno dei rapper più interessanti del 2017. È quello che si è costruito una maschera gigante con sopra la sua faccia – «l’idea mi faceva troppo ridere, se ci pensi è troppo stupida come cosa, perché ti stai mascherando ma stai comunque mostrando il tuo volto» – ed è quello che, meglio di molti altri, è riuscito a mettere nelle sue canzoni le emozioni più intime, in primis le relazioni che finiscono. Perché il cosiddetto amore 2.0 è davvero un «big drama», come dice lui stesso, e in questi casi la tecnologia non fa che peggiorare le cose: «quando non c’erano i social se ti lasciavi non avevi poi un modo così preciso per sapere come stava la tua ex. Oggi ricevi un gigantesco schiaffone perché stai ad osservare una persona che continua la sua vita senza di te, ed è un attimo che nella tua testa tutto diventi più romanzato e cinematografico». Di questo e di molto altro si parla in una lunga intervista che parte dal rap e dai treni dipinti nel cuore della notte, ma finisce spiegando come la musica sia per lui una terapia che l’ha salvato nei momenti più brutti.

Frah Quintale, foto press

Partiamo dall’inizio: la tua prima canzone in assoluto quando l’hai scritta?
È strano perché, fin da piccolo, ho sempre scritto canzoni. Alle elementari avevo una maestra che nell’ora di musica ci metteva a gruppi e ci chiedeva di creare una canzone tutti insieme. Oppure mi ricordo che, ogni volta che io e mi fratello da piccoli andavamo in una vacanza, durante il viaggio di ritorno inventavamo canzoncine sulle cose che avevamo fatto o che avevamo visto. Quando mi sono avvicinato al rap, invece, preferivo il freestyle e non mi interessava così tanto scrivere. Penso che la mia prima vera canzone rap sia arrivata intorno al 2005.

Il tuo mito da adolescente chi era?
Di italiani adoravo Bassi Maestro, Joe Cassano, i Club Dogo e altri ancora. Di americani invece ero super fan dei Gang Starr – Moment of truth l’ho letteralmente consumato – e poi ho scoperto MF Doom, Madlib e tutta la scuola Stone Throw, che è stata un’altra influenza importantissima per la mia musica. Hanno sempre fatto cose super avanti, a partire dalla ricerca sonora fino ad arrivare alle copertine. Mi sono sempre detto: «questo è lo standard a cui voglio aspirare, uscire dai canoni classici dell’hip hop, andare oltre».

Molti oggi ti mettono nel calderone dell’indie che si mescola al rap, ovvero di quelli che magari preferiscono citare Calcutta rispetto ai Sangue Misto. Che ne ne pensi?
Negli anni si sono aperte molte strade diverse per cui se tu fai rap non per forza devi venire dal rap. Io sono sempre stato un fan di Neffa e di Gruff, ho iniziato in un momento dove se volevi fare rap dovevi (sottolinea la parola, nda) conoscere determinare cose e dovevi avere uno specifico bagaglio culturale. Magari i giovani di oggi non si sentono obbligati a fare determinate ricerche. Per dire, in molti conoscono Gué Pequeno ma non i Sacre Scuole.

E a te questa cosa piace?
Secondo me è figo. Perché nella musica uno dovrebbe sentirsi obbligato ad ascoltare qualcosa per fare qualcos’altro? Al netto che fare ricerca è sempre consigliato, è bello che ognuno scopra la musica nel modo che più preferisce. Si sono aperte le porte a tanti sottogeneri ma che comunque rimangono sotto questa macro-etichetta che è il rap italiano. C’è un botto di roba nuova e c’è un botto di gente nuova che fa robe fighe.

Al netto che non siamo in America e che da noi la cultura hip hop si è sviluppata più tardi e in forme diverse, era importante per te appartenere a “qualcosa”?
Io ci credevo come un pazzo! È vero che non eravamo in America e che non avevamo radici così profonde, ma allo stesso tempo abbiamo creato un nostro stile e un nostro linguaggio. Prendi ad esempio il writing: ora con internet è cambiato tutto ma, anche solo 10 anni fa, capivi bene la differenza tra un graffito svedese, uno francese e uno italiano. Non solo: lo stile di Milano era diverso da quello di Roma e così in altre città. Se in un posto c’era un writer più forte degli altri, allora tutti provavano a copiarlo sviluppando così correnti diverse. Il nostro più grande merito, in Italia, è stato di creare tutta questa roba dal nulla.

Al writing come ci sei arrivato?
Ho iniziato abbastanza presto, a undici anni, perché mio fratello andava in skate e si era avvicinato a questo mondo; il primo treno l’avrò fatto intorno ai sedici-diciassette. È stato un momento decisamente formativo: tra i writer c’è questa regola non scritta che ti spinge ad essere estremamente originale e sempre riconoscibile, anche solo per la scelta dei colori, per come fai le lettere o per come tiri le linee. Devi imporre il tuo stile, ed è una cosa che ho poi portato anche nella mia musica.

Vivere la stazione di notte è sempre un’esperienza notevole, vero?
È come affrontare una missione. Arrivi nel parcheggio della stazione, scuoti le bombolette, le metti nello zaino, entri scavalcando. Nella crew c’è un senso di appartenenza forte dove ognuno guarda le spalle all’altro. Alla fine state correndo un rischio tutti insieme e, quando hai finito, è come aver vinto una partita. I miei coetanei giocavano a calcio, io dipingevo. Per me non c’era cosa più potente.

Che poi è quello che racconti in Nei treni la notte.
È la canzone di cui vado più fiero in assoluto. Lo vedi anche dal vivo, capisci che è un pezzo super sentito, è super vero. Ogni strofa spiega da dove vengo e dove sto andando. È una canzone a cui voglio bene come a un figlio, anche perché non c’è stata bisogno di scriverla, ho acceso il microfono e, come un flusso di coscienza, mi sono messo a cantarla. Non l’ho nemmeno riregistrata, quelli che ascolti sono direttamente i primi take usciti in quel momento.

A differenza di parecchi tuoi colleghi c’è un’emotività molto marcata nei tuoi pezzi, non ti poni mai dei limiti nel metterti così a nudo?
Per me la musica è più di una valvola di sfogo, è una terapia. Magari potrebbe sembrare una strumentalizzazione dei miei sentimenti, ma se sento un pezzo e mi emoziona, non posso poi nasconderlo, non sarei io. La musica la faccio in primis per me, se dico delle cose è perché sento il bisogno di sfogarle in qualche modo.

Non ti è mai venuto il dubbio di sembrare troppo sdolcinato?
In realtà no. Nei miei testi trovi un equilibrio che mette insieme frasi e registri diversi. Prendi Floppino, nello stesso pezzo dico che mi manca il cane della mia ex ma anche che rivedo spesso una macchina uguale alla sua ma con un vecchio pelato a bordo, a me fa ridere come immagine. Cerco sempre di sdrammatizzare un po’ cosa dico, serve per bilanciare il tutto e, soprattutto, rende il pezzo più credibile e vero. È una cosa a cui tengo molto.

Quella che vediamo nel video di Gravità, uscita l’anno scorso, è un’attrice o era la tua vera ragazza?
È una mia ex, dici che è un po’ pesante come cosa?

Non sei certo l’unico ad averlo fatto, personalmente però continuo a stupirmi quando un artista condivide cose così intime con i propri fan, che ne pensi?
Alla fine è la mia vita. Non riesco a separare in maniera così netta il mio lato privato da quello pubblico. Inizialmente avevo montato quelle immagini solo per me, poi mi sono reso conto che erano belle e stavano bene sulla musica. Ai tempi stavamo ancora insieme, le ho chiesto cosa ne pensasse e per lei era ok. All’inizio mi sono fatto mille domande ma, in fin dei conti, quel video è vero. Racconta di una vacanza incredibile, non penso che se lo vedrò tra dieci anni proverò qualche imbarazzo, anzi, secondo continuerà ad essere una cosa bella.

Inizialmente Regardez Moi può sembrare il concept album su una persona che deve superare la fine di una relazione, poi pian piano si capisce che c’è anche altro. È così?
Esatto, raccoglie una serie di cose che mi sono capitate durante quest’ultimo anno e mezzo. Non sono nemmeno una persona così sfortunata in amore, sai? Alti e bassi come tutti. Per dire, l’ultima mia storia è molta più vicina a Gli Occhi che a Cratere.

Gli Occhi è uno dei pezzi più interessanti del disco perché, per una volta, non sei tu quello ferito ma quello che ferisce.
Sì, è un po’ un mea culpa. È il pezzo che, tra tutti, sento più mio. A volte le mie canzoni possono raccontare delle cose leggermente romanzate, Gli Occhi invece è proprio la più vera del disco. Nasce dal fatto che, quando ho deciso di trasferirmi a Milano, ho dovuto abbandonare delle persone, anche dal punto di vista sentimentale.

Floppino come è nata?
È stato l’ultimo pezzo del disco che ho scritto. Parla dei primi due mesi in cui mi ero lasciato. Sai quelle situazioni un po’ a metà dove ogni tanto ti senti ancora? Magari la rivedi ancora, vai a recuperare la tue cose a casa sua. Cose di questo tipo.

Anche Sì, ah è tratta da una storia vera?
Più o meno, raccoglie più esperienze diverse. Racconta di quando inviti una ragazza a casa.

Quindi ci provi con le ragazze fidanzate? Che stronzone.
(scoppia a ridere) No, diciamo non sempre. Esistono anche ragazze fidanzate che ci provano con gli uomini. Non sono uno stronzo dai…

Accattone è un omaggio a Boys Don’t Cry dei Cure?
Io non so suonare nessun strumento, diciamo che strimpello tutto quello che mi capita sotto mano. Quando mi è uscito quel giro per un po’ di giorni mi è rimasto in testa ricordandomi qualcosa, solo dopo ho capito che era Boys Don’T Cry. Non è stato fatto apposta, possiamo chiamarlo omaggio involontario (ride).

Se ti chiedessi la canzone triste che più hai amato in assoluto cosa risponderesti?
Distant Land di Madlib, quella con il campione di Donald Byrd, un trombettista americano. Non ha nemmeno le parole, è solo musica ma, fin dalla prima volta che l’ho sentita, mi ha aperto in due. Per me è in assoluto la canzone più triste ma più bella e malinconica di sempre.

Tra cinque anni dove ti vedi?
Mi piacerebbe essere in un altro paese, magari in Spagna. Vorrei avere uno uno studio tutto mio dove per sei mesi produco i pezzi e poi vengo in Italia a ultimarli e a fare i concerti. Sarebbe bello, ma è ancora presto per fare previsioni di questo tipo. Sia chiaro, con l’uscita del disco ho ricevuto dei feedback molto interessanti ma non lo posso considerare un punto d’arrivo.

Te l’aspettavi tutta quest’attenzione?
Nì, diciamo che per me Regardez Moi sarebbe stato il termometro per capire se avrei potuto fare questo nella mia vita. Non ti posso dire “ok adesso sono famoso” (fa una voce strana e si mette a ridere, nda). È come se avessi fatto un colloquio di lavoro lungo dieci anni e ora ho scoperto di essere stato assunto. Sono contentissimo ma resto con i piedi per terra. L’interesse del pubblico è molto importante ma c’è anche altro. Per me scrivere canzoni è davvero una terapia, non avrei altri modi per dire determinate cose e dirle mi fa stare bene. La musica mi ha davvero salvato.

Anche se in Branchie dici “non provate a salvarmi”, perché?
Perché penso che ogni cosa brutta che ti succede possa diventare un insegnamento per cavartela in futuro. Ogni volta diventi un po’ più forte. Quella canzone dice che, se devo andare a fondo, preferisco andarci da solo così almeno imparo ad usar le branchie. Anche con la merda fino al collo voglio venir fuori da ogni situazione. Nasce da quei momenti in cui, anche se sei super determinato, tutti ti dicono che stai sbagliando. Non sai quante persone mi dicevano «trovati un lavoro vero che ormai sono dieci anni che ci provi con la musica» ma io non ho mai mollato. Ora che inizio a vedere la luce fuori dal tunnel posso prendermi la soddisfazione di rispondere «cazzo, ve l’avevo detto!».

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